venerdì 23 gennaio 2009

avanti alziamoci, avanti mettete le vostre mani nelle mie

la leggenda narra, non so fino a che punto in termini reali o, appunto, di leggenda, che pochi giorni dopo l'11 settembre, mentre era in giro nel new jersey, bruce springsteen vide una macchina fermarsi ed un fan urlargli "bruce, abbiamo bisogno di te!".

non so quanto questo sia vero, nè ad oggi importa realmente che lo sia, fatto sta che sta frase bruce l'ha presa di molto sul serio e da quel giorno fino ad oggi, data di uscita del suo nuovo album che ancora non ho ascoltato, ci ha lavorato parecchio.

Perchè io da "the rising" che contiene le parole usate come titolo, ad oggi ci vedo un lungo evidente filo conduttore, che va oltre al continuum musicale e "letterale" che bruce mantiene da 36 anni.

ci vedo un uomo che consapevole della propria importanza prende per mano il suo paese e lo aiuta a "rialzarsi".


da the rising ad oggi siamo passati dall'invocazione e dall'esortazione ("come on rise up!" dice in quell'album verso la fine) attraverso il buio dell'anima e delle menti di devils & dust, dove l'uomo è solo col suo grilletto tra le dita, spinto chissà dove dalla paura (che è "una cosa molto potente"), in un deserto dell'anima dove i valori che bruce ha cantato ed in cui ha creduto da sempre vanno letteralmente "a puttane" (vedasi Reno e l'inconfessabile desiderio di sesso anale e mercenario).


nel mezzo si scende in campo, ci si schiera apertamente, si mette la faccia a favore di qualcuno, ma soprattutto contro qualcun altro.

è il vote for change, la miglior sconfitta che il rock ricordi, una pesante bastonata elettorale che serve però a dimostrare chi c'è, a fare la conta di chi porta avanti ancora certi valori


si è toccato forse il fondo? ecco allora che per "the rising", per rialzarsi, serve guardarsi indietro, serve capire chi siamo e da dove veniamo.


ecco the seeger sessions, l'album meraviglioso in cui bruce scava come mai prima d'ora nella tradizione popolare americana, attraverso un nume tutelare che di certo ai george w della sua epoca tanto comodo non stava, ecco la tradizione che si fa protesta cantata, si fa festa popolare, si fa ballo di piazza.



e poi si ritorna in sella alla vecchia banda e si sfodera la rabbia ed il sarcasmo, in un disco come magic, dove come raramente in passato, bruce usa metafore e ironia, si parla di trucchi, si parla di non credere a quello che si vede e si sente, si parla di peggiori nemici annunciati da campanellini.


e poi, ancor prima che esca il nuovo disco, si chiude il cerchio.


si, perchè bruce sul palco del concerto per obama con pete seeger chiude un cerchio sia per lui, che lo aveva aperto con the rising, sia per il fan che capisce che se c'è bisogno di bruce, bruce c'è, sia per l'eterno e contrastato connubio tra musica e politica.


bruce e seeger su quel palco hanno fatto più di un duetto, hanno portato lassù su quel monte almeno 60 anni di musica americana, di musica politica americana, di folk, di rock, di cultura.

e bruce oggi è il testimone vivente più attendibile di tutto questo cammino, lui che sia da solo con la takamine, con un manipolo di artigiani folk, con i compagni di una vita.

Bruce, più di dylan che certi ruoli li rifiuta da un pezzo, è ormai il portavoce dell'america.


bruce, come disse bono nel presentarlo alla rock'n'roll hall of fame nel 1999, non è il boss, è il proprietario dell'america.


e dopo 4 dischi segnati profondamente dal pesante periodo storico in cui sono stati concepiti, ben venga la preannunciata, ammesso che ci sia, leggerezza pop di workin', ben venga il fischiettare contento manco fosse uno dei 7 nani di ritorno dalla caverna (potrebbe chiamarsi... Suonalo).

bruce il suo l'ha fatto, ha chiesto all'america di dargli le mani, le ha prese e l'ha fatta rialzare.

chi non poteva manco pisciare dove pisciavano i bianchi ora è presidente, che sa quanto bruce abbia fatto per l'america che lo ha votato.

the rising versione gospel ha aperto lo show a washington.


mi piace pensare che il fan che aveva urlato a bruce fosse lì e che gli abbia urlato: GRAZIE.


ed ora ascoltiamo sto album.

venerdì 16 gennaio 2009

no, no, non ce la posso fare

passeggiata pomeridiana con Ludovica, figlia maggiore, anni 3.
per il compleanno ha ricevuto la sua prima biciclettina, facciamogliela usare dai.
ok, il Cala la va a prendere alla scuola materna e la porta dritta in passeggiata lungomare a provare la bici nuova.
morale, ogni 3 pedalate Luvi scendeva camminava, giocava, parlava.
morale, 250 metri in 55 minuti, manco Tiago è così lento.
ma va bene eh, per l'amor di Dio, sempre figlia mia è, che vogliamo, che mi diventi atletica?
no, il fatto è che mentre siamo lì che tergiversiamo tra una pedalata e l'altra, lei se ne esce fuori dal nulla con:
"perchè nonno Ludovico è in cielo?" (nonno Ludovico = mio padre = mancato a dicembre 2004 = nome dato a lei di conseguenza)
ecco, io mica sono d'accordo con chi evita che i bambini affrontino il tema della morte, con le dovute cautele chiaro, ma non è possibile evitare che ci sbattano il naso, quindi va benissimo che sappia che esiste sta cosa chiamata morte, magari però non subitissimo eh?
"eh Luvi, il nonno è in cielo perché così ti può guardare sempre" (da quando è nata lei sa che ha oltre ai nonni che vede e con cui gioca, anche un nonno che sta in cielo e che la guarda, la saluta e le manda i bacini)
dopo 6 secondi lei mi fa
"ma è morto?"
ecco, io anche alla luce di quanto detto sopra, mica non volevo che lei lo capisse eh? ma come è arrivata a fare sto collegamento? io avrei bisogno di un aiuto, di un segnale che mi dica "occhio, tua figlia ha fatto un passetto in avanti nella sua crescita", un qualcosa che non mi faccia restare a bocca aperta, con lo sguardo fisso tipico dell'ottuso mentre guardo sto metro di bambina che dall'oggi al domani mi diventa sempre più grande.
tipo un brufoletto sulla guancia, io glielo vedo e tac, capisco.
perchè non so mica se sono pronto sapete? cazzo, se invece di ludovica fosse venuto fuori pietro (fantanome nel caso fosse stato maschio), sto ragionamento me lo avrebbe fatto al più presto in prima media, ecco, questa è la gradualità che voglio io.
sennò no, no, non ce la posso fare.

lunedì 12 gennaio 2009

stretti stretti alla capoccia, i pidocchi fan la doccia

che tempo che fa, rai tre, 11\01\2009

dalla imbarazzante, spero per lui fosse ubriaco
valida la nannini
energica ed ormai inconfondibile la PFM
bubola scazzato e smemorato, bennato vince 3 - 0
per il resto qualche cosa che dovrebbe passare più spesso in tv: cultura e poesia
battiato colossale, capossela astronomico, ma, come spesso mi capita, sono quelli che generalmente non considero che mi hanno colpito di più.
jovanotti, piero pelù e tiziano ferro ad esempio.
l'idea del collegamento da spoon river (come quella della canzone alle radio in simultanea) è l'esempio di come fazio potrebbe diventare un grande della tv se solo ogni tanto non si dimenticasse di non esserlo ancora.
la canzone fatta coi bambini da vecchioni è la dimostrazione di ciò che io sostengo da anni, fabrizio andrebbe studiato a scuola, ma da subito, mica al liceo.
piovani eccezionale da solo e ancor di più con finardi che assomiglia sempre più ad un santone new age (o a peter gabriel, ma questo sarebbe imperdonabile).
cristiano e pagani sigillano nella storia l'inevitabile (e accettabile solo se fatta da uno di loro due, quindi perfetta se fatta da entrambi) creuza de ma
e poi il saluto del Porto di Genova a De Andrè, con la Lanterna che "benedice" questo figlio così prezioso, a me che non sono assolutamente dell'ambiente ha fatto alzare 5 cm di pelle d'oca.
davvero un bel momento di televisione, con fazio che non si è eccessivamente fazzizato, anzi era visibilmente emozionato e tartagliava (il che dimostra che la mia teoria secondo la quale dovrebbe ideare i programmi e farli condurre ad altri è stra-vera) e dori ghezzi dolce e splendida come al solito.
fuori luogo il monologo della littizzetto, molto bello quello di albanese.
povera nanda, speriamo migliori; vederla mi ricorda sempre che non è vero che io non ho mai visto de andrè dal vivo, l'ho visto nel 1998, al premio tenco e lei lo ha premiato.
Fernanda Pivano e Fabrizio De Andrè insieme, c'è chi si accontenta di molto meno
io che per il genoa ho una forte simpatia ma non ne sono tifoso, quando da siena han fatto vedere il foglietto di appunti di faber con su scritta la formazione del genoa (mi sembra ci fosse su aguilera) mi sono davvero emozionato.
ho avuto la fortuna di sentire fossati suonare smisurata preghiera a genova anni fa, davanti a dori e a luvi, l'ha anche messa in un album dal vivo, ma risentirlo mi fa ripensare ad anime salve, "l'album perfetto", il disco dove tutto è al posto giusto e niente manca, niente si può aggiungere, niente si deve correggere.
e poi, come si fa a sentire la mancanza di chi ha lasciato così tanto?

sabato 10 gennaio 2009

Un'assenza apparecchiata per cena

Nell'album del 1996, "Anime Salve", che fu purtroppo l'ultimo in studio,
Fabrizio De Andrè scrisse "Disamistade", che in lingua sarda significa
"disamicizia" o, più appropriatamente in questo contesto "faida,
battaglia". All'interno di questa canzone c'è una frase, breve, messa a
conclusione di una strofa, che mi ha immediatamente colpito: "un'assenza
apparecchiata per cena".


Dopo l'uscita di "The rising", mentre ero impegnato a studiarmi i testi
e le relative traduzioni, ascoltando l'album di De Andrè mi venne
immediatamente in testa l'accostamento tra la canzone "Disamistade"
(soprattutto quella strofa) e "You're missing".


Sia Bruce che De Andrè raccontano una storia attraverso brevi immagini,
fotogrammi quasi banali e quotidiani, sia che si parli di una casa, che
di un funerale in arrivo:


"Camicie negli armadi, scarpe in corridoio, la mamma in cucina con il
bambino eccetera"
"Che ci fanno queste anime davanti alla chiesa,questa gente divisa,
questa storia sospesa"


Anche la musica sembra procedere in maniera quotidiana; mentre Bruce
utilizza il violino a tratteggiare una specie di lamento, De Andrè
ripete con la voce un sussurro "ahe aho" che accompagna fino alla fine
del pezzo.


Bruce preferisce che il pezzo resti dentro quei fotogrammi, al posto
delle camicie parla di fotografie sul comodino, al posto delle scarpe
ecco la televisione, facendo questo si rivolge al "You" a cui è dedicata
la canzone:


"Fotografie sul comodino, la TV accesa in soggiorno, la tua casa ti
aspetta, la tua casa aspetta che tu ritorni".


De Andrè invece sceglie di approfondire i motivi che hanno portato
"queste anime davanti alla chiesa", scegliendo come al solito di non
schierarsi apertamente ma di raccontare i fatti:


"a misura di braccio a distanza di offesa, che alla pace si pensa, che
la pace si sfiora
Due famiglie disarmate di sangue si schierano a resa e per tutti il
dolore degli altri è dolore a metà"


E' fantastico come senza accusare nessuno, De Andrè riesca a dimostrare
chi o cosa sia il vero colpevole, la "disamistade" stessa, la stessa
concezione della vita come guerra o battaglia.
Nel frattempo invece Bruce si concentra di più sulla singola storia,
singola, particolare e proprio per questo "universale". La vita
continua, le cose vanno avanti, ma "tu" manchi, sentiamo la tua assenza;
ora non è il momento di pensare ai perché, ora è il momento dell'attesa
e del dolore.


"Ma tu non ci sei, non ci sei, tu non ci sei quando spengo le luci, tu
non ci sei quando chiudo gli occhi, tu non ci sei quando vedo sorgere il
sole, tu non ci sei".


La differenza principale sta proprio qui; De Andrè affronta il brano in
ottica più "politica (in senso lato, per carità), si interroga, ricerca,
prova a dare e darsi delle spiegazioni di fronte all'assurdità del lutto
"violento"; ma alla fine si arrende di fronte agli episodi:


"Si accontenta di cause leggere la guerra del cuore, il lamento di un
cane abbattuto da un'ombra di passo, si soddisfa di brevi agonie sulla
strada di casa, uno scoppio di sangue un'assenza apparecchiata per cena"


Di nuovo il nemico non ha nome né volto, la guerra stessa è il nemico,
colui il quale si nutre di sangue, morte e dolore, per quanto assurde,
per quanto immotivate. Ma alla fine, quello che resta è l'agghiacciante
"assenza apparecchiata per cena", una scomparsa violenta che non lascia
il tempo a chi resta di elaborarla, al punto che l'assenza diventa
"fisica", tangibile, "viva".


Ecco un altro punto di contatto tra i due brani: l'attenzione verso chi
resta e verso il suo dolore, verso chi non ha, né sa trovare
spiegazione.


"I bambini chiedono se non ci sono problemi, se sarai tra le nostra
braccia stanotte"
"che ci fanno queste figlie a ricamare e cucire, queste macchie di
lutto, rinunciate all'amore, fra di loro si nasconde una speranza
smarrita, che il nemico la vuole, che la vuol restituita".


Lo sguardo è chiaramente rivolto verso i bambini, verso i giovani, verso
coloro che così presto devono fare i conti con la morte, con il dolore
che impedirà loro di avere di nuovo tra le braccia la figura
paterna/materna, che segnerà con macchie di lutto la loro esistenza.
Anche la speranza viene qui negata dal "nemico" di cui sopra, che
nutrendosi di odio e rancori, non accetta l'esistenza di persone che
tendono a migliorare le cose e che sperano.


Anzi, proprio nel momento in cui ci si potrebbe rendere conto
dell'assurdità di tutto ciò, secondo De Andrè ecco il principale alleato
di questo nemico, "l'autorità", il potere nel senso peggiore del
termine, la sete e l'avidità che grazie al dolore altrui si arricchisce
e si espande. (Rich men wanna be king... )


"e una fretta di mani sorprese a toccare le mani, che dev'esserci un
modo di vivere senza dolore, una corsa degli occhi negli occhi a
scoprire che invece è soltanto un riposo del vento, un odiare a metà e
alla parte che manca si dedica l'autorità".


Bruce in questo brano parla meno di speranza, c'è l'attesa, ma vana, di
un ritorno ormai impossibile. Mi aveva molto colpito leggere di come,
per chi perde una persona cara in eventi tali da rendere impossibile
"restituire" il corpo del defunto, sia ancor + difficile accettare
l'accaduto. Manca, così si chiama, "l'elaborazione del lutto", che può
avvenire di fronte ad un cadavere.
Così Bruce accellera la narrazione, passa il giorno, passa la notte, ma
nulla cambia.


"Il mattino è mattino, la sera scende, ho troppo spazio nel letto,
troppe telefonate, "come va? Come va tutto quanto?", tutto è uguale, ma
manchi tu".


La canzone di De Andrè finisce come era iniziata, con la stessa domanda,
ancora senza risposta, con la stessa situazione che, sebbene
"manovarata" dall'alto, proprio "in basso", nel piccolo, nel
particolare, ha i suoi effetti più devastanti.
Bruce lascia i riferimenti "esterni" alla casa del protagonista per la
strofa finale, dove la speranza negata in precedenza è definitivamente
sepolta. Né in cielo, né in terra esiste una spiegazione a quanto
avvenuto, quindi cosa resta a chi resta?


"Che la disamistade si oppone alla nostra sventura, questa corsa del
tempo a sparigliare destini e fortuna, che ci fanno questa anime davanti
alla chiesa, questa gente divisa, questa storia sospesa"
"Dio va alla deriva in cielo, il Diavolo è nella cassetta della posta,
ho polevere sulle scarpe, nient'altro che lacrime".