mercoledì 21 settembre 2011

VENTI




Non puoi essere neutrale su un treno in movimento.


Lo dicono i pearl jam, lo dimostrano, assolutamente, con i loro 20 anni di carriera freschi freschi di compleanno.


E più che NON essere neutrali, i pj SONO il treno.
Il treno che ti travolge, con la loro musica coinvolgente, ma non tipo che batti il piedino, eh. 
La musica dei pj ti entra dentro, a fondo.

E non ti molla.


La canotta dei bulls, numero 23; è la tarda primavera del 1992 quando un io ventenne si scontra con il video di alive.
Non è un pezzo bello pestone, non è una ballata.
Ma ha un ritmo che mi si incolla addosso, insieme allo sguardo spiritato del cantante, che canta guardando chissà dove, con quella voce così carica, mentre intorno a lui succede il finimondo.
Conosco così i pj ed oggi 20 anni dopo sono ancora qui ad emozionarmi ogni volta che li sento, sono qui che entro dentro le loro canzoni, come mi succede SOLO con la musica che amo VERAMENTE.


Non puoi non fidarti dei pj, possono fare dischi migliori e dischi peggiori, ma la cosa che trasuda da ogni loro singola nota è l'onestà, intellettuale ed emotiva, con cui si relazionano alla musica ed ai loro fans.


Non puoi restare neutrale sul loro treno che da 20 anni tira dritto, seguendo il loro percorso, ben definito, chiaro, non senza macchie, ma sempre fottutamente ONESTO.


Li ho visti aprire per gli u2, nel 1993 al bentegodi di verona, stava per uscire il loro secondo album ed io amavo alla follia Ten, uno dei migliori dischi d'esordio della storia del rock.


Amavo ogni singola nota di quel disco, ogni accordo, ogni parola, ogni lamento, ogni incazzatura.
Ero dentro, completamente dentro i testi di jeremy, di why go, di alive. Già amavo, anche se non sapevo quanto male mi avrebbe fatto anni dopo, release, con quell'invocazione al padre, già capivo quanto nero potesse diventare il mondo per un cuore spezzato.
Già sapevo che sarei stato loro fan per sempre.


In quel gigantesco palco sembravano ancora più piccoli, ma fecero un set carico, che conquistò anche molti di quelli vicino a me.
Non li ho mai persi di vista, ma ogni tanto li ho lasciati in disparte, per poi comunque andarli a riprendere e scoprirmi, album dopo album, sempre più innamorato della loro musica.


Di tutto il cosiddetto grunge, la loro è sempre stata la musica che preferivo, mi dava l'idea del suono di un leone che lotta per liberarsi,consapevole di essere in trappola, ma che non si arrende e non molla un centimetro. La loro rabbia ha da subito avuto in me un grosso effetto catartico, facendomi sentire protagonista dei loro testi, facendomi immedesimare nelle loro storie, aiutandomi ad avere verso il mondo un approccio diverso.


In quegli anni ho scelto cosa fare della mia vita, lavorativamente parlando e non credo di esagerare se penso che insieme a bruce springsteen ed U2, i pj mi abbiano fortemente condizionato nel decidere di studiare per fare un lavoro che con un pizzico di megalomania, si propone di migliorare il mondo.
Il mondo che vive dentro le loro canzoni, il mondo di jeremy, della bambina dai genitori anaffettivi di why go, il mondo del protagonista di alive, di daughter, di wma.
E come appunto mi succede solo per bruce, di fronte ad un nuovo lavoro dei pj io mi chiedo prima: cosa vogliono dirmi? E poi: mi piace?

Ieri sera ho visto l'anteprima di PJ20, il film-documentario che li racconta.
Un qualcosa di indescrivibile.
Un treno, di nuovo, che per due ore mi ha incollato alla poltroncina del cinema, con la gola secca, a rivere i loro 20 anni, a rivivere i miei 20 anni passati ad amarli pazzamente.

2 ore dove l'onestà e la buona fede di cui sopra emergono in modo lampante, tra palchi, furgoni, chitarre, salti. 2 ore clamorose, un lungo ed ininterrotto flusso di energia, che, per quanto avrei avuto voglia di vedere altre 100 ore del genere, riesce nel non facile intento di rappresentare splendidamente chi sono stati e chi sono i pj.

Fanculo le definizioni, la musica dei pj è vita, anima, è l'incontro di persone che condividono ognuno il proprio talento per creare qualcosa di unico ed irripetibile.
20 anni che li hanno portati da palchetti scalcagnati a stadi ed arene gigantesche, che li hanno fatti diventare dei classici.


Questo sono oggi i pj, dei classici, un pezzo fondamentale della storia della musica, un'ancora di salvezza a cui chi amava la buona musica negli anni 90 si è potuto aggrappare.
Un gruppo che ha provato a difendere la propria innocenza dagli squali che avevano fiutato il loro sangue, che avevano percepito l'onestà di cui erano imbevute le loro canzoni e volevano rubargliela.
Un gruppo che oggi può permettersi di camminare a testa alta, pur essendo ormai più mainstream che alternativi, perché il loro successo, il loro lato commerciale, se lo sono guadagnati lavorando, sudando, sputando sangue per 20 anni, senza prostituirsi nemmeno per 1 secondo, cercando di combattere per le stesse cose per cui combattevano i loro fans, per cui avevano combattuto loro in quanto fans di altre band.
Un gruppo che è sopravvissuto alla carneficina che la cosiddetta scena di seattle ha subito quando il business l'ha presa e l'ha infilata nel solito tritacarne.


Hanno fatto canzoni belle, meno belle, brutte, hanno scritto dei capolavori.
Ma mai sono venuti meno al rispetto verso chi compra la loro musica, verso chi va ai loro concerti.
Le emozioni provate ieri sera mi hanno ricordato quelle provate al mio primo concerto “vero” dei pj, nel 2000, quando, scusate la ripetitività, fui travolto dall'energia del live, avendo comunque da tempo deciso di non essere affatto neutrale nei loro confronti, dalla felicità provata e letta sulle facce di chi mi stava vicino.

Dallo schermo ieri tutto questo passava, pur coi limiti del cinema, ma passava, alla grande, era come se una mano gigante mi tenesse bloccato, gli occhi sgranati, la gola secca, la pelle d'oca.

Un film onesto, come loro.

Un film che parte da quel fermento sotteraneo che a seattle stava creando un mondo parallelo ed alternativo al pop, un mondo che rischia di implodere alla morte di andy wood, ma che trova nei suoi ex compagni e in un ragazzetto timido ma dalla voce potente i portavoce ed i traini.

Un mondo dove la musica era cultura e non business, dove due band dal talento enorme come pj e soundgarden si ispiravano a vicenda, con stima, amicizia, con la forza di chi suona e crea per il piacere di farlo.

Un mondo che esplode ed inizia a girare come una palla impazzita, lasciando vittime dietro di se, ma che sempre e comunque lotta testardamente per mantenersi puro, nonostante time magazine, la ruota della fortuna, le riviste di moda.
Una palla di fuoco che la fucilata che cobain si spara in testa spegne, costringendo tutti a fare un passo indietro, a ripensare a quali erano i motivi per cui le cantine, gli scantinati, i piccoli teatri ribollivano di tanta tantissima qualità.

Ed in tutto questo i pj avanzano a testa alta, feriti, sconfitti, rabbiosi, ma avanzano.

E poi roskilde, il peggio.
Nessuno dovrebbe vivere certe cose, la musica deve portare solo energia positiva. Con un mio amico una volta discutevamo se fosse meglio un concerto o una partita di calcio ed io da sempre sostengo che per quanta adrenalina mi trasmetta il calcio, da un concerto non sono mai uscito deluso né tantomeno sconfitto.
E se è vero che nessuno merita di veder morire chi ha pagato per vederlo suonare (lasciamo un secondo da parte i 9 morti, è ovvio che loro vengono prima di qualunque altra considerazione), che questo sia successo ai pj è se possibile ancora più ingiusto.
Ricordo perfettamente, una settimana dopo il meraviglioso show di milano, le immagini impietose dei tg che mostravano eddie in lacrime. Ero sicuro che si sarebbero sciolti.
Invece hanno incassato il colpo, hanno metabolizzato il dolore e si sono ripresentati, più forti e sfrontati che mai.

E a gente così nemmeno bush e le successive critiche potevano creare disturbo, anzi, a mio avviso le immagini dello show dove furono fischiati da 2\3 del pubblico durante bushleaguer dimostrano ancora una volta come il coraggio e la coerenza paghino.

Eddie è un frontman pazzesco, aveva carisma da vendere 20 anni fa quando nascondeva la sua faccia dietro i lunghi capelli e quasi sfuggiva i riflettori, preferendo arrampicarcisi sopra, lo è oggi, consapevole del suo ruolo, sceso a patti con l'ormai inevitabile e dichiarato status di rockstar, capace di calamitare occhi, cuore e cervello di chiunque assista ad un loro show, in pace, forse, con se stesso ed i suoi demoni.

Pj20 è un fantastico omaggio ad una band che ha saputo imporsi senza svendersi, due ore che ti fanno capire cosa realmente è stato seattle nei primi anni 90, chi ha creato davvero la sua scena, che cosa stava dietro a tutto il baraccone che ne è seguito.

E non è un caso se i membri della prima band importante di quel periodo siano oggi ancora in sella nell'unica band che è sopravvissuta, alla fine, non sempre, ma spesso, il lavoro paga.

Io sono orgoglioso di far parte, per quanto marginale e da osservatore, della loro storia da praticamente subito; sono felice di aver visto i pj nascere ed evolversi, sono felice di aver dato alla loro musica la fiducia necessaria a diventare così importanti nella mia vita.
Non vedrò mai abbastanza concerti dei pj, ma non importa. Sapere che esistono e che magari mi capiterà di rivederli è sufficiente. Loro fanno parte della MIA storia di questi 20 anni, una parte importante, come la Musica ha nella mia vita, come quasi nessun altro artista ha avuto e difficilmente avrà d'oggi in poi.

Non puoi essere neutrale, io non lo sono, da anni.
Sempre schierato, in torto od in ragione.
Sempre e comunque dalla loro parte.

IO SONO ANCORA VIVO



1 commento:

Sachiel ha detto...

UN ARTICOLO CHE TRASUDA PASSIONE AD OGNI PASSAGGIO. Complimenti. Io amo molto i PJ, non sono la mia vita o una gran parte di essa come per te, però ci sono sempre e contengono molti ricordi.