venerdì 30 settembre 2011

30 settembre - I shall be released

600 giorni

la prima del giorno oggi è questa e mi girano i coglioni

SARO' LIBERATO
parole e musica Bob Dylan
 
Dicono che tutto può essere sostituito
e tuttavia ogni distanza non è vicina
Così ricordo ogni volto
di ogni uomo che mi ha messo qui
Vedo la mia luce che splende
da ovest ad est
Da un momento all'altro, da un momento all'altro
sarò liberato
Dicono che tutti hanno bisogno di protezione
e dicono che tutti devono cadere
e tuttavia giuro che vedo il mio riflesso
da qualche parte al di là di questo muro
Vedo la mia luce che splende
da ovest ad est
Da un momento all'altro, da un momento all'altro
sarò liberato
Accanto a me in questa folla solitaria
c'è un uomo che giura che non ha colpe
Tutto il giorno lo sento gridare
e supplicare che lo hanno incastrato
Vedo la mia luce che splende
da ovest ad est
Da un momento all'altro, da un momento all'altro
sarò liberato




 

giovedì 29 settembre 2011

29 settembre - still holding on to you

Another life becomes the past
Under the weight of dreams


still holding on to you - dream syndicate (The complete live at raji's)

mercoledì 28 settembre 2011

martedì 27 settembre 2011

Fantaporco 2011-2012 - giornata 2: Belin United - Labaro Viola 1-1

Muoviamo la classifica, un punticino striminzito, si sperava meglio.



Voti discreti, ma mancano i goalS


Restiamo in fondo alla classifica a pari punti con altre 2 squadre, tra cui i campioni in carica, ma il campionato è ancora lungo, c'è tutto il tempo per restare ultimi da soli.

Dai Belìn!!

27 settembre - forever young

Possa tu avere delle forti fondamenta, quando i venti del cambiamento soffiano

forever young - pearl jam (boston, 23\05\2006)

lunedì 26 settembre 2011

Una lettera dall'India



Amici
Varanasi, 13/09/2011

 
Amici,
ho appena terminato la lettura di ben 107 pagine di messaggi postati su questo Gruppo e di impulso ho preso carta e penna per descrivervi ciò che provo anche se, come sempre, non è facile.
La partecipazione e l'entusiamo che ci mettete nel supportarci contagiano anche me al punto che a penna aggiungo i miei commenti, proprio come se fossi "on-line". Tranquilli non è che sto "uscendo pazzo", so benissimo che non li leggerà mai nessuno, ma non è questa la cosa importante. La cosa importante è sentirmi partecipe o almeno credo che voi cechiate di fare proprio questo, di coinvolgerni e vi assicura che ci riuscite.
Ci tengo a farvi sapere, direttamente con le mie parole, che io ed Elisabetta stiamo bene e siamo sereni nonostante questa ingiusta e pesantissima condanna che grava sulle nostre spalle. Siamo consapevoli che la battaglia per ottenere giustizia sarà ancora lunga e piena di difficoltà, ma siamo certi che alla fine tutto si risolverà nel migliore dei modi, ossia con l'assoluzione.
Nell'attesa continuiamo a combarre e a tenere duro e il sapere che tanta gente è con noi in questa battaglia ci aiuta moltissimo.
Sarebbe normale, in un carcere a 7000  e rotti chilometri da casa, circondati da personaggi a dir poco singolari, che parlano idioni che solo col tempo ho imparato a decifrare, sentirsi soli ed abbandonati. Ma non è così  che ci sentiamo e questo grazie a tutti voi che con il vostro entusiasmo, col vostro affetto, con la vostra infinita solidarietà,vi fate sentire superando le barriere del tempo e dello spazio arrivando dritti al nostro cuore.
Come ho già detto tempo fà, so che sarete con noi fino alla fine e di conseguenza so che né io nè Elisabetta molleremo mai di un solo millimetro finché non ci sarà restituito ciò che ci spetta : la libertà.
Avrei una lista di ringraziamenti lunga più di 5000 nomi, ma vi annoierei e vi ruberei del tempo prezioso, quindi mi limito ad un generale e spirituale abbraccio con la sempre viva speranza di poterlo fare fisicamente al più presto!!
Mi mancate tutti "lingerasse"....anche chi non conosco!!

 
                                                                          dal "District jail" di Benares
                                                                          U.P. - India -
                                                                          con la sigaretta in mano e 

                                                                          l'orgoglio nel cuore
 
                                                                                       Tomaso

Belìn United effeccì (Fantastagione 2011-2012)





Il gioco più bello del mondo dopo il calcio è entrato nella mia vita di eterno adolescente (leggasi RINCOGLIONITO) nell'autunno del 1994, campionato 1994-1995, primo anno di marcello lippi nella juventus, ed ho detto tutto.

Alcuni nostri amici avevano iniziato a giocarci da un paio d'anni, quindi un pomeriggio in cui dovevo studiare SBAM decisi di fondare la nostra fantalega.
Eravamo in 8, io, capitan buffa, il conte geddo, pennisha (uomo timorato di dio e splendido organizzatore di addii al celibato porno-soft), un paio dei fratelli ballabio, mogol ed il mio testimone di nozze, detto banana per motivi che apparivano chiarissimi non appena calciasse un pallone (ma anche vedendolo nudo, in effetti).
Con il senso di democrazia che mi appartiene, ribollendo di senso civico e di una sfrenata voglia di non studiare un cazzo, mi autonominai presidente e convocai il mercato, un sabato pomeriggio, presso i locali della attigua parrocchia del sacro cuore di gesù, in albenga.

Eravamo tutti mediamente stupidi all'epoca, ma io spiccavo, quindi, per far fede al mio ruolo di democratico presidente, mi presentai al fantamercato in giacca e cravatta, facendo capire a tutti chi era che comandava e che qui si faceva sul serio.
Era divertentissimo, ore ed ore davanti alla gazzetta per azzeccare la formazione, ore ed ore a commentare, ore ed ore a menarsela per i risultati.

La mia squadra dell'epoca ricordo che aveva in attacco abel balbo, l'unico calciatore con la piega di capelli bloccata dal cemento, gigione casiraghi e soprattutto di stefano ravanelli.
Il primo campionato fu falsato dal fatto che dopo 5\6 giornate pennisha mollò il colpo, perché si era stufato e venne sostituito da gian il bello, amico dei giorni più lieti e calciatore di ottima qualità, difensore centrale di una certa eleganza, che con noi del sabato si era riciclato punta ed in effetti faceva spesso la differenza.
La cosa aveva comportato la rinuncia a giocarci del grano, decidendo che si sarebbe corso per la gloria, mentre inizialmente si era paventata la possibilità di giocarci somme importanti, tipo ventimilalire a testa.

La cosa bella o comunque strana del fantacalcio era che alla fine ti ritrovavi a seguire giocatori che normalmente erano avversari sperando che segnassero, mentre se giocavi contro chi aveva calciatori della tua squadra del cuore gli gufavi contro.
Il mio amico soldatino, juventino scalmanato, nella tribuna del delle alpi esultò smodatamente per un gol di panterone ueà. Contro la juve, ma soprattutto a favore della sua fantasquadra.
Lo appesero per i piedi dal terzo anello, liberandolo solo, per errore, in un quarto di finale di coppa italia, un paio di mesi dopo, quando di stefano ravanelli urlando “la metto nel sette” svirgolò il pallone centrandolo in pieno e facendogli saltare un paio di incisivi.

L'unico che restava fedele ai suoi idoli era banana, a cui da sempre del calcio gliene fregava meno di zero, quello che nel pathos di partite importanti viste insieme, ai commenti salaci di noi che ci credevamo commissari tecnici rispondeva sempre “se tu fossi bravo, saresti là”.
Per fargli spendere tutti i soldi bastava chiamare all'asta di fantacalcio francesco baresi detto franco.
Succedeva così, qualcuno lo chiamava e tutti si giravano a guardarlo, soffocando risolini.
Lui ostentava indifferenza e sicumera, ma diventava rosso come metà maglia del milan, gli venivano le stimmate a forma di numero 6, alzava la mano a chiamare il fuorigioco e poi rilanciava, sempre, fino alla fine, con noi bastardi che ci fingevamo interessati e gli facevamo spendere l'impossibile
Baresi francesco detto franco, 1 massimo 2 goals segnati in quei fanta-anni, pagato più di batistuta e roberto baggio. Messi assieme.

Ovviamente essendo noi una banda di stupidi, ma che le cose le fanno per bene, la nostra lega aveva un nome e ogni fantasquadra aveva uno sponsor.

In quegli anni di scoperte, di cultura, di emozioni, di avventure, di condivisione, non potevamo non scegliere un nome che richiamasse i valori che avevamo in comune, le comuni passioni, quel sottile filo rosso che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo (cit.), quelle parole che ti riportano alla mente splendidi ricordi, lacrime di gioia, momenti di crescita.
La nostra era la “Fantalega Amici della Birra”, ogni squadra si chiamava col nome di una birra.

Com'è come non è entriamo nella seconda metà del primo fantacampionato che il cala, anzi no la Kilkenny FC veleggia nella parte medio alta della classifica.
Arriviamo alla partita con mogol e la mia fantasquadra è decimata, infortuni, squalifiche, scelte teNNiche, fatto sta che al fischio di inizio gioco in 8, forte del + 2 di chi è in casa, ma con la sconfitta già segnata.
È il 5 marzo 1995, in attacco ho gigione casiraghi, daa lazio, che gioca in casa con la fiorentina.
Ecco il tabellino di quella partita:

5 marzo 1995 - Campionato di Serie A 1994/95 - XXII giornata
LAZIO: Marchegiani, Negro, Nesta, Di Matteo, Bergodi, Cravero, Rambaudi, Fuser, Boksic (62' Di Vaio), Winter (62' Venturin), Casiraghi. A disp. Orsi, Bacci, De Sio. All. Zeman.
FIORENTINA: Toldo, Sottil (46' Flachi), Luppi, Cois (46' Amerini), Pioli, Malusci, Carbone, Tedesco, Batistuta, Rui Costa, Baiano. A disp.: Scalabrelli, Innocenti, Campolo. All. Ranieri.
Arbitro: Treossi (Forlì).
Marcatori: 4' Casiraghi, 30' Negro, 35' Cravero (rig), 49' Casiraghi, 57' Boksic, 60' Rui Costa, 74' Batistuta (rig), 82' Casiraghi, 86' Di Vaio, 89' Casiraghi (rig).
Note: ammoniti Nesta per la Lazio, Malusci e Cois per la Fiorentina. Espulso al 76' Pioli.
Spettatori: 43.000 circa.

4 goals!!! gigione fa 4 goals!!!!!! in più mi segna gente avezza al gol tipo paolo maldini e vinco facile facile 3-0.
la domenica della svolta.
Ravanello mi porta due squadre allo scudetto, la kilkenny fc e ovviamente la juventus, che vince lo scudetto dopo 9 anni, 15 giorni dopo la fine della fantastagione che mi vede campione, addirittura con una giornata di anticipo, grazie al gol scudetto niente popò di meno che di TENTONI bomber della cremonese, che è come dire doppietta di messi in champions league.
Entusiasmo alle stelle.

L'anno successivo ci presentiamo al fantamercato tutti belli carichi, serata scoppiettante, il cala ed il conte geddo sugli scudi, numeroso il pubblico presente (un paio di fidanzate, qualche amico dell'altra fantalega).

Attacco io, presidente e campione in carica, dichiaro aperta la nuova fantastagione e dico “però, ragazzi, scusate ma non trovate che faccia troppo caldo qui?” e con gesto teatrale che tipo strelè mi può giusto lavare la calzamaglia nera mi tolgo la camicia ed estraggo dalla 24 ore very professional la maglietta ufficiale della kilkenny fc, bianca e verde irlanda, CON LA SCRITTA KILKENNY bella grande, fresca di stampa da uno dei primissimi negozi che si occupavano di stampe su tessuto, con OVVIAMENTE lo scudetto ben appuntato in alto a destra.
Boato del numeroso pubblico, fantaspettacolo al sacrocuoredigesù.

Attacchiamo il mercato, tensione palpabile, sguardi tesi, ascelle pezzate (cazzo lo dicevo che faceva caldo), francesco baresi detto franco chiamato per primo, banana già senza soldi.

Tenetemi presente il contesto, siamo nel settembre del MILLENOVECENTONOVANTACINQUE, tecnologicamente parlando, 3 ere geologiche fa, ok?
In questo medioevo della telefonia, ad un certo punto si sente un trillo, driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin... sguardi perplessi, occhiate timorose.
Il conte geddo estrae dalla sua 24 ore (si, avevamo tutti la valigetta tipo banchieri della city con dentro un 2\3 kg di fogli della gazzetta) un TELEFONINO!!!
“pronto? Oh ciao luciano, si si sta andando abbastanza bene per ora ho preso... (e snocciola lì i giocatori comprati fino a quel momento)”
Boato del numeroso pubblico, fantaspettacolo al sacrocuoredigesù.
(luciano avete capito chi era no?)

ovviamente la prima stagione della lega, quella che vinsi io, fu l'unica a non avere premi in denaro e l'unica in cui io combinai qualcosa.
Alla fine era più divertente tenere aggiornata la classifica che fare la formazione, non c'era verso non si batteva chiodo.
Alla fine al di la del divertimento del mercato iniziale, gli altri si stufavano presto ed io dovevo sbattermi fino al mercoledì per avere i risultati delle altre partite.
Alla fine mandai tutti affanculo.

Però furono 3\4 anni divertenti, ore passate a fare i conti, gazzette comprate con l'ansia del 6 o del 6,5, l'ammonizione che ti faceva perdere le partite, il fantamercato di riparazione, la pizzata dopo il fantamercato di riparazione, il posticipo su tele+ o su stream dove già facevi le prime previsioni di giornata.

Nella meravigliosa era di internet, che noi alle soglie dei 40 rimpiangiamo di non aver vissuto da adolescenti (o che come me ci comportiamo da adolescenti pur essendo alle soglie dei 40), anche il fantacalcio è on line, conti automatici, formazioni automatiche, mercato in busta chiusa in mano ad un sito.
Da 3 anni ci gioco con amici da ogniddove, continuando imperterrito a non battere chiodo (in 3 anni per una sola giornata sono stato solo in testa, arrivando poi 5° su 8).

e mentre si attende con impazienza il risultato della seconda giornata del campionato della lega “Fantaporco”, di cui vi terrò aggiornati e nella quale veleggio a zero punti dopo 1 partita vi presento la mia squadra, la Belìn United:




26 settembre - socialdemocrazia

Qui son tutti uguali liberi di consumare
e se hai qualche problema ti puoi sempre ammazzare


p.s. guardatevi il viedo, soprattutto l'inizio

socialdemocrazia - gang (dalla polvere al cielo)

sabato 24 settembre 2011

24 settembre - the bump

We're fuck up men
We act like kids
We'll face the music
Next time we roll in

the bump - deer tick (divine providence)

venerdì 23 settembre 2011

Er batimuro (roma - siena 1-1)




I turni infrasettimanali, è cosa risaputa, er cielo (Sky) l'ha creati pe sovvertì pronostici, arterà bioritmi, interompe serie, scardinà certezze e scassà er cazzo a chi, pe corpa der vecchio adagio per cui ubi maior il resto resta ar cesso, mprogetto de vita che prescinda da Luigi Enrico nun riesce più a abbozzallo, e vedé cari e parenti, a meno che non sia allo sssadio o davanti alla tv, diventa impresa più ardua del recupero de Lamela.

Ecco, partimo da qua, da quella che, ormai se po’ rompe er velo der silenzio, rischia de esse la vera sòla de quest’anno. Sarà corpa dell'under 20 argentina contro cui a luglio se semo ritrovati tutti a tifà (che pe noi fasse novi nemici è ninezia), sarà per corpa der fatto che quelli che non dovevano fa rimpiange assenze se so mossi fin qui come se avessero le caviglie della pora Sora Lella, de sto rigazzo i gufi rumoreggiano già come der novo Van Basten, che prima de fasse rimpiagne era diventato comunque Van Basten. Speramo nsia così, che un progetto innovativo e visionario senza ntocco de Eppol nse po raccontà, ma facessero in fretta. E il prossimo che vole annà in nazionale le caviglie le lascia a Trigoria, strisciasse, se facesse trascinà, volasse, se nventasse quarcosa, a noi non ce interessa.

E' anche co sto cruccio che er tifoso romanista lascia luoghi di lavoro e disoccupazione e nonostante je se fossero liberati già ad agosto un sacco de giovedì, aripia la sciarpa de lana e va. Allo ssadio, forsanche pe corpa der Novara che c'ha fatto capì er valore vero der pareggiotto milanese, semo pochini però boni, visto che in tribuna ce sta er Presidente americano reduce dar turdefors pe campidojo e campi de frumento dove un ber dì er progetto, qualunque cosa sia er progetto quer dì, metterà nove fondamenta.

Ma per Luigi Enrico è ahora quel el pueblo se alza en la lucha, e per luchar pare nse possa fa a meno de Perotta terzino destro de contenimento e de Osvardo centravanti sinistro de ostentamento, con buona pace de Rosi e Cassetti lasciati a casa, de Sisigno, Borini e Bojan in panca, e de tutti noi storditi che un progetto con Perotta l'avevamo effettivamente fatto, ma quanno er muro de Berlino stava ancora in piedi. Sia chiaro, ar pormone calabro nje se po dì gnente, anzi, je se tributa sempre er rispetto dovuto a un grande campione der monnonfame sempre titolare nse sa come pure in Germagna. E tuttavia cotanto titolo non è più da anni ragione sufficiente per schierare Bruno Conti (uno che comunque cor chiticaca e sti ritmi ce potrebbe ancora tornà nsacco utile), nse capisce perché incaponisse così co Perotta snaturarndojene per giunta la già bizzarra natura. Ma tant'è, nonostante a distanza de 5 giorni se sia svalutato più de na banca greca, vogliamo fa comunque affidamento emotivo sul pareggio de Milano, dove la formazione era quella che era: e allora gridiamo sti nomi ar cielo dell'Olimpico, compreso Perrotta terzino, compreso quello de Osvardo, pure se a gridallo te viè da ride, che sembra che stai a fa er tifo pe namico tuo più bello de te che nse sa come sta a giocà co la Roma.

Se comincia e, che se lo dimo a fa, è subito posesiòn, subito preziosa percentuale che lievita, subito trama che diventa più prevedibile de quella den cinepanettone, però senza zinne, culi, rutti e scuregge, quindi più pallosa. Al subentrar della noia er gerarca nazista Simon Kjaer dispensa ordine e disciplina imponendo la ferrea rappresaglia: pe ogni minuto che tengono il pallone loro, lo tenemo dieci minuti noi. E non inganni il fatto che il minuto loro finisce sempre co un tiro e i dieci nostri co na bestemmia.

La speranza, a fine campionato, è che l'antidoping ce renda giustizia. Perché che tu sia Siena o Cagliari, Inter o Bratislava, pe resiste da avversario, e quindi da spettatore pagato ma di fatto poco più partecipe de chi c'ha er telecomanno in mano, alla sfiancante, sfibrante, innocua, mortifera, sterile, oziosa, inane (e co inane amo finito i sinonimi) trama de passaggetti moviolati giallorossi, te devi esse calato svariati eccitanti. E però, forse perché Zeman non è mai preso troppo sur serio quanno parla de farmacie, fin qui hanno retto tutti. E se reggono de solito so cazzi.
Il primo a regge, per fortuna, è il pallavolista mimetico rumeno che de verde vestito genera costantemente  l’illusione ottica della porta vuota. Sebbene spiazzato da un attacco de testa e non de schiacciata, egli si oppone a pugno chiuso e corpo dinoccolato. Lo stile è quello che è ma, considerato che è quello de nartro sport, guardiamo solo al risultato, e  il risultato è che stamo ancora zero a zero: ma non per molto.

Perchè quando i sospiri de insofferenza so ormai bronchiti asmatiche, quando tutto il resto è ormai noia, quando le palle de 35mila spettatori (donne comprese) so cascate talmente in basso da costituì un serio ostacolo alla deambulazione tra un seggiolino e l’altro, succede l’insuccedibile. Quanno er 16, violando il protocollo der chiticaca, sventaglia pe un finora timidino Jose Angel, e quando il finora timidino se stimidizza pe nattimo e fa il dribbling che gli stessi 35mila de cui sopra je stanno a chiede da mezzora pe poi mettela in mezzo, il battimuro irrompe con tutta la sua carica nostalgica nella Serie A Tim. Perchè quando Borriello raccoglie la palla co no stacco de coscia degno della miglior Heather Parisi e alza lo sguardo, non è un compagno quello che vede appostato sul secondo palo, ma un muretto co na cipolla appoggiata sopra, ed è per questo che non fa un assist, e manco un tiro sbajato, ma indossati i panni dello Scuro, calcola con neutrinica zichichica precisione la traiettoria necessaria al balòn a sbatteje addosso e finì dentro a sta cazzo de porta. Quello, er muro, Osvardo, manco a dillo, nse move, e finalmente, incredibilmente, co l’occhi rossi e le vene cariche, anche noi, quelli che s’erano scordati com’è fatta na rete gonfia, liberati dall’incantesimo possiamo infine strillà “Gòòòòòòòòòòòòò!”. E siamo tarmente contenti e cojonati che tutti reggiamo er gioco allo speaker dell’Olimpico, che invece de quello der marcatore ce dice er nome de battesimo der muretto a secco, e per tre volte rispondiamo ruggendo come micetti inferociti: “Osvardo!”. Un grido liberatorio al quale, passati 10 secondi segue quello nostro de Kansas che profetici urlamo: “Levalo!”. Ma la scucchia che indica la strada a quanto pare funge anche da fonoisolante, e er sospiro der popolo gemente non giunge alle recchie der puntuto treinador, apparentemente impermeabile alle possibili valli di lacrime.

Anzi, tanto è lo sfregio ar buon senso, che er centravanti più forte dei tre schierati fa er terzino e er mediano, quasi dovesse dimostrà a ogni partita che pure se Luigi Enrico sa cità i classici a memoria, resta importante distingue un ramo da na foglia prima che la sua scienza crei l’ignoranza. Er pubblico capisce lo sforzo der Capitano avvolto su un tabellone dopo un recupero degno de Annoni, lo incita, lo applaude, lo osanna come manco dopo un cucchiaio e guardando Luigi Enrico pensa “tu castighi i figli in maniera esemplare, poi dici siamo liberi, nessuno deve giudicare, pigro ce sarai tu e tre quarti dell’Asturia tua!” E comunque se va a riposo in vantaggio, co la paura de dì anche mezza parola, ma co l’intima convinzione che forse, sempre cercando con vigore le chiavi in tasca, è la vorta bona. Ma evidentemente ste chiavi stanno troppo in superficie, e l’unica loro utilità sarà quella de spalancà, di lì a poco, le porte dela difesa nostra.

Quando se rientra nulla muta. Perotta caracolla stanco e leso nelle membra ar punto da chiede er cambio co Sisigno. Boriello invece, pur de non fasse cambià, giocherebbe a battimuro cor Cipolla pe tutta la vita, ma Luigi Enrico è omo senza core e mette dentro uno che core, Nascar Borini. Er problema però, co sto gioco nostro, è che dar momento in cui er giocatore è pronto a entrà a quando poi entra davero, a causa dela posesiòn de cui sopra, passa armeno un quarto d’ora, col risultato de fa morì definitivamente l’infortunato da cambià e de rende inutilizzabile causa sfinimento er sostituto a bordo campo, che quando entra è già a un passo dal chiede er cambio pe crampi. Se poi se considera che l’unico ricordo marchiato a fuoco da Sisigno nella memoria nostra è er tatuaggio der logo der prosciutto de Parma sur collo, c’è poco da stupisse se di lì a poco rimpiangeremo non solo Perotta sciancato, ma financo Rosi (de Cassetti pare irrispettoso pure solo fanne er nome in questo ragionamento).

Col pasar de los minutos la posesiòn aumenta de pari passo all’ossesiòn der tifoso de pià er gò, gò che culo nostro, imprecisione artrui e il reich danese impediscono se materializzi fino a 3 minuti dala fine, allorché Messibrienza se iscrive ar campionato de battimuro, pia er palo e fa carambolà er balòn su tal Vitiello. Costui s’allunga e inevitabilmente insacca, mettendose ultimo dietro El Kabir nell’interminabile coda de coloro che un domani mostreranno ai nipoti le vestigia dell’Olimpico raccontando cor groppo in gola: “o vedi sto posto antico e abbandonato? Qua dentro nonno tuo ha vissuto er giorno più bello della vita sua”.

Rabbia sconforto e scoramento avvorgono l’avvorgente trama de passaggi che sospinti da un pubblico mai così maturo e cojonato provano per inerzia a prende in considerazione la porta altrui. Ma a parte na cipollata de poco fuori misura, null’altro meriterà menzione se non un evento più unico che raro. Più o meno a un minuto dala fine, per accidente del caso la palla giunge ai limiti dell’area sul piede destro de Gago. La palla è lì, monella innanzi a lui, e sembra non aspettarsi altro che Lady divenga Mister, e virilmente vìoli l’altrui pertugio. Il pubblico non crede ai suoi occhi, e invece di urlare ognuno il cazzo che je pare come sempre giustamente avviene, all’unisono, come un sol uomo, con voce tonante e de gigante gridanto “adelante!” pronuncia urlando la stessa identica parola: “TIIIIIIRAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA”. Na cosa impressionante. Mai sentita prima in uno stadio. Tanto impressionante che er poro Gago perde la coordinazione, non tira, inciampa. E la partita finisce.

Quando eravamo rigazzini e volevamo er motorino, mamma ce diceva: “sì ma voio vedè almeno a media der sette”. Poi diventava: “sì ma vojo vedè almeno un sette”, che presto si tramutava in un “sì ma almeno te devono promove”, per poi sbracare definitivamente in un “sì ma voio almeno che te impegni”. Ecco, noi amo compresso l’anno scolastico in dù mesi, e pure se stamo pe vortà le spalle definitivamente alla concessionaria, semo ancora disposti a comprajelo sto motorino. Er problema è che mamma, se le cose annavano male, se la piava co noi. Noi invece, come ormai fanno tutti i genitori de nova generazione, se stamo pe accanì quasi solo cor maestro. Siccome la verità sta nel medio, prima de mostrasselo a vicenda, sarebbe er caso de comincià da Parma a dimostrà che la classe, dar bidello ar preside, non fa acqua come sembra. Sennò altro che motorino, quest’anno se lo ponno fa pure tutto a piedi.

23 settembre - make it rain

I'm close to heaven
Crushed at the gate
They sharpen their knives
On my mistakes


make it rain - tom waits (AA.VV. - Raise Your Voice Compilation)


mercoledì 21 settembre 2011

VENTI




Non puoi essere neutrale su un treno in movimento.


Lo dicono i pearl jam, lo dimostrano, assolutamente, con i loro 20 anni di carriera freschi freschi di compleanno.


E più che NON essere neutrali, i pj SONO il treno.
Il treno che ti travolge, con la loro musica coinvolgente, ma non tipo che batti il piedino, eh. 
La musica dei pj ti entra dentro, a fondo.

E non ti molla.


La canotta dei bulls, numero 23; è la tarda primavera del 1992 quando un io ventenne si scontra con il video di alive.
Non è un pezzo bello pestone, non è una ballata.
Ma ha un ritmo che mi si incolla addosso, insieme allo sguardo spiritato del cantante, che canta guardando chissà dove, con quella voce così carica, mentre intorno a lui succede il finimondo.
Conosco così i pj ed oggi 20 anni dopo sono ancora qui ad emozionarmi ogni volta che li sento, sono qui che entro dentro le loro canzoni, come mi succede SOLO con la musica che amo VERAMENTE.


Non puoi non fidarti dei pj, possono fare dischi migliori e dischi peggiori, ma la cosa che trasuda da ogni loro singola nota è l'onestà, intellettuale ed emotiva, con cui si relazionano alla musica ed ai loro fans.


Non puoi restare neutrale sul loro treno che da 20 anni tira dritto, seguendo il loro percorso, ben definito, chiaro, non senza macchie, ma sempre fottutamente ONESTO.


Li ho visti aprire per gli u2, nel 1993 al bentegodi di verona, stava per uscire il loro secondo album ed io amavo alla follia Ten, uno dei migliori dischi d'esordio della storia del rock.


Amavo ogni singola nota di quel disco, ogni accordo, ogni parola, ogni lamento, ogni incazzatura.
Ero dentro, completamente dentro i testi di jeremy, di why go, di alive. Già amavo, anche se non sapevo quanto male mi avrebbe fatto anni dopo, release, con quell'invocazione al padre, già capivo quanto nero potesse diventare il mondo per un cuore spezzato.
Già sapevo che sarei stato loro fan per sempre.


In quel gigantesco palco sembravano ancora più piccoli, ma fecero un set carico, che conquistò anche molti di quelli vicino a me.
Non li ho mai persi di vista, ma ogni tanto li ho lasciati in disparte, per poi comunque andarli a riprendere e scoprirmi, album dopo album, sempre più innamorato della loro musica.


Di tutto il cosiddetto grunge, la loro è sempre stata la musica che preferivo, mi dava l'idea del suono di un leone che lotta per liberarsi,consapevole di essere in trappola, ma che non si arrende e non molla un centimetro. La loro rabbia ha da subito avuto in me un grosso effetto catartico, facendomi sentire protagonista dei loro testi, facendomi immedesimare nelle loro storie, aiutandomi ad avere verso il mondo un approccio diverso.


In quegli anni ho scelto cosa fare della mia vita, lavorativamente parlando e non credo di esagerare se penso che insieme a bruce springsteen ed U2, i pj mi abbiano fortemente condizionato nel decidere di studiare per fare un lavoro che con un pizzico di megalomania, si propone di migliorare il mondo.
Il mondo che vive dentro le loro canzoni, il mondo di jeremy, della bambina dai genitori anaffettivi di why go, il mondo del protagonista di alive, di daughter, di wma.
E come appunto mi succede solo per bruce, di fronte ad un nuovo lavoro dei pj io mi chiedo prima: cosa vogliono dirmi? E poi: mi piace?

Ieri sera ho visto l'anteprima di PJ20, il film-documentario che li racconta.
Un qualcosa di indescrivibile.
Un treno, di nuovo, che per due ore mi ha incollato alla poltroncina del cinema, con la gola secca, a rivere i loro 20 anni, a rivivere i miei 20 anni passati ad amarli pazzamente.

2 ore dove l'onestà e la buona fede di cui sopra emergono in modo lampante, tra palchi, furgoni, chitarre, salti. 2 ore clamorose, un lungo ed ininterrotto flusso di energia, che, per quanto avrei avuto voglia di vedere altre 100 ore del genere, riesce nel non facile intento di rappresentare splendidamente chi sono stati e chi sono i pj.

Fanculo le definizioni, la musica dei pj è vita, anima, è l'incontro di persone che condividono ognuno il proprio talento per creare qualcosa di unico ed irripetibile.
20 anni che li hanno portati da palchetti scalcagnati a stadi ed arene gigantesche, che li hanno fatti diventare dei classici.


Questo sono oggi i pj, dei classici, un pezzo fondamentale della storia della musica, un'ancora di salvezza a cui chi amava la buona musica negli anni 90 si è potuto aggrappare.
Un gruppo che ha provato a difendere la propria innocenza dagli squali che avevano fiutato il loro sangue, che avevano percepito l'onestà di cui erano imbevute le loro canzoni e volevano rubargliela.
Un gruppo che oggi può permettersi di camminare a testa alta, pur essendo ormai più mainstream che alternativi, perché il loro successo, il loro lato commerciale, se lo sono guadagnati lavorando, sudando, sputando sangue per 20 anni, senza prostituirsi nemmeno per 1 secondo, cercando di combattere per le stesse cose per cui combattevano i loro fans, per cui avevano combattuto loro in quanto fans di altre band.
Un gruppo che è sopravvissuto alla carneficina che la cosiddetta scena di seattle ha subito quando il business l'ha presa e l'ha infilata nel solito tritacarne.


Hanno fatto canzoni belle, meno belle, brutte, hanno scritto dei capolavori.
Ma mai sono venuti meno al rispetto verso chi compra la loro musica, verso chi va ai loro concerti.
Le emozioni provate ieri sera mi hanno ricordato quelle provate al mio primo concerto “vero” dei pj, nel 2000, quando, scusate la ripetitività, fui travolto dall'energia del live, avendo comunque da tempo deciso di non essere affatto neutrale nei loro confronti, dalla felicità provata e letta sulle facce di chi mi stava vicino.

Dallo schermo ieri tutto questo passava, pur coi limiti del cinema, ma passava, alla grande, era come se una mano gigante mi tenesse bloccato, gli occhi sgranati, la gola secca, la pelle d'oca.

Un film onesto, come loro.

Un film che parte da quel fermento sotteraneo che a seattle stava creando un mondo parallelo ed alternativo al pop, un mondo che rischia di implodere alla morte di andy wood, ma che trova nei suoi ex compagni e in un ragazzetto timido ma dalla voce potente i portavoce ed i traini.

Un mondo dove la musica era cultura e non business, dove due band dal talento enorme come pj e soundgarden si ispiravano a vicenda, con stima, amicizia, con la forza di chi suona e crea per il piacere di farlo.

Un mondo che esplode ed inizia a girare come una palla impazzita, lasciando vittime dietro di se, ma che sempre e comunque lotta testardamente per mantenersi puro, nonostante time magazine, la ruota della fortuna, le riviste di moda.
Una palla di fuoco che la fucilata che cobain si spara in testa spegne, costringendo tutti a fare un passo indietro, a ripensare a quali erano i motivi per cui le cantine, gli scantinati, i piccoli teatri ribollivano di tanta tantissima qualità.

Ed in tutto questo i pj avanzano a testa alta, feriti, sconfitti, rabbiosi, ma avanzano.

E poi roskilde, il peggio.
Nessuno dovrebbe vivere certe cose, la musica deve portare solo energia positiva. Con un mio amico una volta discutevamo se fosse meglio un concerto o una partita di calcio ed io da sempre sostengo che per quanta adrenalina mi trasmetta il calcio, da un concerto non sono mai uscito deluso né tantomeno sconfitto.
E se è vero che nessuno merita di veder morire chi ha pagato per vederlo suonare (lasciamo un secondo da parte i 9 morti, è ovvio che loro vengono prima di qualunque altra considerazione), che questo sia successo ai pj è se possibile ancora più ingiusto.
Ricordo perfettamente, una settimana dopo il meraviglioso show di milano, le immagini impietose dei tg che mostravano eddie in lacrime. Ero sicuro che si sarebbero sciolti.
Invece hanno incassato il colpo, hanno metabolizzato il dolore e si sono ripresentati, più forti e sfrontati che mai.

E a gente così nemmeno bush e le successive critiche potevano creare disturbo, anzi, a mio avviso le immagini dello show dove furono fischiati da 2\3 del pubblico durante bushleaguer dimostrano ancora una volta come il coraggio e la coerenza paghino.

Eddie è un frontman pazzesco, aveva carisma da vendere 20 anni fa quando nascondeva la sua faccia dietro i lunghi capelli e quasi sfuggiva i riflettori, preferendo arrampicarcisi sopra, lo è oggi, consapevole del suo ruolo, sceso a patti con l'ormai inevitabile e dichiarato status di rockstar, capace di calamitare occhi, cuore e cervello di chiunque assista ad un loro show, in pace, forse, con se stesso ed i suoi demoni.

Pj20 è un fantastico omaggio ad una band che ha saputo imporsi senza svendersi, due ore che ti fanno capire cosa realmente è stato seattle nei primi anni 90, chi ha creato davvero la sua scena, che cosa stava dietro a tutto il baraccone che ne è seguito.

E non è un caso se i membri della prima band importante di quel periodo siano oggi ancora in sella nell'unica band che è sopravvissuta, alla fine, non sempre, ma spesso, il lavoro paga.

Io sono orgoglioso di far parte, per quanto marginale e da osservatore, della loro storia da praticamente subito; sono felice di aver visto i pj nascere ed evolversi, sono felice di aver dato alla loro musica la fiducia necessaria a diventare così importanti nella mia vita.
Non vedrò mai abbastanza concerti dei pj, ma non importa. Sapere che esistono e che magari mi capiterà di rivederli è sufficiente. Loro fanno parte della MIA storia di questi 20 anni, una parte importante, come la Musica ha nella mia vita, come quasi nessun altro artista ha avuto e difficilmente avrà d'oggi in poi.

Non puoi essere neutrale, io non lo sono, da anni.
Sempre schierato, in torto od in ragione.
Sempre e comunque dalla loro parte.

IO SONO ANCORA VIVO



martedì 20 settembre 2011

20 settembre - born into this

push against the pavement
take it to the street
sick of all the hype now
riding on the beat

born into this - the cult (born into this)

lunedì 19 settembre 2011

Adelante con juicio

(io amo quest'uomo, è ufficiale)
(non luis enrique, nè stekelenburg nè tantomeno luSio)
(io amo chi scrive sti resoconti)

So le 8, manca meno de un'ora all'inizio de sta partita che ormai più che un classico è una stimmata generazionale, quando vengono diramate le formazioni che vedono schierati Perrotta e Taddei come terzini. "Più che calcio, postmodernismo", pensano alcuni, "Porca troia", esclamano altri, "Ma che davero?" chiedono Perrotta e Taddei, "E noi?" se chiedono Cassetti e Heinze, "me sa che ormai m'hanno sgamato" sussurra Rosi. Ma tant'è, a noi le cose normali ce fanno ribrezzo, la revoluciòn è pane e sorpresa, a costo de sorprende pure chi deve scende in campo. E mentre il Barcellona A segna un gol ogni dieci minuti a qualche migliaio de chilometri de distanza, la succursale trigorica s'appresta ad affondar tacchetti nella fanga dell'agriturismo San Siro, co un Kjaer e un Borini de più e co un Osvaldo sempre lì, quindi, inesorabilmente, co uno de meno. Er pubblico d’ambedue s’apposta guardingo su spalti e decoder, l’Inte s'apposta guardinga in attesa, la Roma imposta guardinga er chiticaca che s'impone da sé, com’è naturale che sia. Anche perchè in mezzo a sto girotondo mò ce se trova pure Trottolino Pizarro, campione mondiale de giravolte da fermo e indubbiamente più funzionale al chiticaca di Brighi e Simplicio.

Ma a Milano cominciare bene per poi perdere e magari lamentasse dell'arbitro è tanto cassazione quanto roba da intercettazioni bruciate, grandi vecchi, escort insaziabili, poteri forti, dejadejadejavu che non muore mai. Quindi lì per lì ce dà quasi fastidio st'ostinata posesiòn del balòn, sto dominio immotivato, sta tigna pe recuperà il cuoio appena perso proprio come se se smaniasse dala voja de dimostrà che poi ce se saprebbe fa qualcosa, co quer cuoio balòn.
E però stavolta c'è algo de diverso.
Come madri preoccupate per i figli che fanno il saggio, come padri orgogliosi dei pischelli che stanno pe dimostrà finalmente a chi so figli, accompagnamo ogni passaggetto stronzo dei nostri con cenno assertivo del capo, ogni bruciore de pressing con un “ooo” da fuochi d'artificio a feragosto. E quando er senso dela famiglia è così forte, tanto forte agli occhi der monnonfame che pure magnasse na pizza insieme diventa na notizia, chi tocca i figli se la rischia.

"Apezzodemmmerdassassininfame" urlamo in coro da un colle all'artro dela città quando Lucio, uno de cui già avevamo predetto l'inevitabile nella scheda pre partita, uno che nel nome de Cristo gioca in perenne crociata sui crociati degli infedeli, se ne frega del sacrale rispetto che si deve ad un portiere in uscita, e invece de zompà je stampa no scarpino sulla tempia, battezzandoje la recchia sorda con intervento da otorinolaringoiatria d'urto. E se è vero che pe fa er portiere devi esse pazzo, se pigli na scarpata in testa de certo nte miora la situazione. Il guardiano del tempio, da professionista serio quale solo gli olandesi e i sordi da na recchia sanno esse, prima de svenì se guarda intorno a cercà sto cazzo de balòn. Rassicuratosi, s’avvita e muore come un tulipano strappato alla sua terra.
"E' sempre lui, espurgilo a quer pezzodemmerda, è sempre lui", urla er tifoso romanista ancora poco avvezzo a quei dettami der progetto che non voglion proteste neanche se te sacrificano ner nome deddio. Ma siccome er calcio è scienza inesatta, l'arbitro sancisce che Lucio ja preso sì la testa ma non je la voleva spaccà, non der tutto armeno, solo mpochetto, quindi rosso è troppo, famo giallo e nse ne parli più. E però, a ben vedere, ce stavamo a ricascà. Giocavamo bene, ancora non perdevamo, ma già se stavamo a lamentà dell'arbitro. Così non va.

E allora via. Via da vecchi costumi e lamentele. E via pure dai vecchi pregiudizi verso quel calvo pallavolista incastonato tra pali e traversa che ha conquistato la Romania a colpi de baker. Non ne bloccherà una pe tutta la partita, perché lui è fatto così, portiere anni 70, forse pure 60, brutto a vedesse (sempre) eppur efficace (random). Il fatto de non falla entrà, ricordando le sculate gesta de Lupatelli, artra mezza sega calva che restando inviolata per svariate partite divenne Campione d’Italia, è amuleto non da poco.
Ma se la palla non entra manco con Lobont, buona parte der merito va alle divinità nordiche tutte, co un occhio de riguardo pe Odino che c’ha mannato er fio Thor detto Kjaer in mezzo alla difesa. “Chi è Kjaer?” ci chiedevamo battezzandolo Loria biondo per colpa di Youtube. “Kjaer!” rispondiamo guardandolo ligio come un Mexes senza mestruazioni. “Sì ma chi è Kjaer?” “Kjaer!, rispondiamo mentre Stek esce in barella e intorno al danese non resta traccia di anglofonia (che loro hanno i film coi sottotitoli e imparano l’inglese da piccoli e noi no e i negri c’hanno il ritmo nel sangue). “Chi è che gioca in prima base?”, cazzeggiamo mentre questo, pur con inguardabile elastichetto che se vede che i metrosexual so arivati pure tra i freak di Christiania, chiude, anticipa, pressa e svetta con albina precisione.
“No pasaran!” si esalta Luigi Enrico dall’iberica panca. “Sì ma leva Osvardo!” risponde idealmente la grande famiglia giallorossa.
Che lì davanti qualcosa se move pure, ma è quasi esclusivamente Borini, che vòi pe l’areodinamica da Formula uno garantita dalla nasca, vòi pe l’innata tigna, vòi soprattutto perché quando c’hai 19 anni, a meno che tu non giochi a golf o non te chiami Menez, nello sport se nota, mozzica ogni pallone e pare pericoloso pure quando non fa un cazzo. Quando poi er pericolo se concretizza, che soo dimo a fà, Giulio Cesare se riscopre imperatore dei pali e vola a levà la palla dalla rete e la mano dalla bocca al mordace pischello.

L’Inte, dar canto suo, s’affida a Nagatomo, il quale s’affida a Taddei, il quale smadonnando Luigi Enrico e la dea della duttilità in campo, se chiede: “Ma possibile che proprio oggi che gioco io se divertono tutti tranne me?”. E il bello è che a pensacce bene, con l’eccezione di De Rossi che gioca ogni pallone pensando alla risposta da dà al prossimo de Sky che je chiederà se ha firmato, de Borini che gioca con la voja de vive tipica der miracolato e de Kjaer che pare sempre a un niente dall’ordinare ai sottoposti il passo dell’oca, gli altri non stanno a fa niente di clamoroso. Totti, addirittura, sbaglia i passaggi proprio come li sbaglierebbe na punta da 200 gol che se mettesse a fa er centrocampista tuttofare alla sua età.
Eppure, all’intervallo siamo contenti.

“Se giocamo così le potemo pure perde tutte” se dimo smozzicando bistecche e arrosticini come fossimo Carnivori giocatori in crisi de risultati. “Le potemo pure perde tutte, nce ne frega gnente”, se dimo cor cervello plagiato dar progetto. “Tutte, tutte”, ribadimo da fondamentalisti decoubertiniani, mentre i nostri rientrano in campo co la faccia de chi ormai è convinto che il calcio abbia cambiato regole, preferenze, strumenti, opzioni, cancella cronologia. Perché la sensazione comune a tifosi e giocatori è che segnà, tutto sommato, sia un di più. Quel che conta non è fa gò, ma dà la sensazione de potello fa. E niente più dela posesiòn del balòn te ce fa crede così tanto. Tirà in porta è roba da anticaje e petrella, gesto vintage, reperto da rigattiere, mpo grammofono mpo telefono a gettoni. Er gò. Nostalgia canaglia.

Eppure, beata anacronistica ignoranza, ce sta uno che er gò lo desidera più de ogni altra cosa ar monno, precisamente er gò suo nella porta nostra. Dopo du anni passati a riguardasse su Youtube quello che c’aveva fatto a no sciagurato derby, lo spettinato ad arte Zarate vorebbe tanto riprovà quella gioia, mentre la nostra è già a livelli accettabili quando vediamo che Gasperini, che dio ce lo conservi, lo preferisce a un Pazzini imbullonato in poltrona.
Maurito L’Oreal guizza e scatta con ritrovata verve, si danna, s’accentra, si prepara e si coordina, sfoggiando tutto il suo repertorio di repentini cambi di direzione e invidiabili parabole arcuate che puntualmente non servono a un cazzo. E ogni volta che le laziali vedove di Maurito stan per esultare cor ditino infame pronto sui cellulari e sui profili de Facebook, si ritrovano come lui: mano nei capelli e sul volto, occhi chiusi per la disperazione e il troppo gel colato dai capelli al volto, che il sudòr non è mero fattore liquido, e devi sapello gestì.

Poi esce Pizarro ed entra Gago; quindi esce Borini ed entra Borriello, ma siccome resta Er Cipolla, si capisce che er gò non è priorità, e per le ragioni accennate poco fa, a noi poco ce cambia, anzi.
In compenso la posesiòn non è più così possessiva e tutto lascia presagire che er destino cinico e interista se stia pe profilà; dopo na partita gajarda e tosta stamo solo a cercà de capì quanto grossa, immeritata e dolorosa sarà la beffa.
Ma a quer punto s’abbatte definitivo sur Meazza il fattore Gasperini, nel senso che uno che pe vince leva Forlan pe mette Muntari, er dubbio che er lavoro suo sia in fattoria te lo fa venì. E si rivela inutile anche il tentativo di eliminare il migliore in campo con colpi che non se vedevano manco a Guantanamo nell’era Bush, co un De Rossi che, dopo aver suscitato unanime, trasversale, universale, virile solidarietà, se rialza sbattendo i tacchi a gridar “La stirpe è salva!”. Allora vordì che il progetto c’è, che il futuro è assicurato e il passato non fa più paura, definitivamente, quanno ar minuto 86 er fiordo danese disimpegna de tacco su Snaidero che a botta sicura ridisimpegna sull’ariano stinco cor laccetto, o al minuto 90+3, quando Burdisso sbraga sullo Snaidero de cui sopra e Mazzoleni, in barba ad una tradizione arbitrale sansirina che ha visto sanzionare molto meno, lascia correre, fino al fischio finale.

E allora corriamo e gioiamo come na scolaresca in pizzeria, adelante con juicio, tutti uniti, mano nella mano, co un punto in classifica e mpaio sur capoccione orange.
E allora adelante adelante che il destino è distante ma al volante c'è un uomo ai margini della cui scucchia un soriso finalmente s’affaccia a pronunciar la via, verso l’ignota dimensione spaziotemporale dove, a costo de perde sto balòn per qualche secondo, qualcuno farà gò.

19 settembre - the changeling

I'm the air you breath
Food you eat
Friends your greet
In the sullen street


the changeling - the doors (LA woman)


domenica 18 settembre 2011

sabato 17 settembre 2011

venerdì 16 settembre 2011

Come on rise up!



WE NEED YOU NOW
abbiamo bisogno di te, ORA.

Queste parole urlate da un anonimo finestrino di una macchina americana hanno, a suo dire, dato il via al processo di composizione che ha portato bruce springsteen alla pubblicazione, nell'agosto 2002, di The Rising, primo album in studio con la riformata E Street Band dai tempi addirittura del celeberrimo Born in the USA.

Parole urlate da un fan pochi giorni dopo l'11 settembre 2001, il giorno in cui l'america si è scoperta fragile, debole e spaventata.
Molti sono gli artisti che da quel giorno hanno tratto ispirazione per i loro lavori.
Uno solo si è preoccupato non tanto di giudicare, di condannare, di polemizzare, bensì di raccontare.
Raccontare la gente, le sue paure, i suoi pensieri, anche quelli meno confessabili.
Per lungo tempo il rincorrersi delle voci sull'album lo avevano descritto come un “concept album” sull'11\09.
Questa definizione, mai applicata ad un disco di bruce, aveva spinto molti fans a chiedersi cosa avrebbe potuto essere il filo conduttore dell'opera, come realmente bruce si sarebbe confrontato con la tragedia, in che modo avrebbe dato alle canzoni un'amalgama tale da legarle insieme.
Addirittura, all'uscita dei primi mp3 di contrabbando, qualcuno disse che la singola canzone (the rising) non era valutabile, poiché estrapolata dal concept, portando ad esempio le singole canzoni, addirittura di The wall dei Pink Floyd.

Come ogni disco di bruce, specialmente i successivi a questo, a causa del diffondersi di internet come luogo di comunicazione e confronto tra fans, The Rising divise, creò polemiche, piacque moltissimo ad alcuni, fu detestato da altri.

L'arte prevede questo: uno fa, altri giudicano.
In quest'ottica, ognuno ha ragione, nessuno ha torto (o viceversa).

Però l'argomento affrontato meritava e merita tutt'oggi ben altra ottica.
E quindi cerchiamo di capire, a 10 anni dall'11 settembre ed a 9 dall'uscita del disco, questo fantomatico concept in cosa consiste, ammesso che ci sia.

Prima cosa, The Rising, a mio avviso, NON è un album sull'11 settembre.

É un album sul POST 11 settembre (per questo ho con presunzione voluto far passare il decennale prima di scrivere sta cosa).
È un album sull'America, le sue contraddizioni, la sua forza, la sua debolezza, ma soprattutto la sua GENTE.

È un disco pieno di gente, pompieri, vedove, amici di vedove e vedovi, uomini oscuri, uomini e donne anonime, amanti, figli.

È un disco, tra l'altro, che contiene diverse canzoni scritte PRIMA dell'11 settembre, ma che, come My city of ruins, si adattano terribilmente bene all'atmosfera del disco.

È un disco che come capita all'ottima musica, parla di un particolare ma diventa universale. 
 
La title track ha alcuni riferimenti chiarissimi ai pompieri che entrano nelle torri, ma so per certo e per esperienza personale, essere servita ed essere stata fatta propria da fans in crisi per matrimoni andati a rotoli, delusioni amorose e lavorative, lutti, malattie.

Ma l'album, così come è stato pubblicato, con le canzoni IN QUEL PRECISO ORDINE ha un senso?

Vediamo.

La mia idea è che NON sia un concept album come lo si intende riferendoci appunto a The Wall piuttosto che a molti dischi degli anni 70, ma abbia uno svolgimento comunque abbastanza unitario.
L'america, la gente americana che aveva bisogno IN QUEL MOMENTO di bruce e della sua musica, fanno da filo conduttore, seduti su un fantomatico lettino a confidarsi, a sfogarsi ad aprire il loro cuore a bruce.
Che come forse nessun altro trasforma le emozioni popolari in poesia ed arte, rendendole universali.

Traccia 1: LONESOME DAY
la rabbia, lo sgomento, tv accesa e torri in fiamme, “quando credevo di sapere tutto
quello che avevo bisogno di conoscere di te […] Realmente non conoscevo granchè...”
ma anche incredulità, dubbi, difficoltà ad accettare (perché ci odiano così tanto? Si chiedeva la gente americana in quei giorni).
Meglio che chiedi prima di sparare.
Seme di tradimento, frutto amaro, la ferita è aperta e il sangue sgorga dolorosamente.

Traccia 2: INTO THE FIRE
Il sacrificio viene riconosciuto ed innalzato giustamente ad eroismo. Ma chi era a casa sapendo che un suo caro entrava là dentro, chiede la forza per capire, la speranza per continuare, chiede ancora un po' di quell'amore troncato

Traccia 3: WAITIN' ON A SUNNY DAY
lo sfogo porta lacrime, ma anche da soli si deve andare avanti; può sembrare banale, ma prendere coscienza che ci sarà, che non può non esserci prima o poi un giorno di sole presto o tardi fa guardare avanti e non più indietro. Qualcosa di buono sta arrivando, bruce ci chiede di prepararci ad accoglierlo

Traccia 4: NOTHING MAN
chi è sopravvissuto a cose del genere si chiede spesso, spessissimo perché? perché io si e gli altri no? Perché il mio quotidiano è diventato leggenda? Cosa ho fatto di strano? Cosa vuol dire tutto ciò? Che altri non lo avrebbero fatto? Volete che vi parli di quello che ho fatto e di quello che ho provato? No, è inspiegabile ed incomprensibile. Vi mostrerò qualcosa che sia alla portata di tutti, perché quello che è successo non posso condividerlo. Oppure, come sostengono alcuni, l'uomo da niente semplicemente non riesce a sostenere il peso di tutto questo, pearl and silver indica la pistola e il manico di madreperla (o una lama), il protagonista si suicida perché non è solo la condivisione ad essergli impossibile.

Traccia 5: COUNTIN' ON A MIRACLE
sbalzi di umore, sindrome maniaco-depressiva. Capita a tutti, figurarsi a chi ha vissuto tali tragedie. Un giorno aspetti un giorno di sole, l'altro pensi che non ci sarà nessun lieto fine, anzi nessuna favola. Ma la canzone invita a credere, in se stessi e nell'altro, nel nostro prossimo, nei nostri cari. Anche se non ci sono più, se mancano i baci, i contatti, le labbra e soprattutto, comprensibile sconforto, la fede.

Traccia 6: EMPTY SKY
ecco la prova che ogni giorno ci ricorda cosa è successo. Il buco. Non solo ground zero, con le sue macerie, ma un buco magari meno concreto ma altrettanto doloroso, che ci fa incazzare al punto da voler vendetta, che resta lì sospeso, a farci combattere tra il bene ed il male.

Traccia 7: WORLDS APART
e qui si inizia a ragionare sul dopo, sul “cosa possiamo fare ora?”. Sull'inevitabile avvicinamento di diversi dolori, spesso contrapposti. Qui sta la chiave del vero pacifismo, non di quello di facciata e da utilizzare a piacimento, no. Quello vero, che parte dal cuore e dal cervello, che prende coscienza delle distanze ma ritiene impossibile non provare ad annullarle. O la vita ci unisce o la morte continuerà a dividerci.

Traccia 8: LET'S BE FRIENDS
a chi è rimasto disgustato da questa canzone leggerina dico: vai a vedere dove è collocata: tra worlds apart e further on.
tra il tentativo di far riflettere gli americani sull'integrazione in QUEL PRECISO periodo storico e la storia di un uomo che si allontana dicendo che "noi risorgeremo, lo so", ma indossa stivali da cimitero e non sai se è vivo o morto.
due pezzi da 90, due colossi, per i quali serve tempo per essere metabolizzati.
skin to skin è la pausa caffè, la boccata d'aria, la risata quasi isterica che ci prende per una battuta stupidissima quando abbiamo appena finito di piangere.
è splendidamente funzionale lì, in quel preciso momento.

Traccia 9: FURTHER ON
la notte è buia ma noi risorgeremo in una mattinata di sole.
Testo da un lato carico di tensione in avanti, dall'altro ambiguo con diversi riferimenti alla morte ed appunto al buio.
Canzone precedente al 2001, parla di fare i conti con la propria mortalità credo, con le difficoltà anche durissime che si incontrano sulla strada, sapendo però che la strada va sempre e solo in avanti.

Traccia 10: THE FUSE
L'uomo e la donna, la morte ed il sesso, il lutto e la passione.
Tutto rappresentato da una miccia che prepara ad un'esplosione, senza che si capisca se sarà un bene od un male. Io e te, qui ed ora, nonostante tutto. Ci siamo ancora, l'uno per l'altra, il funerale, la cenere, la luna insanguinata non devono più condizionarci, non ora, spogliati.

Traccia 11: DA MARY
si prende coscienza del lutto, lo si elabora a fatica, specialmente i moltissimi che non hanno avuto un cadavere su cui piangere e si va avanti, tenendo fede alle tradizioni. Veglia funebre, la gente mi strappa un sorriso, balliamo amore, anche se non ci sei più, la folla che urla è la vita, che mi chiama, che vuole che torni a lei, sempre più forte, piangiamo, piangiamo pioggia, piangiamo tutta la pioggia, alza il volume, sono vivo.

Traccia 12: MANCHI TU
la veglia è finita, altro crollo, sono sola, il letto è vuoto, la gente mi chiama, i bambini non capiscono, la TV parla e parla e parla sempre di QUELLO. Un'assenza apparecchiata per cena. Un dolore straziante, una mancanza che toglie il fiato. Nient'altro che lacrime.

Traccia 13: LA RESURREZIONE
singolo di lancio, testo ben chiaro, come ho detto sopra, sepolta a fine disco perché forse per sollevarsi o risorgere prima bisogna passare da tutto quello di cui sopra. Ora non è più solo la gente che parla, ma nel coro è bruce che da la prima risposta al fan: avete bisogno di me? Datemi le vostre mani UNITED WE STAND! Da oggi sarò più che posso con voi, farò la mia parte. Si è sempre sballottati tra il cielo che porta oscurità e morte ed il sogno di una vita che va avanti, comunque. Facciamolo per il protagonista delle strofe, che vede la sua mary a casa, che porta con se il peso dell'armatura e la croce di chi va al sacrificio, facciamolo per loro.

Traccia 14: PARADISE
ora possiamo anche parlare dell'altro, di chi è, cosa prova, cosa gli o le passa per la testa nella piazza affollata del mercato, mentre sta per raggiungere il paradiso.
Canzone capolavoro perché fa in modo che l'ascoltatore entri in un punto di vista così difficile da capire senza minimamente parteggiare o schierarsi. Bruce ce lo fa fare perché vuole che tutto sia sul tavolo in questa partita, anche chi sceglie di dare e darsi la morte. Solo conoscendo possiamo capire e cambiare.

Traccia 15: MY CITY OF RUINS
bruce chiude con un gospel, una preghiera, un'invocazione.
Non è la congregazione sparita, non sono le finestre sbarrate, non è il cerchio rosso sangue il punto focale della canzone.
Il punto focale è che la città in rovine, dice bruce, è MIA.
Io ci sono dentro, io vedo le puttane e gli sbandati, vedo le rovine, vedo le anime perse.
Ma tutto questo lo sento MIO e non lo lascio.
Avanti alziamoci, tutti quanti.
COME ON RISE UP ottantamila voci, lo stadio di san siro, un urlo che suggella un patto indissolubile tra chi aveva bisogno di lui e bruce; bruce che dal pianoforte si gira verso la folla con uno sguardo di stupendo sbigottimento: noi ci siamo, noi vogliamo andare avanti.

COME ON RISE UP!!