sabato 20 maggio 2017

Gli eroi son tutti giovani e belli (In morte di Chris Cornell)




Ogni volta che muore un personaggio famoso, in questa epoca di social, connessioni e condivisioni, si scatenano puntuali come la rata del mutuo e le vocali a caso nelle canzoni di Vasco, le solite polemiche.

Chi dice che chi è dispiaciuto lo fa per darsi un tono
Chi dice che quelli che non conoscono a menadito l'opera omnia del defunto NON HANNO DIRITTO di essere dispiaciuti
Chi dice che chi si dispiace è un mollaccione
Chi dice che chi non si dispiace è un cinico

Il suicidio di Chris Cornell non ha ovviamente fatto eccezione.

La morte di un musicista, almeno a me, colpisce sempre in modo particolare.

Oggi non voglio parlare di Cornell o dei Soundgarden, per quanto io mentre la cosiddetta "scena di Seattle" esplodeva (ed implodeva) fossi un ventenne che cercava buona musica ovunque, ma senza gli strumenti attuali per trovarla.

Oltre a tutte le diatribe polemiche di cui sopra, c'è un altro discorso che puntualmente viene fuori e cioè quello che "con tutti quelli che muoiono di fame, perchè dovrei essere dispiaciuto per un musicista?". 
Benaltrismo in salsa rock, insomma, ma con una punta innegabile di verità.

Perchè ci colpisce così la morte di una rockstar, che sia Cornell, o Bowie, o Leonard Cohen o uno dei tantissimi scomparsi negli ultimi 16\20 mesi?

Ho saputo della morte di Cornell giovedì, leggendo un messaggio su whatsapp dopo aver finito una riunione in ufficio dove cercavamo di redistribuire le poche risorse a disposizione per aiutare nuclei familiari in grave, a volte gravissima difficoltà.

Eppure, quella notizia mi ha colpito enormemente.

Perchè, ci dicevamo poche ore dopo con un amico, davanti a fatti del genere ci sentiamo più coinvolti che davanti a situazioni drammatiche come la Siria?

Io ho la fortuna di fare un lavoro per cui le priorità della vita e la gravità delle cose se dovessero sfuggirmi mi sarebbero presto ripresentate davanti con drammatica chiarezza.

Penso però che non sia giusto paragonare le reazioni di fronte alla scomparsa di un personaggio pubblico e davanti a cronache tragiche da zone di guerra.

Penso soprattutto che mettere sullo stesso piano le due cose sia sciocco ed una profonda mancanza di rispetto principalmente verso i meno "famosi".

Ma penso anche che due notizie così diverse colpiscano l'immaginario di una persona in modo assolutamente dissimile.

Il cantante, il musicista, l'artista, soprattutto e nella misura in cui sia importante per noi, coinvolge una parte del nostro pensiero, delle nostre fantasie, scatena un processo emulativo - identificativo per via del quale la sua scomparsa ci scatena reazioni (forse in modo artificiale, ma comunque) simili al lutto.

Gli eroi son tutti giovani e belli, cantava Guccini.

Ed in quanto giovani, belli e soprattutto eroi, non hanno il diritto di morire.

Discorso che se applicato al grunge trova drammatiche smentite, se si pensa alle overdose che ci hanno portato via Andy Wood e dopo di lui Layne Stanley, oltre chiaramente al colpo di fucile che facendo saltare il cervello di Kurt Cobain ha spento nel modo peggiore possibile "la moda" della prima metà degli anni 90.

Ma il fan, anzi il Fan, quello duro e puro, di chiunque si stia parlando, non accetta la fine. Anche in contesti dove la musica è cupa, dura, dolorosa, noi appassionati troviamo sempre nelle note, nei suoni ed ovviamente nelle parole dei nostri idoli consolazione, comprensione, condivisione, catarsi.

L'urlo di dolore dei Nirvana prima di quel fottuto aprile 94 ha tenuto in vita ragazzi che come Cobain pensavano fosse meglio bruciare in fretta piuttosto che spegnersi lentamente. La sua morte li ha fatti sentire più soli, deboli, incompresi.

Nell'infinito elenco di morti celebri, i musicisti hanno sempre lasciato vuoti enormi dentro l'anima di chi li amava, perché dentro a quelle canzoni, molti trovavano una ragione di vita se non addirittura la vita stessa.

Esiste però un solo strumento a nostra disposizione, per proteggerci da certi dolori.

La loro musica.

Perchè alla fine, quello che ci fa innamorare di loro, è la loro arte.

E la loro arte, se è degna di una A maiuscola, resta. Sempre.

Nel giugno 2011 morì Clarence Clemons, il Big Man della E Street Band.

Lo venni a sapere grazie ad un sms della mia amica Lorenza, che mi scrisse solo "Oh cazzo".

Era un sabato mattina.

Fino al lunedì successivo ebbi quasi paura di avvicinarmi allo scaffale dei cd, poi decisi che dovevo.

Presi Born to Run, misi le cuffie e feci partire Jungleland.

C'era ancora!!!!

Il solo, IL solo di sax, era lì, per me, come ogni volta in cui ne avevo sentito bisogno. Una piccola parte di me forse temeva il contrario, ma fu grande il sollievo nel capire che il Big Man sarebbe rimasto con me, dentro quei solchi.

Anche l'occhio però vuole la sua parte ed io ci misi un anno a realizzare che se n'era andato davvero, quando vidi Springsteen a San Siro e quella scena che nella mia immaginazione era perfetta (lui e Big Man uno accanto all'altro) venne sostituita dalla figura di quel cane in chiesa di Jake.
Che botta, cazzo, che botta. VATTENE!!! LEVATI!!!! Urlai come un invasato, rabbioso e scandalizzato. Ridatemi, pensavo con quell'egoismo che solo un fan ha anche se non lo ammette, che mi si stesse facendo un torto, lo si stesse facendo proprio A ME!

L'amore per un musicista ha un canale principale, se non unico, di espressione: loro suonano - io ascolto; e nell'ascolto io trovo ancora l'artista che amo, le sue parole che mi parlano (e parlano ad ognuno di noi, personalmente, vero che è così no?), le canzoni, gli insegnamenti, i consigli, tutto quello che una insana passione mi permette di trovare dentro sette note e brani di qualche minuto.

La scomparsa improvvisa e violentissima di Chris Cornell mi ha colpito, davvero.

Credo però che il bene fatto ai suoi Fans dalla sua musica resti, perchè in quelle canzoni si potranno ancora trovare tutte quelle cose che abbiamo trovato fino a mercoledì scorso.


Le parole che dici non sembrano
mai essere all’altezza
di quelle dentro la tua testa
Le vite che facciamo
Non sembrano mai portarci da nessuna parte
se non morti








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