sabato 6 gennaio 2018

Segui sempre i tuoi sogni. Al bivio con i Cheap Wine



C'è un uomo ad un incrocio, all'inizio di Dreams, dodicesimo album dei Cheap Wine, eroico gruppo rock marchigiano che ha festeggiato con questo disco il ventesimo anno di attività. (VENTANNI!!)

Metti l'incrocio che noi malati di america chiamiamo crossroad, mettici la chitarra all'inizio di Full of Glow che sa molto di stones, in un attimo si capisce che stiamo entrando in una storia importante, da leggere, ascoltare e vivere con attenzione.

Quindi il bivio, le crossroads, il blues, che in questo album striscia insidioso un po' in ogni pezzo e ci aiuta a comprendere quanto sia profondo il travaglio del protagonista; e dove c'è un bivio e dove c'è il blues, non può che esserci Robert Johnson.

Full of Glow apre il disco facendoci intendere che chi parla lo vuol fare direttamente, senza filtri o bugie e senza peli sulla lingua; tutte le canzoni del disco sono scritte in prima persona e alla fine dell'ascolto di Dreams, forte è l'impressione di aver ascoltato un amico raccontarci del suo viaggio all'inferno, felice di potercelo raccontare.

Il mondo è in disordine, soprattutto quello interiore, e per provare a muoverci dobbiamo incontrare strani personaggi. Sono diversi quelli che compaiono nel disco, a partire dal serpente pigro ed orbo, che predica calma, per proseguire con il blues in persona, mister Robert Johnson, che appare a fine canzone, in compagnia ovviamente del diavolo, per dare la scossa necessaria ad intraprendere questo doloroso viaggio.

La musica come salvezza e come peccato dunque, la spinta per procedere ed il demone sempre a fianco, la musica che contiene in sé gli elementi fondamentali per salvarsi: l'amore ed il sogno, ma che ti ricorda sempre che la tentazione, quella più dolce, è sempre dietro l'angolo.

Full of Glow va collegata alla title track, perchè l'uomo che davanti ad un incrocio resta paralizzato dall'indecisione è lo stesso che parla ad un figlio nel brano conclusivo; la strada è stata lunga, dura e pericolosa, sono servite lacrime, sangue e merda, ma alla fine la strada porta ad un traguardo, che NON sono i fiori sgargianti in copertina, bensì il cielo che si intravede dentro di essi.

Ma per arrivare a tenere in braccio un figlio, metafora molto concreta ed autobiografica e potergli indicare a sua volta una strada, il nostro protagonista passa attraverso momenti importanti e dolorosi.

Il capire la necessità di spogliarsi di tutto per arrivare al cuore, al nocciolo della vita, porta l'uomo alla nudità ed alla derisione; il mondo oggi è pieno di cose e chi se ne libera, fino all'estrema rinuncia, viene deriso, perseguitato ed arrestato, tragicomico paradosso della realtà dove "è il travestimento da condannare".

Un inquietante pagliaccio "kinghiano" compare in The wise man's finger, amara ballata che sottolinea come ormai l'essenziale sia diventato contorno e tutti si affannino alla ricerca del futile. Perfino la luna guarda il dito del saggio, conclude tristemente l'uomo che cammina al buio, uno dei pochi con un cuore, costretto però a nasconderlo, perché ormai anche il cielo non si interessa più della verità ed il diavolo può avvolgerci con i suoi occhi carichi di morte.

Prospettive del genere non fanno altro che creare inquietudine in chi ancora cerca un senso al proprio esistere, quindi in Pieces of disquiet è la paura che regna sovrana, la paura della notte, del buio per gli occhi e per l'anima, che blocca e rende incapaci di proseguire. È l'ennesimo momento cruciale continuare, combattere la paura o arrendersi ad essa? Il brano non risponde, l'uomo è perso ad ascoltare il silenzio nella sua testa, rotto solo da angoscianti insetti che ci camminano dentro.

Bob Dylan che rivisita Orwell, questa a caldo l'impressione che ho avuto ascoltando e leggendo la traduzione di Bad Crumbs and pats on the back; uno scenario tragicomico, conigli e maiali, i corvi che banchettano, il degrado sembra inarrestabile, ma il protagonista in tutto questo fa due cose: si sveglia e ritrova nel suo essere bambino la purezza necessaria ad andare oltre; dopo tanto buio forse davvero è una giornata di sole.

Il viaggio continua quindi e l'uomo si concede il lusso di guardarsi attorno, dopo tanta miseria e tanta oscurità, per riscoprire nella semplicità di ciò che abbiamo attorno un buon motivo per essere speranzosi. In Cradling my mind ancora non si sa dove si stia andando, ma questa indecisione ora è affiancata da una serenità nuova.

Musicalmente tutto il disco pulsa di una energia nascosta, mai esplicita, basso e batteria danno forte il senso della vitalità dell'uomo, ma i giri restano sempre bassi, il motore è impaziente ma il piede non schiaccia mai l'acceleratore fino in fondo.

Tranne in For the brave, dove la macchina da rock che sono da 20 anni i Cheap Wine deflagra potente con l'organo che da la carica come una tromba davanti ad un battaglione pronto all'attacco conclusivo. Ci vuole coraggio, capisce l'uomo dopo che la luce ha preso il posto del buio ed ora l'orizzonte appare meno scuro. C'è una via d'uscita per i coraggiosi, da questo posto che sembra il paese dei balocchi di Pinocchio, raccontato però da Lovecraft.

Si inizia ad intravedere l'uscita e gli ultimi brani ci raccontano le tappe finali dell'uomo, che capisce come l'amore sia la forza principale per attraversare la pioggia come l'arcobaleno. I wish I were the rainbow è la luce che illumina un volto tra tanti rendendolo però unico agli occhi di chi lo incontra, è un sorriso che ci denuda ma stavolta per amore, con amore, per farci arrivare al nostro io più profondo.

Il viaggio è finito, l'uomo riflette sdraiato sul letto, due paia di gambe che si incrociano, pensieri che si alzano e l'uomo che  capisce che tutto quello che è successo prima non va dimenticato, nè perduto, ma conservato per crescere; è tempo di volare ora, liberi da fardelli inutili e rischiosi.

Arriviamo a Dreams, brano che chiude il disco. 

L'uomo è sul letto, vicino ad un bambino, suo figlio, che cerca di svegliarsi o forse dorme ancora.
L'uomo gli parla come mai ha fatto prima d'ora, le sue parole sono amore, saggezza e libertà: figlio mio, sono qui di fianco a te e ci sono arrivato passando per strade cariche di indecisione, buio, falsità, dolore, ma siamo qui, ora e là fuori c'è un mondo che si sta preparando per te.
Le parole di questa canzone avvolgono il cuore di bellezza ed amore, una sorta di testamento spirituale, per il figlio ma anche per sè stesso, come un esame di coscienza per capire se tutto è stato fatto, e la risposta è SI.

Il padre sa che il figlio dovrà fare la sua strada e probabilmente in certi momenti non ascolterà affatto i suoi consigli, ma sa anche che questo è il fine ultimo di ogni vita davvero vissuta, lasciare qualcosa di buono nella vita di chi ci sta accanto, soprattutto nella vita di chi da noi ha ricevuto la vita.

E dopo tutto quello che ha passato, quando le utopie che pensava fossero sogni irrealizzabili hanno iniziato ad essere concreti obiettivi ecco che ci viene svelato come l'uomo (ed i Cheap Wine stessi) sublimi in questo momento tutte le sue esperienze. L'uomo è scappato dalla beggar town di cui i CW cantavano nel disco precedente ed il padre non si stanca di ricordare che "the system is based on lies" (titolo del terzultimo album e primo di una trilogia che si chiude ora).

Resta un bambino, resta una frase che sintetizza una vita e una carriera 
"più di ogni altra cosa, segui sempre i tuoi sogni".

La musica pian piano sfuma, lasciando spazio ad un rumore di sottofondo, quasi come di grilli alle prime ore mattutine.

C'è un giorno nuovo da vivere, c'è una vita nuova da costruire.



lunedì 1 gennaio 2018

La prima dell'anno - Tra propositi e ritorni

Come da tradizione, la prima canzone che ascolto il 1 gennaio ha un significato simbolico ed augurale per l'anno nuovo.

Per il 2018, sono diversi i propositi, tra quelli di cui si può parlare su internet, sia chiaro, che degli altri ne parlo in separata sede con la mia famiglia.

Ad un certo punto, più o meno a metà dello scorso anno, ho avuto un calo assoluto dell'entusiasmo verso tutto quello di cui ho riempito il mio tempo libero: associazioni, libri, serate; ero arrivato ad un punto in cui non pensavo che il gioco valesse più la candela, troppe incazzature, troppe delusioni, troppi no per delle cose da cui non volevo certo guadagnarci soldi ma divertimento e gratificazioni.

Verso la fine dell'anno ho riflettuto su questo calo e mi sono accorto che molte di quelle cose mi mancavano, soprattutto perché continuavo a pensarci e a immaginarmi cose da poter fare; come al solito i 3 giorni di Su La Testa mi hanno fatto capire che a certi momenti non ho voglia di rinunciare

Sforzandomi di essere maggiormente tollerante alle frustrazioni e meno impulsivo nel buttarmi a pesce in ogni situazione, aspettandomi che anche gli altri facciano lo stesso con me, ho quindi in ballo diverse cose, novità e ritorni.

In ordine cronologico quindi:

- da domenica 7 gennaio riparte Championship Vinyl su BRG Radio; con alcune modifiche, racconterò di nuovo la storia del rock, ma seguendo il calendario

- da venerdì 12 gennaio, una volta al mese, sarò ospite su Radio Savona Sound nel programma Mr Rock, condotto da Alfa & Mr Rock; insieme ad Alfonso e Marco sto organizzando le puntate in modo che seguano pure queste un filo conduttore, se siete curiosi di sapere come, seguite il programma, ogni venerdì dalle 21 alle 23

- entro la prima metà dell'anno darò alle stampe il mio terzo libro, autoprodotto, di cui ad oggi non posso dirvi altro se non che sarà o una raccolta di poesie o una raccolta di miei scritti a tema musicale (con divagazioni sparse, chiaramente). Va da sé che quello escluso, presto o tardi, lo pubblicherò comunque. Gradite ovviamente proposte e suggerimenti su quale scegliere per primo.

- il 31 dicembre ho fatto una proposta per una ennesima trasmissione radio in una ennesima stazione radio, che di primo acchito è stata accolta molto bene; non dico altro, ma anche qui potrebbero esserci novità a breve.

Ecco quindi che con tutta questa carne al fuoco, il buon proposito di capodanno non può che essere una canzone che parli di ostinazione.

E con ostinazione dico che:

Resterò sulla mia posizione
Non sarò capovolto
E impedirò che questo mondo mi trascini
resterò sulla mia posizione
E non cederò

I won't back down - Tom Petty

Well, I won’t back down
No, I won’t back down
You can stand me up at the gates of hell
But I won’t back down

No, I’ll stand my ground
Won’t be turned around
And I’ll keep this world from draggin’ me down
Gonna stand my ground
And I won’t back down

I won’t back down
Hey baby, there ain’t no easy way out
I won’t back down
Hey I will stand my ground
And I won’t back down

Well I know what’s right
I got just one life
In a world that keeps on pushin’ me around
But I stand my ground
And I won’t back down

I won’t back down
Hey baby, there ain’t no easy way out
I won’t back down
Hey, I will stand my ground
And I won’t back down
I won’t back down
Hey baby, there ain’t no easy way out
I won’t back down
Hey, I will stand my ground
And I won’t back down
No, I won’t back down

giovedì 28 dicembre 2017

Trasferimenti lavorativi e nuovi stimoli



Con la giornata di oggi, termino a tutti gli effetti di essere un dipendente comunale.

Dopo quasi 18 anni e due Comuni, da domani inizierò a lavorare per l'ASL 2, all'ospedale S.Corona di Pietra Ligure.

È strano vivere queste ore con l'impazienza di incominciare e l'ansia di non aver ben chiaro a cosa stia andando incontro.
Di certo so che la mia strada in Comune era conclusa e non parlo del comune specifico dove ho lavorato fino ad oggi, ma in senso più ampio.
Premesso che non mi considero un dipendente modello e quindi non starò a fare le morali su impegno e dedizione, lavorare in un comune per noi assistenti sociali sta diventando ogni giorno più difficile.
Il volontario e scientifico smantellamento dello stato sociale da parte di tutte le forze parlamentari, abbinato ad una costante costruzione di impalcature non visibili ma dannatamente concrete come l'abuso di burocrazia e di rimbalzi tra uffici, ha avuto nel corso degli anni il risultato di isolare gli uffici stessi, lasciandoli soli in una immaginaria trincea, riducendo però gradualmente ogni tipo di strumento e risposta a loro disposizione.
La crisi economica, la nascita di nuove fasce deboli ( i miei coetanei ad esempio, 40\50enni che escono dal mondo dl lavoro e non riescono più a rientrarvi, con la prospettiva di 20\25 anni di disoccupazione o lavoro nero prima di una nemmeno così probabile pensione) hanno scavato un solco profondo tra i cittadini e le istituzioni.
Cercano di resistere le amministrazioni comunali di piccole realtà, dove i sindaci e gli assessori non sono solo "un ruolo", ma sono persone radicate in quell'ambiente.
Massima considerazione quindi alle giunte comunali con cui ho lavorato, agli assessori che sebbene distanti anni luce dalle mie idee politiche non hanno mai mancato di rispetto nè a me, nè tantomeno al nostro ruolo. Rispetto che è sempre stato reciproco.

Però il nostro è un lavoro che si basa sugli stimoli molto, ma molto più che sulle gratificazioni, quindi esaurendosi i primi e mancando quasi totalmente le seconde, il rischio di spegnersi è forte.
Pur tenendo presente quanto detto prima sul mio non essere un dipendente modello, penso di poter dire che mai ho dimenticato, anche nei momenti di maggior demotivazione di avere davanti persone, famiglie, storie che non meritavano nulla di meno del mio 100% di impegno, qualunque fosse il risultato a cui potesse portare.
Quando poi mi sono accorto che non solo il mio 100% non era più così garantito, ma le risposte che le istituzioni offrivano ai cittadini attraverso la mia scrivania erano in ogni caso insufficienti, ecco che non ho potuto non guardarmi intorno e cercare una alternativa.
Nel momento in cui i nostri uffici, i distretti, gli ATS hanno incominciato a diventare dei "rispostifici" retorici e spesso inconcludenti, lo stato sociale era bello che morto, da tempo.
Morto lo stato sociale, il rischio è veder morire anche la nostra professione, ridotta a megafono perfino mezzo scarico di proclami buoni solo per la stampa e composti da facciate talmente sottili da essere ormai trasparenti.
È arrivata allora la possibilità di una esperienza nuova, che messa a confronto con la possibilità di vivacchiare nascondendomi dietro a chi "in alto" rende impossibile svolgere il nostro lavoro in modo soddisfacente, ha stravinto la sfida.
Mi era già successo 9 anni fa, il ritrovarmi a girare a vuoto, a concludere poco e niente, a vivere le ore lavorative col pilota automatico, e anche allora ebbi la fortuna di poter cambiare ufficio, di andare a lavorare in un comune più grande, con più colleghi con i quali confrontarmi ed ovviamente nuovi stimoli.
Certo, le prospettive allora erano tanto buone quanto, col senno di poi, poco concrete, ma ho la fortuna di avere un buon senso autocritico e ho perfettamente chiaro i miei sbagli e le mie mancanze, che hanno contribuito al non realizzarsi di quelle prospettive.
Da domani lavorerò in un ospedale, in un ambiente a stragrande maggioranza sanitario, con un ruolo non ancora definito e dalla grammatica ancora incerta.
Non sono così ingenuo da negare i problemi della sanità e di s.corona in particolare, ma credo che lavorare in settori "a rischio" sia una componente inevitabile della mia professione.
Un posto dove tra le tante cose, avrò spero la possibilità di concretizzare quel discorso di RETE SOCIALE che mi segue dal primo anno di università, svolgendo una funzione di raccordo tra l'ospedale ed il territorio, creando i presupposti per una dimissione protetta e "morbida", per una collaborazione tra servizi e cittadinanza di cui tanto si parla negli ambienti professionali.
Ovviamente ci saranno delusioni, magari ripensamenti, incazzature e ridimensionamenti delle aspettative, ma sono tutte cose che già ho provato e che avendo ben presenti posso quantomeno tentare di evitare o ridurre.
Tanti dubbi, ma la sottile eccitazione di avere davanti una pagina bianca, vuota, e la libertà di poterci scrivere una storia nuova.
La mia collega neo pensionata della quale prenderò il posto, mi ha detto, estremizzando, che in 30 anni non le è mai capitato di passare un giorno senza fare qualcosa che non aveva mai fatto prima.
Ecco gli stimoli!

Con incoscienza e voglia di cambiare, prendo la rincorsa e mi butto, sono abituato agli atterraggi difficoltosi, magari prima o poi andrà bene.

sabato 23 dicembre 2017

Trovare un senso nell'alzare la testa (Festival, varie ed eventuali)



In questa foto, fatta nei camerini del Teatro Ambra la seconda sera di Su La testa 2017, sta per me molto se non tutto del senso del festival stesso.

L'uomo con la maglietta dei Gang e l'importante accoppiata pantaloni - camicia è Jono Manson ed insomma, se vi interessa un certo tipo di musica lo conoscete per forza, bluesman, rocker, produttore (anche di artisti italiani come Edoardo Bennato e gli stessi Gang), uomo di una umiltà di una simpatia e di una disponibilità più uniche che rare.

Il ragazzo piegato sulla chitarra invece si chiama Francesco De Maria, non ha ancora 20 anni e suona nei Seawards insieme a Giulia Benvenuto, nemmeno lei ventenne.

Nella foto sta suonando la chitarra di Jono, dopo che Jono ci ha raccontato la storia di quella chitarra, l'età di quella chitarra ed indirettamente il valore di quella chitarra; poi lo ha guardato e gli ha detto di provarla.

Su La testa è quella cosa che provoca scene del genere, tra musicisti che non si conoscevano fino a pochi minuti prima, tra amanti della musica, della cultura e del bello, per le quali è del tutto normale, come è giusto che sia, condividere emozioni, impressioni, strumenti musicali.

Su La testa è quella cosa che ad una trentina di persone inizia a ronzare in testa dai primi di settembre; riaprono le scuole, finisce l'estate, si inizia a pensare al festival, ormai le stagioni sono cadenzate così e l'autunno vuol dire questo, vuol dire riunioni, pizze, scazzi, polemiche, malumori, entusiasmo che cresce, legami.

Poi all'avvicinarsi dell'inverno, ecco che per tre giorni quelle 30 persone diventano una squadra, ognuna con il suo ruolo e la magia si ripete.

E la magia contagia anche chi al festival viene a suonare, se è vero come è vero che in 5 anni che ne faccio parte, momenti come quello di jono e francesco ne ho visti accadere parecchi.

Su La Testa è una dichiarazione d'amore, che dura 3 giorni ma che viene studiata almeno 4 mesi.

Una dichiarazione d'amore ad Albenga, da dove più o meno veniamo tutti.
Una dichiarazione d'amore ed una sfida, il portare qualcosa di bello e profondo nella distratta provincia.

Una sfida che ancora non siamo riusciti a vincere, ma che nel nostro ostinarci a combatterla ci vede comunque vincitori, nonostante le difficoltà e i posti vuoti in teatro.

Amore & sfida, queste due caratteristiche mai come quest'anno mi sono sembrate evidenti.

La voglia e la testardaggine con cui continuiamo a proporre musica magari non semplice ma di sicuro valore è appunto la sfida che pensiamo sia giusto affrontare, affrontarla per amore, come ho detto, perchè ad un posto che si ama si cerca di portare qualcosa di bello, di grande, di meglio.

Tre giorni pieni, iniziati con il pop intelligente di Hugolini a cui ha fatto da contraltare l'incrocio tra folk irlandese e napoletanità verace dei Blindur, proseguita con l'eleganza di L'Aura e con la grinta dei Perturbazione.

Ma Su La Testa non è solo 3 sere di musica, ma anche dei pomeriggi in cui ascoltare. E guardare. E venerdì abbiamo guardato, con gli occhi di Valentina Tamborra, fotoreporter che ha documentato la situazione al confine di Ventimiglia come di Como o di Bardonecchia, che ha raccontato le storie dietro a quegli occhi, a quelle tende, a quei piedi scalzi. Insieme a lei 3 ragazzi che quelle storie le hanno vissute hanno ammutolito un salone pieno di gente, mentre chi traduceva le loro parole faticava a renderne per intero la drammaticità e la veridicità. 

Mi emoziono sempre al festival, vuoi per una canzone in un momento particolare, vuoi per qualcuno che sale sul palco ed incanta; ma quest'anno mentre la stessa Valentina si doveva interrompere per calmare il pianto, i miei occhi si sono riempiti di lacrime per i racconti di padri e figlie che combattono fianco a fianco.

Da lì in poi è stato più facile vincere l'ansia da presentatore, avendo toccato con mano quelli che sono i veri ostacoli e le vere difficoltà di vite che per quanto provino a tenerci lontane, sono a pochi passi da noi.

È stata poi la volta dei Gnu Quartet e della loro maestria, la bellezza di 4 persone che rispondono SI all'invito fatto in extremis e salgono su un palco dove non erano stati annunciati, in un festival che non ha fatto loro la minima pubblicità senza battere ciglio, con la loro simpatia ed enorme generosità, offrendo una ennesima dimostrazione del loro grandissimo talento.

Spazio poi a Jono Manson e ai suoi 3 amici (Jaime Michaels, Radoslav Lorkovic e Paolo Ercoli) che si sono messi in cerchio come davanti ad un falò e ci hanno raccontato storie e suoni di tempi passati.

È stata la volta dei Seawards, di Giulia & Francesco, che in due hanno meno della mia età, ma le idee ce le hanno ben chiare e solo con la chitarra e la (bellissima) voce sembravano due veterani. Ero dietro le quinte durante il loro set e guardavo Giulia, concentrata, tesa, ma totalmente DENTRO le sue canzoni, la guardavo muoversi per il palco quasi affrontando un nemico, scacciare i timori gesticolando nervosamente, avvicinarsi a Francesco quasi a dare ed offrire protezione, per uscire poi dal palco con lui completamente da vincitori.

Capisco che l'elettronica sia uno strumento a cui oggi è difficile dire di no, ma le già interessanti canzoni del loro EP 85bpm, nella veste acustica mi entusiasmano molto di più, anche se buona parte del motivo sta nel fatto che, come ho detto, loro due insieme hanno meno dei miei anni.

Ginevra Di Marco insieme a Jono era l'ospite che aspettavo di più e la mezz'ora passata con lei nei camerini, il trovarla così disponibile, mi ha fatto apprezzare ancora di più la sua trascinante esibizione.

Ginevra per me è l'emblema femminile degli anni 90, la sua voce al servizio dei CSI e poi quella ricerca di radici e qualità che l'ha portata ad omaggiare con una credibilità sorprendente una gigantessa come Mercedes Sosa

Ma soprattutto è il ricordo della prima volta che andai a Su la testa da spettatore e lei fece un set bellissimo, concluso da una trascinante versione di Malarazza di Modugno.

Le chiedono il bis e lei ci (mi) regala di nuovo Malarazza, facendo alzare in piedi il pubblico.

L'ultima serata poi è stata all'insegna della dolcezza, da quella di Giua  a quella di Federica e Marilena, anche loro napoletane doc, in arte Fede'n'Marlen.

Di loro avevo ascoltato l'album Mandorle, napoletano nel midollo ma senza diventare neomelodico; ritmo, fascino e due bellissime voci.

Poi arrivano, ed oltre al duo che conquisterà il pubblico di Su la testa scopro tante altre cose belle di Federica e Marilena, che sono quasi timide, che è la prima volta che vengono in Liguria e che soprattutto hanno quella cadenza, quel dialetto, quelle espressioni che mi riscaldano il cuore ed il sangue, proprio nel giorno in cui ricordo l'anniversario della scomparsa del mio beneventanissimo papà.

Sul palco poi sono formidabili, seducono l'ambra in pochi istanti, con le loro canzoni ma anche portandosi sul palco con sincerità, simpatia e perchè no, un filo di cazzimma che male non fa.

Hanno pure il coraggio di cantare un pezzo del Principe De Curtis, alternando dialetto e spagnolo.

Prima di loro Giua, una tempesta di capelli biondi sopra un bellissimo viso sempre sorridente e disponibile.

Una voce particolare ed un senso dell'umorismo sottile ed irresistibile.

Apre l'ultima serata di Su la testa insieme a Stefano Cabrera incantandoci con la sua ironia dopo aver scherzato nel backstage come fossimo vecchi amici.

A lei è legato uno dei ricordi più belli delle edizioni del festival a cui ho partecipato, quando prima del suo concerto con il maestro Armando Corsi, nel 2012, feci 4 chiacchiere con loro su punti di contatto e differenze tra i due centri storici più belli d'Italia, Genova ed Albenga.

Un capitolo a parte meriterebbe Paolo Benvegnù.
Da quando ho iniziato a far parte dello Zoo ho sempre osservato la distanza tra la persona e l'artista e di fronte a delusioni abbastanza cocenti, molte volte sono rimasto stupito della semplicità di cantanti e musicisti talentuosi.

Benvegnù forse va oltre.

La sua non è solo educazione, disponibilità, simpatia.

Quando leggemmo le note di presentazione del suo ufficio stampa, noi presentatori iniziammo a vedere la figura di Paolo Benvegnù come un mistico eremita che camminasse avvolto da una scia di vapore che lo potesse isolare dal mondo terreno e volgare.

La complessità dei suoi testi, la presunzione (ben riposta) di avere qualcosa da dire che meritasse una attenzione maggiore della media, l'arroganza sfrontata con cui si ostinava a volerlo dire nonostante, beh nonostante tutto dai, ci fece temere di trovarci di fronte alla quintessenza dello snobismo.

Nulla di più sbagliato.

Già dal pomeriggio, durante il soundcheck, ha iniziato a comportarsi con l'umiltà del debuttante, con la gentilezza dell'ospite, con una educazione quasi imbarazzante.

Nei camerini poi poco mancava che si scusasse per il rischio di rovinare la serata con la sua musica, mentre non si risparmiava in complimenti per chi si era appena esibito (cosa più unica che rara, specie se fatta con tale trasporto, da parte di un musicista verso dei colleghi)

Un uomo meraviglioso, che ha steso la platea investendola con le sue liriche importanti avvolte in un pathos creato ad arte dai suoi bravissimi musicisti.

Seduto, quasi a non disturbare con la sua fisicità l'importanza delle parole.

Conclusione danzereccia con gli Statuto che hanno trasformato l'Ambra in una bella pista da ballo, con la gente che pian piano è arrivata a ballare sotto il palco durante la conclusiva "One step beyond".

Loro restano fedeli alla filosofia mod, si muovono come fossero una banda, li immagino che avrebbero voluto parcheggiare le Lambretta fuori dal teatro e poi una volta dentro non fanno prigionieri.

Alla fine, mentre osservavo i volti delle persone al dopofestival, trovavo in molti il piacere di sentirsi parte di una comunità, unita dalla voglia di passare una serata diversa, dalla voglia di divertirsi senza replicare i soliti schemi da sabato sera.

Ed ecco che il senso di tutto questo l'ho ritrovato nel gesto semplice ma intenso di un chitarrista che porge il suo strumento ad un giovanissimo collega, nelle persone che dal nulla si inventano cassieri, presentatori, baristi, cuochi, accompagnatori, nel desiderio di lasciare un segno tangibile della propria esistenza a chi ci esiste di fianco e magari non ci conosce.

Ed ecco che Su La Testa non è solo uno slogan, una citazione, un invito, ma diventa la sfida di cui parlavo prima: diventa l'importanza di dimostrare a tutti di essere vivi e di dimostrarlo rendendo la propria città migliore e di conseguenza più viva.

Allora i rancori, i malumori, gli scazzi che inevitabilmente ci portiamo dietro non devono più esserci di ostacolo, ma fanno parte anch'essi di questa sfida.

Una sfida che vinciamo tutti assieme e che continueremo a combattere insistendo affinchè sempre più persone si uniscano a noi.

mercoledì 29 novembre 2017

Long Time Comin' - Di prevendite, dediche, sms e gravidanze



Primavera 2005.
La famiglia Calandriello attende il primo figlio.

Mia moglie sta bene, io sono agitato, il tutto avvolto in quell'ovatta dentro la quale le coppie vivono l'attesa per il\la primogenita.

All'improvviso, dal nulla, Springsteen pubblica Devils and Dust e la tranquilla ovattata serena armonia familiare viene messa a dura prova.

Tre date, Bologna, Roma e Milano.

Prezzi alti per un tour acustico con ambizioni "teatrali" ma suonato in palazzetti tipo il palamalaguti.

Sale impetuosa l'indignazione del popolo springsteeniano, tra cui il sottoscritto: è ora di smetterla!!!!

Alla fne però, sto concerto lo voglio vedere eccome, quindi nella nostra ovattata cucina nel paesello, io e mia moglie decidiamo di andare IN TRE a Bologna, che è sabato, così dormiamo lì e torniamo con calma, che poi è un concerto da star seduti e non si suda e così la sposa e la nascitura non si affaticano.

La prevendita parte di lunedì ed il cala prende ferie, non si capisce bene perchè, dato che al paesello "ancun grassie" se arriva la 56k e poi non abbiamo la carta di credito, però oh, va bene, mi piazzerò davanti al pc a tessere relazioni nel meraviglioso mondo springsteeniano (leggasi: elemosinerò biglietti).

La sposa esce per andare a lavorare che son manco le 8 ed il Cala è già in postazione, salcazzo a far cosa, che ticketone apre alle 10, ma tant'è.

Ovviamente il tentativo di acquisto on line non va a buon fine, però tra amici, brada, amici degli amici, brada dei brada, i due biglietti per Bologna saltano fuori, allè.

Ora, la mattinata era conclusa, non avevo bisogno di altro, potevo staccare il computer e rilassarmi.

Ma.

Ma appena prima di schiacciare DISCONNETTI il buon beppe da roma mi chiama per dirmi che oh, ho preso dei biglietti per Roma spettacolari, li vuoi?

E Cazzo.

manco faccio in tempo ad azionare il neurone che mi chiama gian da genova e mi fa oh cala qui in coda per i biglietti per Milano non c'è un cazzo di nessuno, perchè non vieni?

E Cazzo

ma torniamo all'ovatta, ai campanellini ed ai petali di rosa che accompagnavano la mia sposa ogni volta che, portando seco la nostra primogenita, la vedevo entrare in casa: come fare a combinare ovatta, petali e campanellini con 3 date in 5 giorni, specialmente dopo la sfuriata contro il caro biglietti?

Voi ricordate quale sia il messaggio più bello che avete mai ricevuto?
E quello che avete mai mandato?

Ecco, nel mio personalissimo cartellino (cit) dei messaggi inviati, questo è in assoluto il migliore for ever and ever.

Perchè praticamente già con un piede fuori dalla porta per andare a prendere la macchina e spararmi a Genova - via fieschi - ricordi, perchè non appena finito di parlare con beppe da roma per dirgli TIENIMIIBBIGLIETTIIIIII e spararmi a Genova - via fieschi - ricordi per prendere anche quelli di milano (Genova - via fieschi - ricordi dove mi presentai in tuta con sotto il pigiama, sia detto), io dovevo dire la verità a mia moglie.

Lo feci

Giuro.

Le mandai un messaggio dove le raccontavo la verità, senza timore.

La verità e poi anche notizie importanti per il nostro tran tran familiare, perchè la musica è importante, ma ci sono cose che contano di più e poi noi siamo persone concrete, con la testa sulle spalle e con i piedi ben piantati per terra.

"Bologna presi, ho preso anche roma ed ora vado a genova a prendere quelli per milano. LAVATRICE PARTITA"

Bologna 4 giugno 2005, anzi casalecchio di reno

Io e la sposa, recante seco la nostra primogenita, siamo al concerto di Bruce.

Per presentare la canzone successiva, Bruce fa una dedica ai genitori, "in bocca al lupo con i vostri figli", io stringo la mano di mia moglie e per un secondo, un secondo solo, penso che Bruce stia per dedicare A NOI DUE QUASI TRE la canzone.

Non succede, ovviamente, ma è un secondo bellissimo.

Parte Long Time Comin'

Resta solo la scintilla di un fuoco da campo a bruciare 
Due ragazzi in un sacco a pelo lì vicino 
Mi insinuo sotto alla tua maglietta, stendo le mani sul tuo ventre 
e sento qualcun altro che scalcia 
Stavolta non manderò tutto a puttane 


lunedì 27 novembre 2017

Al Ballo del Bataclan - Zachary Richard




Grazie al consiglio dell'amico ed ottimo suggeritore Luca Rovini, mi sono imbattuto ieri sera nel nuovo album di Zachary Richard.
Un bel disco, ricco e variegato, che ho ascoltato con piacere.
Ma tra le canzoni, una mi ha inchiodato alla sedia e si intitola "Au bal du bataclan" ed è dedicata come si capisce, alla strage del 13 novembre 2015.
Una ballata, romantica e malinconica, di quella malinconia romantica di cui sono imbevute, tanto per sparare alto anzi altissimo, diverse canzoni di Leonard Cohen
Una storia d'amore dentro a quel massacro, una storia piccola dentro ad un dramma enorme, una vita spezzata che ancora chiede cosa ne sarebbe stata di lei se quell'incontro non fosse mai avvenuto.
Ne ho azzardato una traduzione, di certo non precisa, ma che penso lasci intendere la bellezza del testo
Ci siamo incontrati, è stato un caso
In questo cabaret sul viale.
Abbiamo ballato come due pianeti,
intorno allo stesso sole.
Il sole di mezzanotte, che splende sui nostri desideri.

Stavo cercando le parole che usano gli uccelli.
Mi hai detto che mi amavi.
Te l'ho detto anch'io.
Sulla pista da ballo in mezzo alla folla ammassata
Per la prima volta ci siamo baciati.

Eravamo in piedi, non potevamo sentire nessuno.
Quando improvvisamente esplosero i colpi.
La vita è così fragile e l'amore non viene spesso.
L'abbiamo trovato la sera in cui abbiamo ballato al Bataclan.

Ti ho dato la mia mano. Siamo fuggiti.
Per avanzare nella notte, cammina per dimenticare.
Abbiamo ripetuto un centinaio di volte, "Stai bene? "
Ci siamo avvicinati ad ogni passo.

Mi chiedo quale sarebbe la mia vita
se non me ne fossi andato,
se per caso non ci fossimo incontrati
La vita è così fragile e l'amore non viene spesso.
L'abbiamo trovato la sera in cui abbiamo ballato al Bataclan.

martedì 14 novembre 2017

L'Eredità e la Coerenza. Premio Pierangelo Bertoli.



Non aspettatevi da me una cronaca imparziale ed obbiettiva sulla serata finale del 5° Premio Pierangelo Bertoli a cui abbiamo partecipato sabato scorso.

Non posso essere obiettivo parlando della famiglia Bertoli.

Non posso essere obiettivo parlando dei figli di Pierangelo Bertoli, visto che con il maggiore di loro sono legato da una bella amicizia da qualche anno.

Non posso essere obiettivo perchè con l'altro figlio maschio, Alberto pure lui, che fa il musicista ho condiviso alcuni momenti molto intensi, a partire dalla sua canzone "E così, sei con me".

Questa canzone non è un pezzo che parla della scomparsa del celebre cantautore Pierangelo Bertoli, no. Questa canzone parla di un padre che se ne va e lascia al figlio che canta una ricchezza di esempi, consigli, coerenza tale che è impossibile pensarlo lontano.

Un pezzo che non conoscevo fino al momento in cui gliela sentii cantare a Su La Testa, pochi giorni prima del decimo anniversario della scomparsa di mio padre.

Una tranvata dritta tra stomaco e cuore, seguita a ruota da una versione splendida di A Muso Duro, a completare una rapida ma chiara dimostrazione di come il sangue non sia acqua, mai.

Questa canzone mi diede il coraggio di scrivergli e di ringraziarlo per quello che mi aveva fatto provare, dando il là ad un rapporto basato sul rock e sulla condivisione di questa mancanza.

Lo scorso anno, sempre a Su La Testa, Alberto venne a trovarci e al Teatro Ambra suonò una versione acustica di questa canzone, dedicandomela. L'abbraccio al termine della sua breve esibizione lo porto tra i ricordi più cari.

E da questa eredità, di coerenza e verità, nascerà libertà


Chiusa questa parentesi doverosa, per evitare che qualcuno legga queste righe come fossero una recensione, aggiungerei anche che siamo stati ospiti della famiglia Bertoli sabato, con una accoglienza deliziosa e che abbiamo assistito allo spettacolo con nella borsa di mia moglie una teglia di lasagne (che ci siamo spazzolati il giorno successivo a cena) di una bontà indescrivibile a parole, consegnateci dalla Chef dell'evento in persona, l'amica Lorna, persona tanto bella quanto brava ai fornelli.

Ma, alla fine, a Modena ci siamo andati per la serata musicale, quindi, descritto il "contorno" ecco alcune impressioni.

Il premio è arrivato alla quinta edizione ed inizia ad avere una certa eco a livello nazionale, eco a mio avviso in chiaro aumento dopo sabato scorso.

L'eredità artistica ed umana di Bertoli trova in questo premio una simbolo ed uno strumento perfetti, perchè unisce il riconoscimento a musicisti affermati che hanno dimostrato di sostenere gli stessi valori da sempre presenti nelle canzoni di Bertoli alla valorizzazione dei giovani cantautori, che nel percorso importante di Bertoli possono trovare direzione e soprattutto spunti da trasformare in musica.

I premiati di quest'anno erano nomi importanti, davvero.

Simone Cristicchi è un altro a cui forse dovrei scrivere perchè sabato mentre cantava Ti regalerò una rosa, forse ascoltandola come mai in passato, ho rivisto diverse mie esperienze lavorative, di cui scrissi anche nella mia tesi di laurea.
Un pop delicato ma tagliente, anche nel secondo brano L'ultimo valzer, durissimo nel raccontare il dramma e la dignità di tanti anziani.

Anche gli Zen Circus si sono ovviamente esibiti in acustico, ma non hanno risparmiato in energia ed essendo la prima volta che li vedevo dal vivo, mi hanno stupito per il modo in cui tengono il palco.

Non era pensabile che un premio dedicato a cotanto nome trascurasse i Tazenda, cosa che infatti non è avvenuta.
Due brani tratti da duetti celebri e poi la magia del ricreare QUEL duetto, con Alberto che sostituisce ottimamente il padre in Spunta la luna dal monte (la sua voce assomiglia molto a quella di Pierangelo, ma mai come in questa canzone, dove sembra davvero di sentire lui).

a volte sciogliendosi in pianto



Ospite principale, inutile negarlo era comunque Francesco Guccini, accolto da una standing ovation di tutto il teatro. 

Nella nebbia modenese finito lo show, io e mia moglie quasi contemporaneamente abbiamo espresso il desiderio di non volerlo più vedere, di ricordarcelo nei diversi concerti a cui abbiamo assistito e in questa ultima occasione; il motivo è la pessima sensazione provata vedendolo entrare sul palco sorretto da Alberto, quasi camminando a fatica. 
Per fortuna è stato un attimo, poi il calore del teatro lo ha scaldato e in effetti si è dimostrato brillante come suo solito, però insomma, la sua scelta dell'esilio credo trovi radici in questi piccoli momenti di difficoltà. 
L'uomo c'è eccome, la lingua è sempre pronta, gli aneddoti riempirebbero serate intere, ma tolto l'evidente piacere di essere a Modena e di parlare di persone care come Bonvi e lo stesso Bertoli, appare chiaro che sia stanco della vita pubblica.
Ad introdurlo, un momento musicale che potremmo definire "Bertoli canta Guccini" che voglio dire, mica roba da niente eh, con Alberto in gran spolvero in un medley che da Canzone per un'Amica ha scatenato l'entusiasmo del pubblico fino a Dio è morto.



Ma il Premio Bertoli è anche o forse soprattutto questo concorso nazionale per giovani cantautori. 
In questo aspetto della manifestazione germoglia più chiaramente il senso stesso del Premio, quel voler proseguire un discorso di qualità e coerenza che deve essere una coordinata fondamentale nella carriera di un musicista che voglia dire qualcosa di importante.

Eredità e coerenza quindi, espressi in modo lampante sul palco del bellissimo Teatro Storchi.

La cosa che più ho apprezzato è stata la scelta di far accompagnare i concorrenti dalla band che per anni suonò con Bertoli.
Un'idea vincente, che caratterizza questa manifestazione e ne è un vero fiore all'occhiello.

Perchè il discorso non è solo "oh che figata, suono con quelli che suonavano con un musicista famoso", NO, affatto, il senso è di voler letteralmente accompagnare questi ragazzi nel mondo della musica, mettendo a disposizione gli stessi musicisti che Bertoli usava per raccontare le sue storie. Una dimostrazione pratica e tangibile di condivisione, termine ricorrente quando si parla del cantautore di Sassuolo.

Vince un ragazzo di Taranto emigrato a Torino, che dal quartiere dove vive ha preso il nome, Salvario; un brano che è una sorta di collage di nomi e frasi tipiche della musica italiana più recente, spunto interessante che nel suo disco (che mi sono andato ad ascoltare il giorno seguente) si rafforza, grazie ad una buona scrittura.

Mi è piaciuto molto anche un altro ragazzo, Alessandro Zanolini, che ha cantato un suo brano forse troppo cupo, ma che mi ha impressionato nella versione di Chiama Piano, una gran voce davvero.

Non faccio altri nomi per non fare torto a nessuno, il concorso prevedeva otto finalisti che cantavano un proprio pezzo e quattro di loro, accedendo alla fase finale, si sarebbero esibiti in un pezzo di Bertoli.

Eredità e coerenza, appunto.

Lo show è stato gestito benissimo e nonostante sia durato ben tre ore abbondanti non ha mai avuto momenti di stanca, grazie ad un presentatore esperto e vivace ed alla direzione artistica impeccabile di Riccardo Benini e dello stesso Alberto 

Una serata meravigliosa, dove, come nella canzone di suo figlio, a me così cara, non si poteva non pensare che Pierangelo Bertoli fosse con noi.

Non so com'è, però vi invito a berlo