Dal nostro inviato e malato immaginario Sir Torati
Di cose noiose e che durano molto tempo siamo abbastanza esperti: seguiamo bruce springsteen in concerto da una ventina d'anni.
ma le quasi quattro di esibizione standard del boss impallidiscono di
fronte a ciò di cui è capace il genio italico: appena dieci ore di tempo
(i feticisti della lunghezza esatta delle setlist calcolino il tempo
esatto fra accettazione - fra l'altro non c'era neppure la musichetta di
morricone in sottofondo - alle 08.58 e dismissione alle 18.53) per fare
dei raggi ad una spalla in ospedale.
non amiamo le articolesse sulla malasanità, spesso infarcite di luoghi
comuni, ma la giornata di ieri merita proprio il nostro consueto e
inutile raccontino, perché in quelle ore vi è stato un tale concentrato
di episodi, emozioni e umanità varia da ricordare alla lontana quelli
che noi chiamiamo appunti di viaggio dopo una vacanza.
PREMESSA - qualche giorno fa ci siamo svegliati con un dolorino al
braccio sinistro. come tutti i maschietti, la nostra soglia del dolore è
quella che è e già immaginavamo il nostro funerale e pensavamo al
fortunato cui destinare la preziosa collezione di cd e memorabilia dei
radiofiera. fra l'altro google, cui ci rivolgiamo per qualsiasi cosa
(piccola delusione: la scorsa settimana non siamo riusciti a trovare un
criterio universale per l'ottimizzazione dello spazio della dispensa
della cucina), sentenziava inequivocabilmente l'imminenza dell'infarto.
fedeli al nostro atteggiamento molto maturo secondo cui basta non andare
dal medico per non sapere di star male, abbiamo lasciato passare altri
due giorni e ci siamo così ritrovati una mattina in ufficio incapaci
anche di sollevare una penna.
PUBBLICO E PRIVATO - non volendo perdere troppo tempo, il nostro primo
tentativo è stato con una struttura privata che si trova proprio di
fronte all'azienda ove trascorriamo allegramente le nostre giornate.
spiegata la situazione e ammessa candidamente la nostra beata ignoranza,
abbiamo chiesto loro se indirizzarci ad un fisioterapista, ad un
ortopedico o allo stregone zulù (niente, riceve solo il mercoledì).
quelli non si sono assunti la responsabilità dell'ardua scelta - bisogna
dire anche che questi centri medici polifunzionali ormai assomigliano
più ad una carrellata di televendite fra massaggi per dimagrire in
fretta, agopunture per smettere subito di fumare e metodi efficaci di
depilazione definitiva - e così abbiamo girato la macchina verso il
pronto soccorso, ormai abili a guidare solo con la mano destra.
COLORI DELL'ARCOBALENO - le premesse dell'accettazione non sono state
nemmeno troppo negative: aria condizionata tarata correttamente, una
decina di persone in tranquilla attesa, un infermiere cortese che riceve
con professionalità il nostro caso. immaginiamo di non apparire come
l'emblema dell'urgenza (qui già il solo fatto di arrivare sulle proprie
gambe viene considerata una situazione di estremo privilegio), per cui
accettiamo con serenità il codice bianco assegnatoci. ci preoccupa
invece molto di più il "magenta" designato sulla carta alla descrizione
della situazione medica generale. essenzialmente per un motivo: ma che
diavolo di colore è il magenta? abbiamo perso la prima mezz'ora a
scervellarci se la parola magenta dovrebbe evocare una situazione di
pericolo o di tranquillità. quello accanto a noi - ché si sbircia sempre
nelle carte altrui - era "indaco", quindi anche lui totalmente ignaro
del suo destino
ATTESA - terminata la fase di ambientazione, siamo passati alla lettura,
un po' come capita in treno. perché uno se la mette già via che butterà
un paio di ore. armati del nostro libro e del quotidiano, ci siamo
presto stufati e dell'uno e dell'atro. qualche rara settimana
enigmistica tra gli altri presenti e un paio di riviste stropicciate,
abbandonate da tempo immemore, sui tavolini. appreso quindi che il muro
di berlino è appena crollato (chissà quante generazioni di imprese di
pulizie si sono succedute senza voler buttar via quel vecchio venerdì di
repubblica!), abbiamo intanto osservato la situazione evolvere. nuovi
arrivi, le prime insofferenze dei bambini, l'aria condizionata che
inizia a faticare, le vecchie che hanno o troppo freddo o troppo caldo.
nel frattempo l'altoparlante non ha mai parlato.
OPTIONAL - oltre alle riviste e uno scatolone di giochi polverosi, rotti
e incompleti (impossibile finire una partita di forza 4 per numero
esiguo di pedine), la sala è tappezzata di pubblicità. crediamo che da
qualche tempo sia una cosa consentita. gli inserzionisti sono
riconducibili a tre categorie merceologiche: professionisti
dell'antinfortunistica, prestiti finanziari e onoranze funebri. tutta
gente che crede nel potere del marketing, non che specula sulle
situazioni difficili.
PRIVACY - ai pazienti viene assegnato un numero. la cosa è giusta, anche
se puzza un po' di politically correct come chiamare gli spazzini
operatori ecologici. e infatti per le generazioni passate la gestione
della cosa non è chiarissima. forse perché in posta a ritirare la
pensione non esiste il concetto di priorità o urgenza, ma solo del vince
chi arriva primo, l'anziano non accetterà mai che bob kennedy, cui
hanno appena sparato, possa superare in fila lui e la sua innocua
puntura d'ape sul tallone. vengono quindi chiamati i primi numeri e
nessuno si presenta. abbiamo tutti capito trattarsi dei vecchi là
davanti, compresa la caposala: non se la prenda il garante della
privacy, ma in ambiente ospedaliero "si presenti all'ambulatorio n. 3 il
paziente n. 581" è ancora assai meno efficace di "sig. gianesin con le
emorroidi, seconda porta a sinistra".
URGENZE - detto della nostra serenità nell'accettare la moderata gravità
del nostro caso, abbiamo visto passarci avanti pure bambini con un
cerottino perché caduti dallo scivolo del campo scuola. la cosa non ci
ha urtato, se non quando abbiamo realizzato che in un pronto soccorso di
paese (eravamo a piove di sacco, non a padova) circa la metà delle
persone conoscevano qualcuno del personale. ecco che, una volta
segnalato all'amico il loro caso ormai ingestibile (avranno lasciato le
melanzane sul fuoco a casa), venivano chiamate di lì a poco. noi
presenti dalla mattina presto continuavamo a scambiarci sguardi di
disapprovazione, ma anche di fratellanza dovuta al destino comune di
vessati cittadini qualunque. i nostri alleati, almeno in quel frangente,
erano gli stranieri, anche loro privi di sponde altolocate. forse
timorosi delle conseguenze - hai voglia a parlare di distanza di
cortesia, tanto si sente tutto - si presentano allo sportello con le
giustificazioni più assurde: occhi tumefatti e sfregi sul volto sono
conseguenze di sogni piuttosto agitati ("mi son pestato la mano da
solo") o di scontri fortuiti fra pedoni che guardavano in direzioni
opposte.
FASI - allo scoccare delle quattro ore di attesa (quindi, se non gli
staccano la spina, siamo a "10th avenue freeze out"), abbiamo assistito
ad un rapido mutare dell'umore generale. ci è venuto in mente
quell'esilarante monologo di paolo rossi sulle fasi dell'ubriacatura
(borracho, muy borracho, cantos populares, cantos patrioticos, cantos
religiosos, negation de l'evidencia, insulti al clero y apoteosis
final). qui abbiamo vissuto sia il rigurgito contro il generico
magna-magna della politica che l'inevitabile piega leghista quando una
famigliola di neri è stata chiamata per la propria visita. fanno
tenerezza questi capo-rivolta nei loro pantaloni bracaloni color cachi e
sandali marrone scuro in cuoio (ma ad una certa età spariscono forse
gli specchi da casa?) che conquistano l'approvazione facile al suon
della "montagna di tasse che pago sino all'ultimo centesimo" (lo dicono,
fra l'altro, brandendo il ticket da 25 euro che a nostro modesto avviso
è un'inezia rispetto alle prestazioni che ricevono) e di "questi qui
arrivano, ci rubano il lavoro e passano pure avanti senza numero. a casa
loro se rubi ti tagliano le mani" (quest'ultima affermazione sarebbe da
greatest hits della siae se registrata). pure noi siamo finiti sfiorati
dalle accuse, perché "si vede che lù no ga gnente!". questi indignados
con le bretelle sarebbero il pubblico perfetto per i concerti di
combat-rock: forse i vari tom morello, banda bassotti e gang sbagliano a
cercare l'approvazione degli ormai pigri amanti del folk di protesta.
vengano qui a cantare "motherfucker here we come / world wide rebel
songs / sing out all night long".
TEMPISMO - nelle sei ore di attesa prima che ci chiamassero per mandarci
a fare i raggi, abbiamo guardato con enorme desiderio non la giovane
avvocatessa che conosceremo più avanti, ma l'imponente macchinetta del
caffè. perché, una volta capito che era sfumato il pranzo, avevamo
deciso di rifarci molto parzialmente con un cappuccino bollente. solo
che le monetine erano in auto. per sei ore, un po' come charlie brown
quando si chiede se dichiararsi o meno alla ragazzina con i capelli
rossi, abbiamo alternato i pensieri "adesso vado" a "e se mi chiamano
proprio mentre sono in parcheggio?". nessuno ci ripagherà di queste
energie mentali sprecate.
SOLIDARIETA' - il pronto soccorso è però anche un bell'esempio di
umanità e dei sentimenti migliori, oltre a quelli più bruti e istintivi,
che il genere umano può esprimere. abbiamo tutti osservato il discreto
silenzio di rispetto che è calato, anche fra i bambini opportunamente
istruiti da genitori cui qualche minuto prima avremmo tolto la patria
potestà, quando ci siamo resi conto che un caso urgente volgeva
all'esito meno felice. o anche le persone che, di ritorno dal bar,
avevano preso caramelle e ovetti kinder per i bambini presenti.
RAGGI - alle ore 14.30 il nostro numero è stato trionfalmente chiamato
al microfono. dopo una visita di un minuto, ci hanno spedito a fare i
raggi. dove abbiamo ritrovato parecchi dei nostri compagni di avventura
della prima sala di attesa. passi il nostro caso (esternamente potevamo
anche soffrire di distrurbi intestinali o tendenze schizofreniche), ma
era così difficile spedire subito ai raggi la ragazzina che si è fatta
male alla caviglia giocando a pallavolo in spiaggia? la fase raggi è
stata la più rapida in assoluto, anche se una delle due macchine
preposte era rotta. il tecnico non ha gradito molto la nostra fantastica
e originale battuta se dovevamo far dire "cheese" alla spalla mentre
eseguiva la scansione. ci è venuto male quando ci ha riferito,
sciabattando annoiato, che dovevamo tornare al via, in pronto soccorso
(e senza ritirare le 20.000 lire), in attesa di nuova destinazione.
DESTINAZIONE ORTOPEDIA - alle 15.50 siamo stati indirizzati verso il
reparto ortopedia. orientarsi fra le indicazioni di un ospedale non è
mai facile, neanche per una persona mediamente sveglia e colta. capire
che il nostro piano era quello con l'indicazione "sala gessi", oltre che
poco benaugurante, non era nemmeno intuitivo. ma l'anziano che deve
andare in OTL è davvero abbandonato a sè stesso: secondo noi tante
operazioni a persone sbagliate nascono dal fatto che alla fine uno si
adagia sul primo lettino libero e confida nel fato, sperando di ricevere
cure adatte al proprio problema.
INFERNO, AGAIN - l'ortopedia si è rivelata un secondo girone
dell'inferno. innanzitutto, causa lavori in corso, mancavano due belle
file di panche a parete. che, diciamo, non è la situazione più adatta
considerando la natura del reparto. poi il caos: gente che arrivava dal
pronto soccorso si univa a gente che aveva un appuntamento col dottore,
fissato da chissà quando. alla domanda sul come comportarsi,
l'infermiera ha liquidato il tutto con un "mettetevi d'accordo fra di
voi"che, insomma, non è il massimo delle produre standardizzate e
regolamentate. alla fine sono comunque prevalsi buon senso e educazione,
ma sempre demandate ai comportamenti dei singoli. abbiamo finalmente
broccolato con la biondina, che ci ha presto rivelato che il suo
torcicollo era conseguenza dell'essere stata spinta giù dalla tromba di
scale dal fidanzato. non abbiamo capito se voleva interrompere sul
nascere la nostra conversazione o se era seria (e comunque ci era già
passata la voglia di approfondire, nel rischio di conoscere
l'energumeno).
VERDETTO - lastre e successiva visita ortopedica hanno sentenziato:
periartite. dio santo, che nome di malattia da vecchi. forse perché lo
siamo? il dottore ha detto che no, è solo un po' di ruggine nel
meccanismo fra le ossa e succede a tutti. punturone cortisonico e via
verso nuovi approfondimenti del problema a breve. ci spiace solo che
questo malanno ci impedirà la partecipazione agli imminenti giochi
olimpici: eravamo in corsa per l'oro nel salto in lungo. non temete,
connazionali: ci rifaremo con la scherma, che, in quanto a retorica, è
seconda solo al rugby, ma per fortuna ce la sorbiamo solo ogni quattro
anni.
ULTIMO ATTO - siamo tornati per la terza volta al pronto soccorso, in
attesa dell'agognato foglio di dimissione. un'impiegata (nemmeno un
medico!) ci ha posto un quesito molto italico nella sua profondità di
implicazioni: "di quanti giorni ha bisogno per il lavoro?". potevamo
quindi scegliere noi se anticipare già le ferie estive di un paio di
settimane, a nostro totale piacimento. zemaniani fino al midollo,
abbiamo comunicato che ci bastava il giustificativo per il giorno
trascorso entro quelle mura.
LIBERI LIBERI - alle 18:53 siamo stati dichiarati abili a lasciare la
struttura ospedaliera. dopo un incidente d'auto e aver lasciato la
macchina fotografica su un treno a londra, ci mancava solo
l'inconveniente di salute. son problemi minuscoli e irrilevanti, ma nel
nostro microcosmo configurano il periodo attuale come discretamente
merdoso.
CONCLUSIONI - non ce la prendiamo per le 10 ore che potevano e dovevano
essere, anche a farla lunga, non più di 3. non ce la prendiamo col
personale, soggetto quotidianamente alle ire degli utenti e
probabilmente senza risposte accettabili a disposizione. è la totale
assenza di un protocollo che ci spaventa più del resto. un nostro
scritto non è tale se non c'è la stoccatina esterofila finale: non
sappiamo cosa scrivere, quindi ci rifugiamo nei nostri evergreen: in
nessuna sala d'aspetto c'era il wifi e all'uscita di ogni paziente c'era
l'applauso, come all'atterraggio. no, non è vero. ma la cosa
tragicomica è che tutto il resto è andato proprio così. ma we're
alive...