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martedì 25 settembre 2012

Leonard Cohen all'Arena di Verona

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(dal nostro inviato Sir Torati)

ieri sera sono andato a vedere leonard cohen in arena.

sarà stato il freddo cane, saranno stati i prezzi non propriamente popolari, sarà stato che era un lunedì, sarà stato che alla fine tutti a dire quanto è bravo ma pensano che sarà una sfracassata di coglioni... lo splendido teatro scaligero (appuntatevi questa frase di mia invenzione, che non significa nulla ma colpisce sempre il distratto interlocutore come se fosse una chicca da vero intenditore colto: "verona è la più lombarda delle città venete") era solo semi-pieno.


tante sedie vuote, quindi. ma un bel concerto, di oltre tre ore. certo la mobilità del 78enne canadese è quella che è, ma in una gara di resistenza giocherei su di lui e non su joe d'urso i miei due cents.


voce profondissima, bassissima, intonatissima. molto applaudita la corista di colore (forse per lavarsi la coscienza - uè, pseudo-progressisti: mica l'hanno trovata nella jungla che batteva il ramo su un tronco vuoto - forse perché tutti pensano sia la partner del cantante), mentre secondo me erano più brave le due barbie ai lati.


band di virtuosi, anche se hanno giocato tutti a ritmo ("rimmo") bassissimo. per dire il batterista era in giacca e cravatta. ecco, secondo me non vale: un po' come quegli sport in cui può vincere pure quello anziano o quello con la pancetta.


acustica perfetta, volume tenuto basso basso.


la mia signora ha gradito così così. nell'ordine aveva sperato nell'annullamento per pioggia o nella prematura dipartita del cantante.


il giorno prima il nostro aveva suonato a bucarest (no, i nostri promoter non sono in crisi: in romania nel week-end, in italia data feriale...): a 'sti poveri cristi non bastava essere perseguitati dai leghisti...

lunedì 3 settembre 2012

botte da orbetello: il racconto

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(Di Sir Torati)
 
lo abbiamo lasciato riposare e decantare un po', mentre intorno riprendevano piano piano le nostre tristi quotidianità. anche per mere ragioni di audience: sappiamo tutti che facebook e blog vengono letti essenzialmente dai posti di lavoro.

ci riferiamo al nostro raccontino post-viaggio, richiestoci a gran voce dai nostri fans, un po' come quelli che fermano per strada chicco lazzaretti e gli chiedono se ci sarà mai la quarta stagione de i ragazzi della terza c.


COMING OUT - abbiamo cambiato sponda: dopo due stagioni sul versante adriatico nell'accogliente senigallia, quest'anno per affogare nella malinconia la nostra settimana ferragostana di ferie abbiamo fatto ruotare il mappamondo e, dopo una scelta meditata, posato il dito su orbetello. alla notizia un paio di conoscenti ci hanno detto, sinceramente divertiti, che la località maremanna era protagonista di un tormentone linguistico del comico panariello. la cosa ci ha profondamente sconvolto: non credevamo di annoverare tra le persone cui rivolgiamo il saluto alcuni che possano conoscere il repertorio comico (comico?) di panariello.


IMPATTO - il primo impatto con l'ambiente della maremma grossetana è stato buono. sarà perché nelle strade aleggia quella tipica atmosfera radical-chic, della quale ci piacerebbe tanto far parte in maniera organica. tale way of life ha poi alla fine come espressioni più profonde e significative i sandali in pelle del commercio equo e solidale, il fatto quotidiano sotto al braccio, la ferma protesta a testa alta perché non si trovano i cestini per la raccolta differenziata (ma, anche se ci fossero, dove diavolo andrà gettata la coppetta del gelato?) e il sorseggiare il caffé discutendo col vicino della difficile situazione economica dell'italia, ovviamente sostenendo che in norvegia è tutto meglio. tutta gente che ha una voglia matta di parlare solo di calcio e di figa, ma che non può per non deludere le pagine del manuale del perfetto progressista.


NOMI - la generazione dei figli di questi personaggi deve affrontare un altro problema, oltre al fatto di ritrovarsi genitori simili. ossia attraversare le difficoltà della vita con i nomi di battesimo che quegli sciagurati gli hanno affibiato. abbiamo sentito con le nostre orecchie richiamare all'ordine schiere di indisciplinate ginevra, elias, cometa, amos, noa e zelda. tutti monellacci che non sapevano dove buttare il cucchiaino dopo aver finito la coppetta, evidentemente. ma il top è stato àida. sì, proprio come il titolo dell'opera (che già come nome è una merda), ma con l'accento sulla a. altro che raccolte fondi per i terremotati, questa povera stella avrebbe bisogno di tutto il nostro sostegno.


ACCENTI - che poi la vita non è affatto una questione di accenti. anche ad orbetello il punto vendita dei grandi magazzini coin veniva chiamato, come anche in lombardia, còin. il nome del povero imprenditore veneto viene quindi storpiato in (almeno) due delle regioni che gli garantiscono il maggior reddito. sai che problemi. noi comunque abbiamo sempre corretto con saccenza i nostri interlocutori, un po' come facciamo con "almòdovar" e "almodovàr". che non sappiamo affatto - né ci interessa - qual è la dizione giusta, ma dicendo sempre la versione opposta rispetto a quella utilizzata da chi ci sta parlando, diamo sempre l'impressione di essere molto competenti in materia.


MAREMMA MARKETING - in quanto a gentilezza degli operatori e capacità di coccolare il turista dobbiamo registrare una vittoria schiacciante non solo di senigallia, ma di tutta la costa adriatica sui cugini del tirreno. sarà che ad est bisogna colmare il palese distacco a livello di paesaggio (hai voglia a definire le marche come la toscana low-cost), ma da lignano sino a porto recanati è tutto un fiorire di servizi e attenzioni - forse anche false, forse anche ipocrite - per il potenziale pollo che ti fornisce da vivere per il resto dell'anno. nei ristoranti abbiamo atteso minuti in piedi nell'attesa che qualche cameriere ci rivolgesse la parola, in hotel ci è stata addirittura spenta la luce mentre leggevamo il giornale nella hall. curiosa l'applicazione da queste parti delle più elementari basi del marketing. il nostro albergo nel depliant si vendeva come "arredato in stile anni settanta": da amanti del bauhaus teutonico e dei mobili dei designer scandinavi di quegli anni abbiamo prenotato ad occhi chiusi. caro amico albergatore, stile di quegli anni non vuol dire mobili del mercatone uno che sono lì fermi da un trentennio... segnaliamo pure quel ristoratore che, avendo a cuore la preziosità del nostro tempo, ci diceva che il suo locale, a differenza di quelli famosi del centro e/o quelli recensiti su tripadvisor, era sempre vuoto, quindi i tempi di attesa erano minimi: proprio un bel biglietto da visita per un ristorante di pesce.


ZANZARE - chiunque avesse già visitato la zona, ci aveva messo in guardia: famelici zanzaroni, temprati dal clima lagunare, ci avrebbero sicuramente assalito dall'imbrunire sino alla mattina successiva, impedendoci un riposo di qualità. ci eravamo quindi premuniti con unguenti, lozioni, creme, aggeggi elettrici e pozioni magiche dai nomi altisonanti che, dalla presentazione commerciale e dai disegni sulle accattivanti confezioni, promettevano effetti potenzialmente destabilizzanti per l'intero ecosistema del pianeta. naturalmente in sette giorni non abbiamo visto nemmeno un innocuo moscerino. vuoi vedere che il merito è dell'applicazione per iphone "sciò zanzare" (a quale punto ancora più basso potremo arrivare con gli utilizzi inutili del melafonino?), i migliori 79 centesimi investiti della nostra vita?


MARE - orbetello è città di laguna, mentre la spiaggia è a qualche chilometro di distanza. l'albergo metteva quindi a disposizione, oltre al servizio di sdraio e ombrellone, anche un comodo servizio navetta (il nostro impatto è stato di una cliente che chiedeva lumi all'autista con un impareggiabile "e se uno vorrebbe rientrare un po' prima?", il che ha precluso subito le già scarsissime probabilità di socializzare con i vicini di ombrellone) per raggiungere la feniglia. un lembo sabbioso bellissimo e incontaminato, anche un po' selvaggio, con acque così limpide e trasparenti... da vedere con chiarezza mozziconi e rifiuti vari lasciati da fruitori poco civili. ecco un altro punto a favore del mare adriatico: litorali battuti e rastrellati un paio di volte al giorno, anche, come detto, per rimediare ad un mare che ha ben poco dell'atollo tropicale (per chi ci legge da fuori, giusto per far capire, la vicina sottomarina è nota agli indigeni come zozzomarina). ci scandalizziamo per i pedofili, gli assassini e per quanto guadagnano i calciatori: noi, nel nostro piccolo, prenderemmo a bastonate quelli che scartano il gelato e buttano l'involucro in acqua.


ORARI - noi in spiaggia ci annoiamo. dopo aver letto un paio di quotidiani e pasticciato sul bartezzaghi (in realtà, per non fare brutta figura, lo completiamo ordinatamente con parole scritte assolutamente a caso, soprattutto per gli assurdi gruppi di due e tre lettere, il nome dei figli di abramo ed isacco e i protagonisti delle opere liriche), abbiamo già i cabasisi belli che frantumati. mattinieri poi lo siamo sempre stati. siamo quindi rimasti sconvolti scoprendo che le nove di mattina equivalevano prevalentemente all'alba. dovevamo capirlo forse già dal primo incontro col bagnino ("cosa ci fate qui a quest'ora? ma andate a fare colazione...") o dall'orario della prima corsa della navetta, ma ci siamo ostinati a prendere il bus di linea delle 08.15 per essere al mare il prima possibile. questo autobus era popolato esclusivamente da vecchi (fra l'altro vere sentinelle, cui le aziende di trasporto dovrebbero rivolgersi, sulla puntualità e le capacità di guida dei diversi conducenti) e ci ha fatto piacere far parte per qualche giorno della loro quotidianità. falsamente allegra: si salutavano tutti con calore, ma di certo mentalmente facevano il conto di chi aveva passato la nottata e chi no.


LEGAMBIENTE - nell'ambito della vacanza siamo risuciti pure ad infilare un concerto di de gregori. il principe, giovanissimo nel suo look da capitan findus (barba bianca e un cappellino da marinaio che non indossano nemmeno i più stereotipati dei ondolieri di venezia), ha regalato delle autentiche rarità in scaletta: "buonasera", ripetuto ben due volte, e, alla fine, un insolito "arrivederci". lo show era nell'ambito della festa nazionale di legambiente. proprio simpatici, gli ambientalisti. in passato, ma pure oggi, ne abbiamo condiviso diverse battaglie. però noiosi da morire e, come tutti gli integralisti, poco realisti e per nulla inclini all'ironia. fra cinque stand gastronomici - tutti all'insegna del chilometro zero, del biologico e della polpettina di farro - non abbiamo letto il nome di una pietanza che ci facesse voglia, arrivando a sperare che si materializzasse un bel burger king in mezzo al parco. per non dire delle bibite: già la pepsi fatica ad avere una piacevolezza del gusto lontanamente avvicinabile alla coca cola, figurarsi gli altri imbevibili cloni. i nostri alternativi verdi proponevano la ubuntu-cola (da ritirare dal commercio solo per il nome), che, giustamente, i bambini lasciavano a metà, accusando i genitori di avergli rifilato una sola. questa bibita ha però il merito di aver scalzato dal podio della tristezza la coop-cola, che nostro suocero versa all'ignaro nipotino spacciandola per l'originale e esponendo il pargolo a clamorose future prese in giro (ricorderete tutti il compagno di classe con le scarpe da ginnastica mike) a scuola.


POLITICA - ogni volta le vacanze riescono a far vacillare le solide fondamenta dei nostri valori politici. prima il rigurgito delle più becere istanze leghiste: niente, alla fine anche qui sono inequivocabilmente terroni. è vero che ci si avvicina a roma-ladrona e quindi macchine parcheggiate come capita, gente che urla da un tavolo all'altro, tamarraggine diffusa, file saltate, persone che occupano gli ombrelloni altrui con nonchalanche e legge del più forte/più furbo ovunque sono l'assoluta normalità. ci sorge però il sospetto che tutta l'italia sia terrona o addirittura, ma non vogliamo nemmeno fermarci a pensarlo in maniera più approfondita, che lo sia il genere umano di default. poi ci tocca difendere anche fini, protagonista di un episodio di cronaca orbetelliana proprio in quei giorni. abbiamo visto l'hotel dello scandalo, ove la sua scorta alloggerebbe per mesi a spese della collettività: una normalissima e decorosa pensioncina a tre stelle. i populisti dovrebbero decidersi: o i poliziotti dormono in macchina o ci risparmiate il predicozzo sulle loro disumane condizioni di lavoro.


ROTONDA SUL MARE - la nostra frequentazione con gli stabilimenti balneari era ferma ad una ventina di anni orsono, quando i bar offrivano al massimo qualche brioche confezionata, tre tipi di gelato (noi abbiamo una nostalgia canaglia per il magic lemon) a prezzi clamorosamente gonfiati e, almeno i bagni più attrezzati, anche un paio di varianti di piadine e panini. oggi invece vediamo che quasi tutti hanno fiutato l'affare di fare il ristorantino visto che mangiare col sottofondo delle onde ha sempre il suo perché. ovvio che questi esercizi puntano tutto sull'atmosfera: probabile che la frittura contenga anche pezzi di copertone e qualche conchiglia, ma sembra tutto comunque così buono. abbiamo apprezzato l'obbligo di indossare la maglietta al tavolo (un avventore palestrato non capiva il perché della semplice norma di educazione, così  noi abbiamo potuto consolidare la nostra particolare forma di razzismo secondo cui uno così non ha mai letto un libro in vita sua), ma abbiamo anche visto scene che ci hanno ricordato il miglior patrizio roversi che in un film girava ovunque con l'autoradio sotto al braccio. oltre ai 3/4 stabilimenti organizzati, la feniglia è infatti essenzialmente una lunghissima spiaggia libera. passi per borse e preziosi beni personali, ma non credevamo di poter vedere tante persone andare al ristorante a pranzo portandosi dietro pure l'ombrellone.


SFIDA GASTRONOMICA - le porzioni marchigiane rimarranno sempre un bel ricordo, ma non pensavamo di assegnare una vittoria abbastanza netta alla toscana. il pesce ci è sembrato più buono, addirittura senza confronto la carne. ci è sorto un sospetto: sarà mica che l'olio toscano, di cui tutti i piatti sono lievemente ricoperti e che renderebbe saporito anche le nostre triste fettine di seitan, è da considerare doping?


DAINI - una delle situazioni più attese della vacanza era l'incontro con i daini, che, a leggere le guide turistiche, si muovono liberi e numerosi nella pineta alle spalle della spiaggia. noleggiata la mountain bike in albergo (naturalmente a pagamento: era lì, inutilizzata a prender ruggine da soli due anni, perché non monetizzare la bizzarra richiesta del turista in calzoncini?), abbiamo attraversato tutta la boscaglia, senza incrociare alcun animale simile a bambi (lasciamo agli zoologi la distinzione, ai più sconosciuta e giustamente di nessun interesse, fra daini, caprioli, cerbiatti, stambecchi e cervi). sfiancati da ore di pedalata, proprio al termine della riserva naturale, abbiamo finalmente trovato i nostri simpatici mammiferi. che, a saperlo, arrivavamo in macchina sino all'altra entrata. del tutto abituati alla presenza umana e dimostrando vera intelligenza, i dolci animaletti vanno a scegliere il cibo più appetitoso fra i tanti portati dai turisti. non ce ne voglia il nonno che aveva con sè due sacchetti di pane vecchissimo, ma secondo noi il daino ha fatto bene a snobbare la sua graziosa nipotina e a correre da chi aveva appena aperto un bel sacchetto di macine del mulino bianco. forse certi cibi non saranno così sani, magari non sono così nutrienti, ma almeno sono buoni e tanto dobbiamo morire lo stesso: ecco, lo capiscono pure i daini e non quelli di legambiente.

mercoledì 8 agosto 2012

Idem con patate (dilemmi olimpici)

https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEi3J1-z5NNAknZruYrnoJoTPY3Mgyt2Scql_FteMwYdi2HqLBa6YuzKFM3Cxd8Vj2_ACKlLQkOEHXfKy75bQhE7FT-8dBkfMFcbPMWVeFshbqhmCl8E0LfK9vun-xr8WbX6sTrXtufUQOI/s1600/Idem+2012.jpg

Il mio amico Sir Torati si e ci e mi e vi chiede:
iosefa idem, ok: bravissima, leggendaria, stoica, esemplare, si fa un mazzo tanto, mamma&campionessa, la forza della volontà, immensa, grintosa e tutto quello che volete.
ma a mio avviso nello sport devono vincere quelli giovani. non è il rock, non esiste l'immortalità. gli dei dell'olimpo hanno voluto il declino fisico. 
insomma, una disciplina in cui si può vincere a 50 anni a me non piace. come quando vedo con l'oro il ragioniere con la pancetta.
resto fermo all'idea che le olimpiadi devono essere per gente sana, giovane e forte.

domande forti, interrogativi pesanti, che necessitano di risposte ponderate, mature, approfondite.

Interviene il Fabbro:
Grazie Andrea, grazie per la tua domanda. 
L'eterno dilemma sulla definizione di sport si ripropone con cadenza quadriennale. 
Cosa sì, cosa no. 
Perchè il rogbi (pronuncia di quelli che lo seguono avidamente e ne conoscono tutti i rivoli, essendone appassionati ben da prima che diventasse uno sport televisivo) non è alle olimpiadi e la garabina da 50 mt sì? Boh, dubbi che accompagnano l'esistenza dell'uomo fin dai tempi in cui si andava in giro vestiti solo di una pelliccia di mammuth
Josefa, donna integra, esempio positivo per quest'Italia che si sgretola sotto il peso di uno spread che non ci dà pace, madre, campionessa, amica, vicina di casa, umile, decisa, portatrice di quei valori che quegli stronzi dei giovani d'oggi come schwazer, lui e quello sport del cazzo che a farlo si fa una fatica della madonna ma a guardarlo ti sembra di assistere al saggio di fine anno del piccolo cottolengo don orione. Vogliamo tirare in ballo la medicina sportiva? Chi ci garantisce che un fisico 48 enne non possa funzionare meglio di un fisico 20enne, anche a parità di allenamento? Chi sei tu per dirlo? Chi sono io per dirlo? Io la Idem la seguo fin da quando era piccola, la passione per questo sport ce l'ha avuta fin da subito quando, figlia di genitori poveri, tagliava in due le carcasse di porco essiccate e si buttava nell'adige remando fino alla foce e poi tornava a casa, sempre remando controcorrente. Era una campionessa e dopo di lei non c'è stato più nessuno. 
Io stesso quando mi sono cimentato in questa disciplina, nel 1999, a Sellia Marina, ho dovuto soccombere sotto le potenti pagaiate di Carmine, un peloso virgulto di Cosenza, potente e preciso, ma tecincamente lontano anni luce dalla nostra Josefa. 
Scusa la divagazione, torniamo a bomba, tu ti chiedi se una disciplina in cui si vince a 50 anni sia bella, brutta, media o non sa/non risponde. Ti dirò, è un po' che ci penso e sono arrivato alla conclusione che non me ne frega un cazzo. Affanculo la idem, la fionamay (e soprattutto sua figlia), schwazer, howe, la Ferrero e quella merda della fetta al latte


e chiude cotanto simposio, il Dievel
io ora scrivo al comitato olimpico e chiedo che venga inserita la disciplina del Going 


cosa aggiungere di più? Come dice il Sir, appagato e tranquillizzato nei suoi dubbi:
sembrava quasi una splendida risposta di uno dei nostri magnifici fiorettisti. però non si è accesa la lucetta.

venerdì 27 luglio 2012

medical dimension (un giorno in pronto soccorso alla cazzo di cane)

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Dal nostro inviato e malato immaginario Sir Torati

Di cose noiose e che durano molto tempo siamo abbastanza esperti: seguiamo bruce springsteen in concerto da una ventina d'anni.

ma le quasi quattro di esibizione standard del boss impallidiscono di fronte a ciò di cui è capace il genio italico: appena dieci ore di tempo (i feticisti della lunghezza esatta delle setlist calcolino il tempo esatto fra accettazione - fra l'altro non c'era neppure la musichetta di morricone in sottofondo - alle 08.58 e dismissione alle 18.53) per fare dei raggi ad una spalla in ospedale.

non amiamo le articolesse sulla malasanità, spesso infarcite di luoghi comuni, ma la giornata di ieri merita proprio il nostro consueto e inutile raccontino, perché in quelle ore vi è stato un tale concentrato di episodi, emozioni e umanità varia da ricordare alla lontana quelli che noi chiamiamo appunti di viaggio dopo una vacanza.

PREMESSA - qualche giorno fa ci siamo svegliati con un dolorino al braccio sinistro. come tutti i maschietti, la nostra soglia del dolore è quella che è e già immaginavamo il nostro funerale e pensavamo al fortunato cui destinare la preziosa collezione di cd e memorabilia dei radiofiera. fra l'altro google, cui ci rivolgiamo per qualsiasi cosa (piccola delusione: la scorsa settimana non siamo riusciti a trovare un criterio universale per l'ottimizzazione dello spazio della dispensa della cucina), sentenziava inequivocabilmente l'imminenza dell'infarto. fedeli al nostro atteggiamento molto maturo secondo cui basta non andare dal medico per non sapere di star male, abbiamo lasciato passare altri due giorni e ci siamo così ritrovati una mattina in ufficio incapaci anche di sollevare una penna.

PUBBLICO E PRIVATO - non volendo perdere troppo tempo, il nostro primo tentativo è stato con una struttura privata che si trova proprio di fronte all'azienda ove trascorriamo allegramente le nostre giornate. spiegata la situazione e ammessa candidamente la nostra beata ignoranza, abbiamo chiesto loro se indirizzarci ad un fisioterapista, ad un ortopedico o allo stregone zulù (niente, riceve solo il mercoledì). quelli non si sono assunti la responsabilità dell'ardua scelta - bisogna dire anche che questi centri medici polifunzionali ormai assomigliano più ad una carrellata di televendite fra massaggi per dimagrire in fretta, agopunture per smettere subito di fumare e metodi efficaci di depilazione definitiva - e così abbiamo girato la macchina verso il pronto soccorso, ormai abili a guidare solo con la mano destra.

COLORI DELL'ARCOBALENO - le premesse dell'accettazione non sono state nemmeno troppo negative: aria condizionata tarata correttamente, una decina di persone in tranquilla attesa, un infermiere cortese che riceve con professionalità il nostro caso. immaginiamo di non apparire come l'emblema dell'urgenza (qui già il solo fatto di arrivare sulle proprie gambe viene considerata una situazione di estremo privilegio), per cui accettiamo con serenità il codice bianco assegnatoci. ci preoccupa invece molto di più il "magenta" designato sulla carta alla descrizione della situazione medica generale. essenzialmente per un motivo: ma che diavolo di colore è il magenta? abbiamo perso la prima mezz'ora a scervellarci se la parola magenta dovrebbe evocare una situazione di pericolo o di tranquillità. quello accanto a noi - ché si sbircia sempre nelle carte altrui - era "indaco", quindi anche lui totalmente ignaro del suo destino

ATTESA - terminata la fase di ambientazione, siamo passati alla lettura, un po' come capita in treno. perché uno se la mette già via che butterà un paio di ore. armati del nostro libro e del quotidiano, ci siamo presto stufati e dell'uno e dell'atro. qualche rara settimana enigmistica tra gli altri presenti e un paio di riviste stropicciate, abbandonate da tempo immemore, sui tavolini. appreso quindi che il muro di berlino è appena crollato (chissà quante generazioni di imprese di pulizie si sono succedute senza voler buttar via quel vecchio venerdì di repubblica!), abbiamo intanto osservato la situazione evolvere. nuovi arrivi, le prime insofferenze dei bambini, l'aria condizionata che inizia a faticare, le vecchie che hanno o troppo freddo o troppo caldo. nel frattempo l'altoparlante non ha mai parlato.

OPTIONAL - oltre alle riviste e uno scatolone di giochi polverosi, rotti e incompleti (impossibile finire una partita di forza 4 per numero esiguo di pedine), la sala è tappezzata di pubblicità. crediamo che da qualche tempo sia una cosa consentita. gli inserzionisti sono riconducibili a tre categorie merceologiche: professionisti dell'antinfortunistica, prestiti finanziari e onoranze funebri. tutta gente che crede nel potere del marketing, non che specula sulle situazioni difficili.

PRIVACY - ai pazienti viene assegnato un numero. la cosa è giusta, anche se puzza un po' di politically correct come chiamare gli spazzini operatori ecologici. e infatti per le generazioni passate la gestione della cosa non è chiarissima. forse perché in posta a ritirare la pensione non esiste il concetto di priorità o urgenza, ma solo del vince chi arriva primo, l'anziano non accetterà mai che bob kennedy, cui hanno appena sparato, possa superare in fila lui e la sua innocua puntura d'ape sul tallone. vengono quindi chiamati i primi numeri e nessuno si presenta. abbiamo tutti capito trattarsi dei vecchi là davanti, compresa la caposala: non se la prenda il garante della privacy, ma in ambiente ospedaliero "si presenti all'ambulatorio n. 3 il paziente n. 581" è ancora assai meno efficace di "sig. gianesin con le emorroidi, seconda porta a sinistra".

URGENZE - detto della nostra serenità nell'accettare la moderata gravità del nostro caso, abbiamo visto passarci avanti pure bambini con un cerottino perché caduti dallo scivolo del campo scuola. la cosa non ci ha urtato, se non quando abbiamo realizzato che in un pronto soccorso di paese (eravamo a piove di sacco, non a padova) circa la metà delle persone conoscevano qualcuno del personale. ecco che, una volta segnalato all'amico il loro caso ormai ingestibile (avranno lasciato le melanzane sul fuoco a casa), venivano chiamate di lì a poco. noi presenti dalla mattina presto continuavamo a scambiarci sguardi di disapprovazione, ma anche di fratellanza dovuta al destino comune di vessati cittadini qualunque. i nostri alleati, almeno in quel frangente, erano gli stranieri, anche loro privi di sponde altolocate. forse timorosi delle conseguenze - hai voglia a parlare di distanza di cortesia, tanto si sente tutto - si presentano allo sportello con le giustificazioni più assurde: occhi tumefatti e sfregi sul volto sono conseguenze di sogni piuttosto agitati ("mi son pestato la mano da solo") o di scontri fortuiti fra pedoni che guardavano in direzioni opposte.

FASI - allo scoccare delle quattro ore di attesa (quindi, se non gli staccano la spina, siamo a "10th avenue freeze out"), abbiamo assistito ad un rapido mutare dell'umore generale. ci è venuto in mente quell'esilarante monologo di paolo rossi sulle fasi dell'ubriacatura (borracho, muy borracho, cantos populares, cantos patrioticos, cantos religiosos, negation de l'evidencia, insulti al clero y apoteosis final). qui abbiamo vissuto sia il rigurgito contro il generico magna-magna della politica che l'inevitabile piega leghista quando una famigliola di neri è stata chiamata per la propria visita. fanno tenerezza questi capo-rivolta nei loro pantaloni bracaloni color cachi e sandali marrone scuro in cuoio (ma ad una certa età spariscono forse gli specchi da casa?) che conquistano l'approvazione facile al suon della "montagna di tasse che pago sino all'ultimo centesimo" (lo dicono, fra l'altro, brandendo il ticket da 25 euro che a nostro modesto avviso è un'inezia rispetto alle prestazioni che ricevono) e di "questi qui arrivano, ci rubano il lavoro e passano pure avanti senza numero. a casa loro se rubi ti tagliano le mani" (quest'ultima affermazione sarebbe da greatest hits della siae se registrata). pure noi siamo finiti sfiorati dalle accuse, perché "si vede che lù no ga gnente!". questi indignados con le bretelle sarebbero il pubblico perfetto per i concerti di combat-rock: forse i vari tom morello, banda bassotti e gang sbagliano a cercare l'approvazione degli ormai pigri amanti del folk di protesta. vengano qui a cantare "motherfucker here we come / world wide rebel songs / sing out all night long".

TEMPISMO - nelle sei ore di attesa prima che ci chiamassero per mandarci a fare i raggi, abbiamo guardato con enorme desiderio non la giovane avvocatessa che conosceremo più avanti, ma l'imponente macchinetta del caffè. perché, una volta capito che era sfumato il pranzo, avevamo deciso di rifarci molto parzialmente con un cappuccino bollente. solo che le monetine erano in auto. per sei ore, un po' come charlie brown quando si chiede se dichiararsi o meno alla ragazzina con i capelli rossi, abbiamo alternato i pensieri "adesso vado" a "e se mi chiamano proprio mentre sono in parcheggio?". nessuno ci ripagherà di queste energie mentali sprecate.

SOLIDARIETA' - il pronto soccorso è però anche un bell'esempio di umanità e dei sentimenti migliori, oltre a quelli più bruti e istintivi, che il genere umano può esprimere. abbiamo tutti osservato il discreto silenzio di rispetto che è calato, anche fra i bambini opportunamente istruiti da genitori cui qualche minuto prima avremmo tolto la patria potestà, quando ci siamo resi conto che un caso urgente volgeva all'esito meno felice. o anche le persone che, di ritorno dal bar, avevano preso caramelle e ovetti kinder per i bambini presenti.

RAGGI - alle ore 14.30 il nostro numero è stato trionfalmente chiamato al microfono. dopo una visita di un minuto, ci hanno spedito a fare i raggi. dove abbiamo ritrovato parecchi dei nostri compagni di avventura della prima sala di attesa. passi il nostro caso (esternamente potevamo anche soffrire di distrurbi intestinali o tendenze schizofreniche), ma era così difficile spedire subito ai raggi la ragazzina che si è fatta male alla caviglia giocando a pallavolo in spiaggia? la fase raggi è stata la più rapida in assoluto, anche se una delle due macchine preposte era rotta. il tecnico non ha gradito molto la nostra fantastica e originale battuta se dovevamo far dire "cheese" alla spalla mentre eseguiva la scansione. ci è venuto male quando ci ha riferito, sciabattando annoiato, che dovevamo tornare al via, in pronto soccorso (e senza ritirare le 20.000 lire), in attesa di nuova destinazione.

DESTINAZIONE ORTOPEDIA - alle 15.50 siamo stati indirizzati verso il reparto ortopedia. orientarsi fra le indicazioni di un ospedale non è mai facile, neanche per una persona mediamente sveglia e colta. capire che il nostro piano era quello con l'indicazione "sala gessi", oltre che poco benaugurante, non era nemmeno intuitivo. ma l'anziano che deve andare in OTL è davvero abbandonato a sè stesso: secondo noi tante operazioni a persone sbagliate nascono dal fatto che alla fine uno si adagia sul primo lettino libero e confida nel fato, sperando di ricevere cure adatte al proprio problema.

INFERNO, AGAIN - l'ortopedia si è rivelata un secondo girone dell'inferno. innanzitutto, causa lavori in corso, mancavano due belle file di panche a parete. che, diciamo, non è la situazione più adatta considerando la natura del reparto. poi il caos: gente che arrivava dal pronto soccorso si univa a gente che aveva un appuntamento col dottore, fissato da chissà quando. alla domanda sul come comportarsi, l'infermiera ha liquidato il tutto con un "mettetevi d'accordo fra di voi"che, insomma, non è il massimo delle produre standardizzate e regolamentate. alla fine sono comunque prevalsi buon senso e educazione, ma sempre demandate ai comportamenti dei singoli. abbiamo finalmente broccolato con la biondina, che ci ha presto rivelato che il suo torcicollo era conseguenza dell'essere stata spinta giù dalla tromba di scale dal fidanzato. non abbiamo capito se voleva interrompere sul nascere la nostra conversazione o se era seria (e comunque ci era già passata la voglia di approfondire, nel rischio di conoscere l'energumeno).

VERDETTO - lastre e successiva visita ortopedica hanno sentenziato: periartite. dio santo, che nome di malattia da vecchi. forse perché lo siamo? il dottore ha detto che no, è solo un po' di ruggine nel meccanismo fra le ossa e succede a tutti. punturone cortisonico e via verso nuovi approfondimenti del problema a breve. ci spiace solo che questo malanno ci impedirà la partecipazione agli imminenti giochi olimpici: eravamo in corsa per l'oro nel salto in lungo. non temete, connazionali: ci rifaremo con la scherma, che, in quanto a retorica, è seconda solo al rugby, ma per fortuna ce la sorbiamo solo ogni quattro anni.

ULTIMO ATTO - siamo tornati per la terza volta al pronto soccorso, in attesa dell'agognato foglio di dimissione. un'impiegata (nemmeno un medico!) ci ha posto un quesito molto italico nella sua profondità di implicazioni: "di quanti giorni ha bisogno per il lavoro?". potevamo quindi scegliere noi se anticipare già le ferie estive di un paio di settimane, a nostro totale piacimento. zemaniani fino al midollo, abbiamo comunicato che ci bastava il giustificativo per il giorno trascorso entro quelle mura.

LIBERI LIBERI - alle 18:53 siamo stati dichiarati abili a lasciare la struttura ospedaliera. dopo un incidente d'auto e aver lasciato la macchina fotografica su un treno a londra, ci mancava solo l'inconveniente di salute. son problemi minuscoli e irrilevanti, ma nel nostro microcosmo configurano il periodo attuale come discretamente merdoso.

CONCLUSIONI - non ce la prendiamo per le 10 ore che potevano e dovevano essere, anche a farla lunga, non più di 3. non ce la prendiamo col personale, soggetto quotidianamente alle ire degli utenti e probabilmente senza risposte accettabili a disposizione. è la totale assenza di un protocollo che ci spaventa più del resto. un nostro scritto non è tale se non c'è la stoccatina esterofila finale: non sappiamo cosa scrivere, quindi ci rifugiamo nei nostri evergreen: in nessuna sala d'aspetto c'era il wifi e all'uscita di ogni paziente c'era l'applauso, come all'atterraggio. no, non è vero. ma la cosa tragicomica è che tutto il resto è andato proprio così. ma we're alive...

martedì 3 luglio 2012

una serata gggiovane e indie

il concerto dei mumford and sons al teatro romano di verona raccontato dal nostro inviato Sir Torati (una delle poche persone con idee calcistiche, e non solo, diverse dalle mie che ancora sembra nutrire della simpatia nei miei confronti dopo gli europei di calcio)

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eccoci di ritorno dal concerto dei MUMFORD AND SONS in quel di verona.

impossibile trovare un amico (almeno quelli - se esistono... - al di fuori dai contesti musicali), conoscente, collega o familiare che sappia chi siano.

al massimo qualcuno li confonde con BRADFORD AND SON (a proposito: se andate negli states cattate una maglietta per bucconi, così non ce la mena ogni volta), serie-tv comica di culto della fine degli anni settanta.

[apriamo una parentesi sul telefilm. padre e figlio sono robivecchi neri; fred, l'anziano brontolone, è celebre, fra l'altro, per avere decine e decine di paia di occhiali, ognuna destinata ad uno scopo diverso. periodicamente ricicliamo la battuta degli occhiali per cercare gli altri occhiali, ma nessuno ride].

se nessuno di voi conosce "mumford and sons", analogamente nessuno degli spettatori di ieri sera aveva di certo mai sentito nominare "sanford and son".

premessa: siamo abituati, da anni, alla platea dei classici concerti degli artisti buscaderiani. roots-rockers della profonda provincia americana - a volte solo bravini, a volte sinceramente meritevoli di maggior successo - che dalle nostre parti suonano davanti al massimo ad una trentina di ragionieri con la pancetta in libera uscita, il cui massimo atto di ribellismo è stato quello di infilarsi le scarpe da ginnastica per una sera. li immaginiamo dire con spavalderia alla moglie "stasera, cara, non aspettarmi alzata: vado a vedere elliott murphy!". ci fanno un po' tenerezza quando imitano gli assoli di chitarra o di batteria durante i concerti (rigorosamente seduti, però: sia mai che ci si debba pure alzare): risultano goffi, impacciati, totalmente fuori contesto e ancor di più intrappolati nelle loro esistenze normali, così diverse da quelle sognate.

al teatro romano, invece, inaspettatamente l'età media era clamorosamente bassa. e, udite udite, c'era anche un po' di figa (mai vista se in cartellone ci sono quelli tipo willie nile o joe bonamassa o todd thibaud).
abbiamo provato a attaccare bottone ("ciao tipa, vuoi vedere la mia collezione di buscadero?"), ma al massimo ci hanno scambiato per il bibitaro del teatro. 

gggiovani modello alternativo, ma più da circolo arci fighetto che da centro sociale. barbetta lunga, ma pantaloncino di marca. birretta del mercato equo e solidale, ma reflex di ultima generazione.

avevamo sentito un paio di volte il buon cd di esordio per prepararci all'evento e al concerto... lo abbiamo ascoltato per la terza volta! roba che infatti al ritorno in macchina non ne potevamo già più e abbiamo preferito ascoltare "uomini e camion" su radio1. che poi, capita a tutti: viaggi in autostrada solo una volta al mese da vent'anni e non c'è volta in cui non becchi la puntata in cui stanno parlando dell'imminente completamento della salerno-reggio calabria.

i mumford and sons, che propongono un folk-rock decisamente gradevole e interessante, sono bravi, ma hanno suonato per soli 75 (!) minuti, con pause interminabili tra un brano e l'altro. ma, soprattutto, non ci hanno stupito: arrangiamenti identici alle versioni originali, nessun assolo, nemmeno mezza cover.

attorno a noi però la gente è impazzita: ballava, saltava, cantava all'unisono. e alla fine era stremata, proprio come gli artisti sul palco. e pensare che nello stesso lasso di tempo springsteen e/o rolling stones hanno appena iniziato a scaldarsi e sono sì e no nel primo terzo dell'esibizione...

ci ha comunque fatto piacere vedere tanti giovani assetati di buona musica e divertimento. probabilmente, se fossero meno prevenuti verso certe icone del rock (sicuramente ritenute, a seconda dei casi, troppo tamarre o troppo mainstream: bruce entrambe le cose), rimarrebbero stupiti dal confronto impari.

però, dai, il segnale è buono e incoraggiante. che poi, dove diavolo li avranno conosciuti. non crediamo che questi inglesini passino spesso su mtv, né che i nostri vicini di posto poco più che ventenni leggano ancora le riviste (sì, quelle di carta) musicali. eppure conoscevano a memoria tutte le canzoni, anche le due/tre in uscita - e quindi ancora inedite - del disco nuovo. segno che esistono canali sotterranei, ormai a noi sconosciuti, dove anche il mondo musicale procede senza averci tra i suoi passeggeri.

qualche pensiero a margine. i ragazzi di oggi sanno l'inglese decisamente meglio di noi. pronunciano bene le parole e pare che capiscano pure il senso delle canzoni. mica come noi che cantavano "o quand de sens go macinin" e ci siam sempre chiesti a che macinino si riferissero i lavoratori dei campi di cotone dell'alabama.

verona è bellissima e il teatro romano un gioiellino poco conosciuto, ma intrigante quasi quanto l'arena. ogni volta ci interroghiamo: ma gli artisti coglieranno la differenza fra una location del genere e una qualsiasi pepsi arena? sì, perché qui manca l'aria condizionata.

i mumford and sons ci hanno almeno risparmiato il saluto in italiano col riferimento alla pizza e agli spaghetti. in compenso non è mancata la battuta sulle tette di giulietta: almeno sapevano di essere a verona.

una bella serata, ma attendiamo hyde park e l'hard rock calling festival per vedere riconfermate le giuste gerarchie musicali.

lunedì 28 maggio 2012

mein frankfurt (dal nostro inviato sir torati a francoforte)

In attesa del tour italiano di bruce springsteen, il nostro inviato sir torati noto esterofilo, è andato a vederlo a francoforte:

- ETA'. come si cambia, cantava la mannoia. un tempo eravamo eccitati per un qualsiasi concerto già da una decina di giorni prima dell'evento e eravamo tanto superbi da credere che chiunque respirasse nell'aria quell'atmosfera un po' magica e un po' frizzante che anticipa le giornate epocali. siamo invece partiti alle 14 per un concerto che si teneva la sera stessa. a soli novecento chilometri di distanza. avevamo leggiucchiato distrattamente qualche scaletta e letto qualche giudizio non proprio esaltante. non siamo arrivati al punto da rimpiangere di aver preso un giorno di ferie, ma quasi. per fortuna la messa laica ha poi invece riattivato i soliti meccanismi di felicità e di rimpianto per non aver allungato il viaggio sino a colonia e poi berlino e poi e poi e poi...

- CULONIA. lo diciamo ogni volta, però poi inevitabilmente ci ricaschiamo: mai più con ryanair. un po' perché tirano su davvero i peggiori passeggeri dell'universo viaggiante, un po' perché, a conti fatti tra autobus e altre menate a pagamento (tipo respirare, prima o poi ci arriveranno), a volte basta aggiungere venti euro per volare assieme ai civili. a dire il vero in quest'occasione la colpa è un po' nostra e sì che siamo fra quelli che pianificano un viaggio con mesi di anticipo, valutando tutte le offerte e le combinazioni possibili e studiando già a novembre gli orari dell'autobus per scendere alla fermata più vicina all'hotel sei mesi più tardi. l'errore è stato lo stesso che affrontiamo quando leggiamo i romanzi russi, cioè saltare a piè pari la lettura dei nomi propri, ritenendo sufficiente memorizzare visivamente quella sequenza di consonanti impronunciabili. ecco che "frankfurt hann" per noi era esattamente "frankfurt am mein". sappiamo che quei furbacchioni della compagnia irlandese utilizzano come specchietto per le allodole località vicine e quindi passino treviso per venezia o lubecca per amburgo, ma, cazzarola, trovarsi a 200 chilometri dalla destinazione annunciata non ci sembra proprio la stessa cosa. hanh non era nemmeno germania, era proprio culonia.

- VIAGGIANTI. in partenza da treviso, visto forse anche l'orario, abbiamo incrociato lo sguardo (e la t-shirt) di un solo altro fan, però assomigliava tanto al tipo del negozio dei fumetti dei simpsons e abbiamo quindi evitato di approfondire la conoscenza, non volendo ridurci a discutere per ore di bootlegs del 1975. ben più riconoscibili i tipici imprenditori del nord-est con pataccone d'oro al polso, catenazza sulla camicia sbottonata, vestiti pseudo-eleganti indossati con una volgarità imbarazzante, parlata dialettale marcatissima e innata propensione a comportarsi da padroni di casa, tipo saltare con nonchalance tutta la fila. mancava solo che uno di quei tre buzzurri dicesse "ma un po' di figa qua, no?". che poi, miei cari faccendieri, fate proprio sorridere: volete tanto fare i ricconi e poi non solo non prendete lufthansa, ma nemmeno spendete i dieci euro dell'imbarco prioritario. anche nel bus di trasferimento (un giorno qualcuno dovrà spiegare qual è l'oscura discriminante secondo cui a volte si possono raggiungere gli aerei a piedi e altre si è invece obbligati a prendere il pulmino) i clienti vip sono separati dal resto della ciurma col nastro bianco e rosso e la loro porta si apre giustamente prima di quella degli altri. è una scena un po' da apartheid sudafricano, ma soprattutto inutile: perché tanto nella priority ci sono quasi solo le vecchine che, ora che raggiungono la scaletta del boeing, sono già state calpestate dai barbari in recupero come il gruppone in una corsa ciclistica.

- UN VIOLA AL PREZZO DI UN VERDE. l'offerta alberghiera tedesca è impressionante. probabilmente molto attenti al tasso di riempimento delle strutture, si scovano con relativa facilità hotel moderni e di design ad un prezzo decisamente abbordabile. forse un po' troppo attenti al riempire gli hotel: il nostro, infatti, risultava esaurito nonostante la prenotazione. fortunatamente la stessa catena disponeva di un cinque stelle superior lì vicino, offertoci alle medesime condizioni. pensavamo di dormire in largo augusto e ci siamo così ritrovati, senza passare dal via, a parco della vittoria. marmi neri ovunque, ascensore grandissimo, luci fioche ai confini dell'oscurità, musica jazz (quando non sai che genere è, è comunque jazz) in sottofondo, arredamento minimalista, domotica della stanza regolata da touch screen, tv loewe, dock per iphone. ci ha dato l'idea di essere quegli hotel, invero un po' freddini, in cui si portano le mignotte di alto bordo. ma è solo un'impressione fantasiosa: non abbiamo amici del pdl che possano confermarcela.

- PIT. stadio bello, non troppo grande, senza fronzoli. ovviamente molto comodo da raggiungere con i mezzi pubblici, che sono gratuiti per qualsiasi (non una volta sì e dieci no: sempre) evento si svolga da quelle parti o in fiera. eccola una delle differenze fra germania e italia: lì certe sinergie sono sistematiche, non demandate alla buona e sporadica iniziativa del singolo. non solo per la possibilità di arrivare alle 18.30 con tutta tranquillità, ma siano comunque benedetti i biglietti front of stage a pagamento. palco posizonato sul lato corto, che poi secondo noi è sempre la soluzione più adatta per un concerto rock all'aperto (hai voglia di dire che sei in prima fila se sei a 60 metri dal palco e devi tenere costantemente la testa ruotata di cento gradi per vedere quello che canta al microfono). il prato è diviso in settori: mostri il biglietto e superi una prima transenna, più o meno all'altezza del mixer. avanzi e ne trovi un'altra: vuoi vedere che quei furbacchioni dei crucchi hanno fatto il pit del pit? invece no: rimostri il tagliando e ti si aprono le porte della zona sotto-palco. invero tranquillissima, anche perché l'età media del fan springsteeniano da queste parti è simile a quella del governo italiano. hanno l'orecchino e qualche tatuaggio sbiadito, ma appena avvertono lo stimolo della sete abbandonano la posizone per recarsi allo stand della birra e si può tranquillamente avanzare ancora.

- IL CONCERTO. l'inizio del concerto è ai limiti del tragico. "badlands" nella stessa versione degli ultimi 30 anni, un'imbarazzante "we take care of our own" e una "wrecking ball" assolutamente priva di mordente. eravamo pronti a confermare le voci moderatamente critiche di chi era stato in spagna e invece da lì in poi è stato un divertente e interminabile party. da tempo andiamo dicendo (in realtà proprio a nessuno: da lustri non partecipiamo, volontariamente e con somma soddisfazione, al dibattito springsteeniano) che a livello di contenuti artistici la vera palla al piede di bruce si chiama e street band. possono piacere o meno, essere delle grandi mattonate sui cabasisi o progetti senza capo né coda, ma tutti gli esperimenti "altro" si sono rivelati sulla carta almeno più interessanti. il concerto con la gioiosa macchina da guerra musicale si ripete invece uguale a sé stesso da tanto (troppo?) tempo, assumendo i contorni di un greatest hits itinerante e di un juke-box continuo. ma, se baraccone deve essere, allora vogliamo pure i fuochi d'artificio, le luci laser e le coriste fighe cui dare una bella manata sul culo tra un brano e l'altro. un po' come i maestri cazzari dei rolling stones, cui non passa nemmeno lontanamente l'idea di veicolare un qualsivoglia messaggio sociale. però, alla fine diciamo anche la verità. ci siamo divertiti? sì, moltissimo. ma proprio tanto. ci ha stufato la baracconata dei cartelli (ove tra l'altro il fan più frustrato può dar sfoggio o della sua inutile saccenza con richieste al limite della ricerca bibliografica o del suo amore malato con modalità progettate in tandem con archimede pitagorico)? sì, però ci ha regalato l'accoppiata "caddilac ranch" / "sherry darling" sulla quale anche tipi compassati come noi non hanno non potuto ballare. la scena con i bambini in "waiting on a sunny day" è patetica? sì, però i due saliti sul palco della commerzbank arena hanno sfruttato bene i loro due minuti di celebrità (di meglio avrebbero solo potuto urlare che quella canzone è una cagata pazzesca) e hanno aumentato il tasso di adrenalina della serata. le noti dolenti? poche. la pagliacciata delle parole di circostanza in tedesco, per esempio. probabilmente nemmeno comprese visto che la reazione è stata nulla. a quel punto meglio il trap e il suo inarrivabile strunz.

- LA BANDA. non solo noi, ma anche i nostri eroi iniziano ad avvertire il passare degli anni. diciamo che la mobilità da un po' non è il loro forte e assomigliano un po' ai giggs, ai del piero e ai totti che deliziano sempre i propri tifosi - che mai si sognerebbero di criticarli - ma giocano praticamente da fermi, regalando magie solo dalla loro mattonella. bruce invece è un po' come paul scholes: ha gli stessi anni degli altri, ma corre come un tempo. magari con qualche furbizia: come l'innocuo fallo tattico del rosso centrocampista serve a prender fiato, qui una scenetta dilatata all'infinito (in una degna di nota è l'imitazione, immaginiamo non voluta perché comprensibile solo dal pubblico tricolore, di umberto bossi nel tipico sorriso post paresi da incontro con luisa corna) o la presentazione al rallenty della band assolvono la medesima funzione. piccoli trucchetti da fuoriclasse. non abbiamo mai capito una fava di questioni tecniche, ma il sassofonista-nipote ci è piaciuto. il nostro orecchio non ha sentito stecche (non possiamo dire lo stesso per l'ultimo clarence) e abbiamo trovato molto umano - e sinceramente autentico - l'atteggiamento di paternalistico supporto del boss a chiamare l'applauso per ogni intervento del nuovo entrato in famiglia. la sezione fiati risulta invece a nostro avviso un po' sprecata: ha delle parti assegnate nel copione, recitate con maestria, ma la sua presenza assomiglia a uno di quegli add-on nei videogiochi di calcio. schiacci il tasto e appare la palla infuocata che brucia le mani del portiere. bello, la usi un paio di volte, ma poi ti accorgi che è un elemento estraneo alla filosofia di tutto il resto. nessun arrangiamento viene stravolto per dare una nuova veste ai brani. lo stesso accade con il coro pseudo-gospel. peccato, l'impressione è quello che si continui sulla falsariga del casino a tutti i costi, probabilmente nemmeno precisissimo, delle ultime tournee. che poi, con tutta probabilità, è ciò che chiede la maggioranza schiacciante del pubblico: ritrovarsi in territori già noti, per fingere che le merendine di un tempo erano davvero più buone e non semplicemente l'idea che ne conserviamo solo perché eravamo tutti più giovani.

- LA CITTA'. a francoforte ci sono pochi o zero monumenti e musei. l'unica quindi è passeggiare a zonzo e respirare un po' l'atmosfera della città, attraversata da un maestoso fiume dalle inquietanti acque marroni. inutile nasconderselo: il benessere in germania c'è e non viene nemmeno tanto nascosto. all'inizio facevamo il gioco di scorgere delle fiat nel traffico. dopo due ore di zero a zero siamo passati a "trova una qualsiasi utilitaria nel traffico" e anche qui il punteggio non ha raggiunto cifre zemaniane. la vita non è cara in assoluto (leggi: i commercianti non ti vogliono fregare in qualsiasi occasione), ma poi nelle piccole cose ti vien da pensare che forse il loro reddito giustifica un caffé espresso a due euro e mezzo. tutti poi a guardare i prezzi della benzina per poter dire che qui il diesel è 1,4 e noi invece paghiamo ancora le accise per finanziare le caravelle di cristoforo colombo. probabilmente però in germania ci dev'essere una tassa sull'acqua minerale: in un decoroso ristorante abbiamo pranzato con 8 euro, ma abbiamo pagato la nostra minerale da 75cl la bellezza di 5 euro e 70. abbiamo già scritto in altri resoconti di nostri viaggi teutonici delle biciclette enormi, atte a trasportare questo popolo che per altezza media e sana e robusta costituzione ha incredibilmente perso delle guerre mondiali. certo, a volte inquietano per questa aitanza un po' da gioventù hitleriana, ma in fondo sono sempre ospitali, mostruosamente organizzati e incredibilmente civili. se solo la bundesliga fosse bella come la premier league avremmo seri dubbi sul dove trasferirci quando avremo il coraggio di dire addio al nostro paese.

- GLOBALIZZAZIONE. le grandi città, in quanto a negozi e ristorazione, tendono ormai ad assomigliarsi tutte: da un lato è tranquillizzante, dall'altro questa standardizzazione e omologazione è il prezzo da pagare al pianeta globale. anche qui poche ma immense edicole, che ogni volta rinnovano in noi l'antico desiderio di lavorarci per poter passare tutto il tempo che vogliamo con ogni rivista immaginabile, ci hanno allietato le ultime ore nella città: intere pareti dedicate a settori specifici, dove, con un po' di pazienza, si possono scovare "macchine reflex per persone mancine" o "suonare il basso senza corde per far impazzir le donne sorde".

- AMICI. alla fine non è né la musica né il rinnovare le proprie statistiche malate di fan la molla principale che ci spinge a partire per l'ennesimo concerto (e rispondere poi alla solita domanda di colleghi e familiari, "ma sempre dello stesso?", proprio loro che ordinano la capricciosa da una vita). sono gli amici che incontri prima o dopo l'esibizione. che non fanno parte della tua quotidianità, ma invece ne fanno parte come e più di certe facce che ti ritrovi davanti ogni dieci minuti. con cui scherzare per la pancetta, la barba che si imbianca, i capelli che non ci sono più. ma che in un abbraccio veloce ti fanno capire che in fondo sono inguaribili come te e un po' di bene autentico te ne vogliono. è soprattutto per loro che già in aereo pensi a come buttar giù questa serie di cialtronate.

lunedì 12 marzo 2012

Un sabato di serie B

(di Sir Torati)




Sabato pomeriggio ho posato un altro mattoncino verso l'ambito traguardo di tornare single, costringendo la mia metà a sorbirsi un entusiasmante trasferta a cittadella (ché io non ho amici e ad andar da solo mi viene la depressione) per vedere una bella partita di calcio di serie b.

la sera ci sarebbero stati pure i radiofiera a qualche sperduta sagra della fagianella in salmì, ma ho preferito non calcare troppo la mano.

INDICAZIONI STRADALI - da tempo affermo la totale inutilità dei cartelli stradali con scritto "centro". perché, soprattutto se non si conosce la città oggetto della propria meta, non è che poi ti avvisano quando ci sei arrivato. così l'unica è capirlo per deduzione: quando sullo specchietto retrovisore vedi che il centro è dall'altra parte, significa che l'hai bello e superato e devi tornare indietro. con il cartello "stadio" dovrebbe essere diverso, dato che un impianto sportivo è decisamente più riconoscibile di un concetto più astratto come quello di centro storico (soprattutto in certi paesotti dove non ho mai capito a quale nucleo di costruzioni sia affibiato l'impegnativo e qualificante aggettivo "storico"). invece no: abbiamo girato 40 minuti in macchina, senza beccare mai l'impianto sportivo. ora, cittadella è una graziosa cittadina di ventimila abitanti, grande quindi poco più di mezzo quartiere di un comune capoluogo di provincia. da un decennio o giù di lì hanno una squadra di calcio che disputa meritatamente un campionato nazionale, quindi la viabilità nei giorni delle partite dovrebbe essere un meccanismo abbastanza rodato. lungo le mura cittadine ci sono anche i cartelli luminosi col simbolo del pallone. facile? sì, se mettessero un'intuitiva freccia.  invece c'è una scritta chilometrica: se sei tifoso ospite devi imboccare via kennedy e girare dopo 50 metri in via newton, se sei tifoso locale devi invece fermarti in via nievo. ora che hai letto tutto, devi ancora decidere se sei tifoso locale o ospite. nel frattempo hai già superato via kennedy, via newton e pure via nievo. quanto vorresti essere in parco della vittoria o anche finire in prigione senza passare dal via.

TOMBOLATO - quando andavo alle superiori il cittadella militava nei dilettanti e si giocava col tombolo la promozione in c/2. il suo stadio è rimasto piò o meno quello, con l'aggiunta di una bella (e speriamo solida) struttura in tubi che funge da seconda tribuna. da una parte ci sono i terreni agricoli e poco più in là la statale. il colpo d'occhio è abbastanza triste e vien da sorridere quando si parla di modello inglese con gli impianti che devono lavorare tutta la settimana, il supermercato e il cinema vicini, il negozio di merchandising e il museo. un paio di cessi decenti e la visuale non bloccata da un palo della luce da queste parti sarebbero già oro colato.

TESSERA DEL TIFOSO - pur partendo con due ore di anticipo, siamo riusciti ad entrare pochi minuti prima del calcio di inizio. non visitavo uno stadio italiano da parecchio tempo, quindi non ricordavo la necessaria schedatura alle casse. alquanto curioso il meccanismo di controllo, dato che, sia in biglietteria che ai tornelli (altra fila), l'unica verifica è la corrispondenza tra nome sul biglietto e nome sul documento. probabile che i delinquenti di professione la sfanghino ogni volta presentando la carta di identità della vecchietta appena scippata. il problema è sempre quello: non sono (solo) le regole in sè a determinare il successo di un provvedimento, ma anche le modalità concrete di applicazione.

SERIE B - non posso generalizzare dalla visione di una sola partita, ma il livello tecnico (tennico) della serie b mi è parso piuttosto desolante. poca impostazione, stop sballati e percentuale bulgara di passaggi errati. forse (vedi sopra il discorso sugli stadi inglesi) spalti pieni e erba verde aiuterebbero di più il contesto, ma siamo certi di un discreto livellamento verso il basso con la differenza tra le varie categorie dettata solo dalla preparazione atletica più o meno intensa a seconda del grado di professionismo. un titolare del cittadella potrebbe forse giocare anche nel lecce o nella pro vercelli e né l'una né l'altra situazione sarebbero uno scandalo. dipende da come gira la ruota della fortuna della carriera.

ZEMANLANDIA - ah, sì. sono andato a cittadella per vedere il pescara. ah, tifi per i biancoazzurri? no, tifo zeman. i detrattori dovrebbero chiedersi perché molte persone oggi si interessano della serie b solo per sapere cosa ha fatto il pescara. gli abruzzesi sono la squadra con più spettatori in trasferta e siamo sicuri che non sono quei quaranta abruzzesi in gita a spostare i numeri delle statistiche. non avevo mai visto una squadra di zeman dal vivo. gioca con discrete geometrie, considerando il materiale umano a disposizione, e la fase difensiva è effettivamente un optional. mi chiedo come squadre più titolate non sotterrino di gol il pescara: attaccano in 7/8 elementi e quando perdono palla è sempre due contro due... i detrattori diranno che il boemo non ha mai vinto nulla: è vero. vedi invece gli albi d'oro dei titolatissimi e divertentissimi mazzone, sonetti o mondonico...

ULTRAS - non ho mai amato le tifoserie organizzate e soprattutto non ho mai capito in cosa diavolo consista lo stile di vita ultras. comunque al tombolato c'era questa quarantina di disgraziati provenienti da pescara. divertente lo striscione "la padania non esiste, zemanlandia sì", prontamente sequestrato dalle zelanti forze dell'ordine. al secondo gol dei loro beniamini si sono arrampicati - da cretini, ma innocui - sulle esili recinzioni dello stadio. con un semplice calcio una porta si è aperta e in cinque hanno tentato una pseudo-invasione di campo. poteva finire lì, invece lo steward del cittadella ha iniziato a menare pugni a casaccio: un bel modo per riportare la tranquillità. i quattro carabinieri invece erano come gli amici di gino paoli: al bar (davvero). tornata la calma, dieci minuti dopo, lo steward - una nota di colore: era di colore (ah ah ah) - è stramazzato al suolo. vedi mai che al pronto soccorso non negano a nessuno qualche giorno di malattia. sempre che ci sia arrivato: tra arrivo dell'ambulanza e imbragatura saranno passati sì e no 40 minuti. che poi ho scoperto che ospedale e pronto soccorso sono appena fuori dallo stadio. se capita, meglio racimolare le poche forze residue e andarci a piedi.

ECONOMIA DEL NORDEST - dentro uno stadio tutto è concesso a livello verbale. il linguaggio non sarà molto raffinato, ma sicuramente fantasioso. il campionario di bestemmie e consigli tattici è lungo. quello dietro di noi chiedeva al portiere del cittadella di provare sempre il tiro in porta da un'ottantina di metri perché i numeri uno di zeman giocano sempre fuori porta. gli ultras adriatici sono stati oggetto delle offese peggiori (dall'evergreen "terroni" al più attuale "terremotati"), nonché delle soluzioni più semplici per risolvere il problema della violenza degli stadi: arresto immediato, manganellate e pena di morte. io ne ho una ancora più semplice: che i commercianti, nordestini doc, attorno allo stadio rinunciassero al facile reddito di vendere altre quattro birre a soggetti evidentemente già alticci.

CONTRAPPASSO - per dare un tono alla giornata, oltre alla passeggiatina a cittadella, invece di correre a casa per la gara tardo-pomeridiana di premier league abbiamo accettato di trascorrere la sera nell'incantevole e vicina bassano del grappa. nel quadernetto degli avvistamenti vip ben due personalità: un concorrente del programma di real tv "fuori menù" (il mitico "pepi" di un figlio aspirante cuoco alquanto goffo) e l'ex arbitro luigi agnolin. purtroppo è mancato l'incontro con francesca michielin. di sicuro era a casa a vedere everton - tottenham col fidanzato.