venerdì 13 agosto 2021

Tredici per il weekend


 

Tredici canzoni nuove per il fine settimana:

  1. Willie Nile - The day the earth stood still
  2. Bryson Cyrus & Steve Earle - Black water
  3. The Picturebooks & Elin Larsson - Too soft to live and too hard to die
  4. Samantha Fish - Crowd control
  5. Chris Stapleton - Nothing else matters
  6. The Cold Stares - Strange Light 
  7. War & Pierce - Mercy
  8. Tommy Castro - Somewhere
  9. Billy Bragg - Ten mysterious photos that can't be explained
  10. The Jaded Hearts Club - Do I love you (Indeed I do)
  11. The RT's - Need you right now
  12. Sean Rowe - Little death
  13. Ronnie Wood, Mick Taylor & Paul Weller - Shame shame shame


Buon ascolto!


mercoledì 11 agosto 2021

La casa al di là del fiume

 



Dall'altra parte del fiume, rispetto a casa dei miei suoceri, c'è una casa bianca, proprio di fronte.

La conosco da quando ho iniziato a frequentare mia moglie, prima ancora di salire a casa dei suoi, quando passavamo da lì per andare a casa sua.

All'inizio non ci avevo fatto caso, poi mi accorsi che sul terrazzo della casa al di là del fiume c'era qualcuno, c'era sempre qualcuno quando arrivavo; dopo un po' compresi che non erano tanto i due signori che ci vivevano a stare di vedetta, ma i figli e soprattutto i nipoti, che avevano intuito qualcosa su quel tizio con la macchina grigia che veniva sempre più di frequente.

Coi mesi e gli anni, ovviamente, la casa al di là del fiume divenne "la casa di Nonno Giacomo e Nonna Gianna", i genitori di mio cognato, che come quelli di mia moglie avevano questa posizione strategica sul paese.

Di vedetta c'erano i miei cognati e i due figli, curiosi di sapere chi fosse il nuovo ragazzo di Zia Simona, con cui feci la conoscenza "ufficiale" dopo qualche tempo. 

Alla fine capivo distintamente i movimenti sul terrazzo, di chi si sporgeva per vedere e poi faceva finta di nulla.

Per anni, la casa al di là del fiume era la prima cosa che guardavo appena arrivato dalla mia fidanzata, appena sceso dalla macchina, appena tornato dal lavoro quando casa di Simona divenne anche casa mia. Chiunque fosse quell'ombra distante, ci scambiavamo sempre un saluto, un nipote, un cognato, un nonno, che importa, la casa al di là del fiume era sempre abitata, sempre aperta, sempre piena d'amore, come toccai con mano quando ci entrai.

Su quel terrazzo mangiai le lumache più buone che abbia mai assaggiato, offerte dalla Nonna Gianna, che per prepararle lavorava almeno due giorni.

Nonno Giacomo era la memoria storica della vallata, ogni volta che passava a trovare i consuoceri era come leggere un'enciclopedia, un libro di storia, come avere Piero e Alberto Angela in giardino che raccontano dei tesori della memoria, come solo i paesi dell'entroterra sanno custodire e tramandare. 

Intanto che lui raccontava, Nonna Gianna e mia suocera parlavano di cucina, si scambiavano ricette, e Nonna Gianna sorrideva, io non penso di averla mai vista senza il suo sorriso, dolce, affettuoso, un vero "sorriso da nonna" che lei regalava non solo ai suoi nipoti, generosa di cuore nella vita come ai fornelli.

Da un mese circa, la casa al di là del fiume è chiusa, Nonno Giacomo se n'è andato qualche anno fa, Nonna Gianna lo ha raggiunto da poco, spegnendosi lentamente, forse dal momento in cui era rimasta vedova. Li immagino sereni che "ratellano" come si dice in ligure, con lei che lo rimprovera, ma sempre col suo dolcissimo sorriso.

Non c'è occasione in cui, andando dai miei suoceri, io non alzi lo sguardo per vedere la casa al di là del fiume.

Si, è chiusa, ma se faccio attenzione sento il vociare e le risate di bambini curiosi e soprattutto ho nel naso l'odore di lumache e dell'amore che l'ha riempita per tanti tanti anni.


sabato 1 maggio 2021

1 Maggio: Parlando di lavoro, parlando del mio lavoro




Nel mese di febbraio 1994 avevo appena iniziato il mio primo anno di tirocinio professionale, presso un Servizio di Salute Mentale di Genova.

Mi ero recato presso l'ex ospedale psichiatrico di Genova Quarto, dove con cadenza mensile tutti gli assistenti sociali dei Servizi di Salute Mentale genovesi si riunivano per un incontro di coordinamento.

Non avevo ancora imparato uno dei cardini della professione, cioè che l'assistente sociale è sempre in ritardo, né ancora conoscevo bene la città, quindi ero arrivato con un certo anticipo e per ingannare l'attesa avevo cercato all'interno della struttura un bar per un caffè.

Trovai un bar gestito e frequentato praticamente solo da ex utenti dell'ex ospedale psichiatrico. Bevvi il mio caffè più rapidamente possibile e uscii, con negli occhi e nel cuore delle immagini che ancora adesso non mi hanno abbandonato. Si può essere morti pur vivendo? Si può guardare senza vedere? Si può rappresentare il vuoto dell'anima e del cuore? In quei 5 minuti passati in compagnia di quelle (ex?) persone ho trovato purtroppo le risposte a queste domande.

Persone abbandonate, svuotate, appoggiate su una sedia, ecco il mio impatto con gli utenti della Salute Mentale, ecco il “manicomio”, ecco uno spaccato del disagio che stavo studiando come affrontare, che avevo scelto come oggetto della mia futura vita lavorativa.

Nessuna differenza tra chi stava da una parte o dall'altra del bancone, a parte la (minima) capacità di fare un (pessimo) caffè. Chissà, forse quella era la caratteristica che faceva del barista un qualcuno, qualcuno che spiccava tra gli altri compagni.

Al di là delle battute sull'arrivare in ritardo, quel giorno ho imparato due cose, che ancora oggi mi sforzo di avere sempre a mente, soprattutto al lavoro.

La prima è che comunque vada la mia vita, difficilmente e raramente avrò il diritto di lamentarmene, soprattutto per motivi futili e banali.

La seconda è che nessuna malattia, fisica, psichica o, perché no, sociale deve ridurre un uomo e la sua dignità in uno stato come quello degli avventori di quel maledetto bar.

Nell'ottobre 2003, nel Comune dove stavo lavorando, viene ricoverato G.

G è quello che in passato era definito “il matto del paese”, persona con evidente ritardo mentale (ha 48 anni e ne dimostra 10), ma amata da tutti, da tutti aiutata e rispettata. G viene da una vita di insulti, minacce e botte, che se non lo hanno ridotto così da sole, forse ne sono una delle principali concause.

L'ufficio servizi sociali è per G la sua seconda casa, qui lavorano le due assistenti domiciliari che lo vanno a trovare ogni giorno, qui ci siamo io ed il mio collega a cui puntualmente ogni lunedì G viene a raccontare il Gran Premio di Formula 1 del giorno prima.

Io e G siamo andati insieme a comprargli le scarpe da ginnastica, siamo andati insieme a comprargli l'orologio nuovo, il televisore.

Io e G quando lo avevano dimesso dopo un breve ricovero avevamo fatto il giro del paese suonando il clacson perché tutti sapessero che era tornato.

G sta male e viene ricoverato; mentre aspettiamo l'ambulanza, sdraiato sul pavimento dove ha dormito tutta la notte perché non riusciva né ad alzarsi, né a chiedere aiuto, G piange e mi tiene la mano (spesso penso a lui anche oggi come il figlio maschio che non ho ancora avuto).

Cerco di consolarlo e quando lo caricano sull'ambulanza lui, rasserenato, mi dice che si, ho ragione, tornerà a casa meglio di prima “perché ormai ho una certa età e mi devo trovare una moglie ed un lavoro”.

Una moglie ed un lavoro. Per farsi forza, G sognava queste due cose, una famiglia e qualcosa da fare durante il giorno.

G, che purtroppo a casa non ci è più tornato, nella sua mente ingenua aveva comunque chiaro cosa voleva dire “essere adulti”. Il lavoro è “una cosa da grandi”, il lavoro ti rende adulto. E normale.

Nel mese di marzo 2009 sono a Torino per una serata con gli amici; un gruppo di loro suona le canzoni di Bruce Springsteen, in un circolo in centro.

Il Caffè Basaglia lo conosco così, grazie ai miei amici ed alla mia passione per la musica.

Ma il Basaglia, scopro quella sera, è molto di più. Circolo ARCI, nato e coordinato da uno psichiatra, gestito unicamente da suoi ex pazienti.

Così tra una birra ed una canzone li vedo all'opera, camerieri, baristi, cuochi.

E subito penso al bar di Genova Quarto, dove aleggiava la morte se non del corpo, sicuramente dell'anima; mentre qui il barista oltre a fare un caffè migliore, ha stampata in fronte la gioia di essere lì in quel preciso momento a fare quelle precise cose.

Mentre uno dei camerieri mi confessa in segreto di essere il figlio di Al Bano e che uno dei cuochi in realtà è Osama Bin Laden, penso a G, alla sua voglia di essere in mezzo alla gente, di parlare, raccontare, scherzare, giocare.

Come mai è così importante lavorare? Certo, senza soldi non si va avanti, ma davvero è solo questo il motivo?

Molto spesso parlo del mio lavoro sotto due punti di vista.

Il primo è il fatto lampante, che io sono un dipendente pubblico, il che mi porta ad essere oggetto di battute e luoghi comuni sul fare poco e niente, sull'aspettare il 27 del mese.

Però spesso sottolineo maggiormente l'aspetto “morale” del mio lavoro e la fortuna che ho nello svolgerlo. Fortuna, e non merito, perché il mio lavoro, grazie alle situazioni che mi fa affrontare, alle persone che mi fa conoscere, mi ricorda sempre quanto io sia comunque un privilegiato e mi aiuta a capire quali siano le cose davvero importanti nella vita.

Ma è così per tutti?

Spesso, quando il lavoro mi pesa, quando la giornata sembra non finire mai, cerco di ricordare almeno un paio degli episodi che ho raccontato sopra, per capire realmente chi sono e quanta fatica sto facendo.

Il lavoro di per sé è comunque uno status.

Tu sei in quanto lavori.

Tu sei in quanto fai.

Tu sei in quanto produci (e spesso tu sei in quanto consumi).

Se queste regole sono valide per tutti, a maggior ragione lo sono per chi deve lottare per guadagnarsi quantomeno lo status di “normale”, male che vada di “solo un po' strano”.

Se queste regole sono vere, per loro valgono molto di più, perché il lavoro è uno strumento con il quale cambiare la propria condizione, con il quale cambiare il modo in cui si appare agli altri, il loro status, spesso addirittura la loro vita.

L'aspetto economico forse ha un ruolo limitato in questo discorso, forse assume importanza solo ad un livello più “alto”; fatto sta che “il lavoro” è una patente che ci permette di entrare in posti ed in situazioni magari sempre soltanto immaginati.

Così come anni fa c'era il mito del “posto fisso”, ora è forte la suggestione dell'indipendenza, soprattutto economica. Tale suggestione non può non riflettersi su ogni fascia di popolazione, anche le più deboli, anche le più bisognose di protezione.

Al giorno d'oggi, tanto è forte il mito del lavoro, quanto lo è la crisi che attanaglia il suo mondo.

L'immobilismo in cui sembra versare in modo irreversibile il nostro paese rende una sfida difficilissima l'ottenimento di un lavoro che renda davvero autonomi e che, parlando da un punto di vista “professionale”, metta in grado la persona di autodeterminarsi.

Così, lo stesso concetto di “fasce protette”, sotto la cui ala si riparavano molte categorie, tra cui i pazienti psichiatrici, sta perdendo non solo importanza, ma urgenza, significato e priorità.

In un mondo che non assicura un lavoro a chi compie percorsi scolastici a volte decennali, come si possono tutelare le fasce protette? Che spazi, che mansioni possono essere dedicate a loro, senza sottrarle ad altri, magari più titolati?

All'interno della drammatica partita che generazioni intere stanno giocando per ritagliarsi un ruolo lavorativo, si corre il rischio di considerare automaticamente “in panchina” chi non è in grado di fare da solo.

L'importanza della riabilitazione spinge dunque a chiedersi se e quanto il lavoro sia utile, specie alle attuali condizioni. Credo sia doveroso affrontare questi temi, con lo sguardo privilegiato di chi cerca di occuparsene, insieme ai servizi specialistici.

Del resto, penso di essere in debito, con G e con i baristi, camerieri e clienti, di circoli o bar all'interno di ex ospedali psichiatrici.



sabato 9 gennaio 2021

Nel 2020 la musica mi ha salvato la vita

 



Ho passato ore a guardare il muro del mio ufficio, mentre fuori non si capiva che cosa stesse succedendo, i reparti erano blindati, le strutture, per le quali io dovevo occuparmi di inviare le richieste, chiuse; ho chiesto di potermi rendere utile, con mail alle quali ancora oggi non ho ricevuto una risposta, fosse pure negativa.

Nel frattempo ho visto rubare alle mie figlie due anni scolastici, l'inizio di un ciclo di studi che come ogni inizio era delicato e da vivere intensamente, ho visto rubare e rovinare esperienze importanti, le ho viste, come tutti i loro coetanei, chiuse in casa a non sapere cosa stesse succedendo, adattarsi, inventarsi nuovi modi di relazione, oltre che sentirsi accusati di essere i colpevoli di tutto sto delirio perchè qualcuno usciva.

In tutto questo per fortuna c'era la musica, che mi ha salvato letteralmente le giornate, portandomi in posti migliori, dove gli abbracci e il contatto umano erano ancora consentiti.

Credo di non aver mai ascoltato tanta musica come in questi 10 mesi, forse nemmeno l'ossigeno mi era più necessario di lei.

12 mesi, 12 playlist:


venerdì 25 settembre 2020

Fantasmi con la chitarra




È uscito ieri pomeriggio il secondo singolo dell'ormai imminente nuovo album di Bruce Springsteen. 

Si chiama Ghosts e aggiunge decisamente intensità emotiva a quella Letter to you a cui si riferisce il titolo del disco (e del precedente brano).

Una canzone e un video che sintetizzano in poco più di 5 minuti una storia, una carriera, una vita.

I fantasmi del titolo sono sicuramente le persone che Bruce ha perso nel corso degli anni, perché soprattutto dal 2000 in avanti, diversi sono stati i lutti che lo hanno colpito e che hanno segnato le sue scelte artistiche.

Ma come sempre, come nel tour del 2012, che celebrava "i grandi assenti" Danny e Clarence con quel minuto di urlo liberatorio da far arrivare più in alto possibile affinché lo sentissero (se noi siamo qui e voi siete qui, anche loro sono qui) la morte è protagonista, ma non vincitrice.

Certo, da diversi anni, l'autore di uno dei più bei dischi sulla voglia di vivere e di raggiungere i propri sogni (si è BORN TO RUN) sull'argomento ci torna spesso, inevitabile, visto appunto le occasioni in cui ci si è scontrato, ma non per questo lo fa in modo triste o meramente elegiaco.

Chi se ne è andato, ha lasciato qualcosa di grande, ha lasciato radici, memoria, strade tracciate da proseguire, ha lasciato giacche di pelle e vecchie chitarre, appuntamenti da rispettare e momenti da far rivivere.

Non piangere perché è finito, sorridi perché è successo, c'era scritto sul biglietto commemorativo di Clarence e sembra che sia questo lo spirito con cui Bruce abbia deciso di onorare la memoria dei suoi cari.

La canzone è nuovamente rivolta a un YOU, che sia George Theiss, chitarrista dei Castiles scomparso 2 anni fa, che sia Big Man o Phantom Danny o Terry o suo padre.

Non importa, ognuno di loro è con Bruce nella canzone e sul palco, sempre.

We are trav'ling in the footsteps
Of those who've gone before

dice quel vecchio gospel che Bruce portò in tour nel 2006, niente di più vero e la carriera del figlio illegittimo di Elvis e Bob è lì a dimostrarcelo.

Sento il suono della tua chitarra, che arriva da un posto mistico e lontano, probabilmente dal paradiso dei musicisti, probabilmente dal profondo del cuore dello stesso Bruce.

Assenza che si fa presenza, vera, concreta, che diventa stimolo e ragione per celebrare, nonostante si parli spesso di morte, la vita stessa.

Sono vivo, ripete più volte nel corso della canzone, vivo e felice di esserlo, perché il protagonista di Western Stars, quello che ogni mattina quasi non credeva alla fortuna di essere sopravvissuto ad un'altra notte, fa parte di Bruce, lo sente aleggiare su di lui come un avvoltoio affamato e allora la reazione è quella di urlare a pieni polmoni che non è ancora tempo.

We are alive, cantava nell'omonimo brano di Wrecking ball, perché siamo ancora, nonostante tutto shoulder to shoulder and heart to heart

Assenza che fa rumore, come stivali sul pavimento di legno, immagine che chiude la prima parte del brano, quella dove i ricordi si risvegliano, si fanno carne e non potendo riportare i fantasmi dal protagonista, portano lui da loro.

Ecco allora che si riunisce la band, che siano i Castiles, gli Steel Mill, la ESB, non importa ora, perché lui è con loro, inforca la chitarra, alza il volume dell'ampli, conta il tempo e si ripete di nuovo la magia, quella della musica, quella del rock che ti salva la vita.

Per chi nella vita si rese conto di non saper fare altro che suonare e stare sul palco, al punto da ammalarsi seriamente una volta sceso, l'esibizione è semplicemente vita, un tutto che ognuno di noi può declinare a piacimento.

Se il testo sembra raccontare in modo specifico le gesta di una rock band, possiamo facilmente farlo nostro, perché ognuno di noi sente che la presenza di qualcuno lontano lo spinge a fare meglio, a fare di più, a vivere un po' anche per quelli che non possono più.

Non faremo prigionieri, si dicono i membri della band per farsi forza e darsi coraggio, non lasciamo nessuno in grado di muovere un solo muscolo, come succede ogni volta che si riaccendono le luci e ci si guarda stravolti dopo un suo show.

Sono vivo, me lo conferma il pulsare del sangue dentro il mio corpo, sono vivo e sebbene sappia che era solo un sogno, averti rivisto mi rende felice (quel rejoice è quasi religioso nel suo significato di riaccendere una fiamma che si stava spegnendo).

Non serve essere musicisti per provare questa sensazione, ve lo possono confermare le mattine in cui mi sono svegliato con gli occhi bagnati e il cuore gonfio di emozione, per aver rivisto mio padre e le mie nonne, certe volte in modo così concreto da sentirli quasi ancora abbracciati a me, con la luce di cui sono composti i loro spiriti che mi accecava.

Il video stesso racconta la sua storia, dai locali dove dovevano montarsi da soli l'impianto agli stadi (SAN SIRO!) pieni di gente in festa, dalle immagini sfocate di ballerini composti, a fans in estasi che suonano batterie immaginarie.

Non è solo celebrazione, ma memoria, come dimostra la scelta di far apparire proprio Danny e Clarence (e il suo enorme sax) mentre il ritornello dice è solo il tuo fantasma che si muove nella notte, spirito pieno di luce.

Bruce non sembra aver paura della morte, non la sfida, ma trasforma il dolore che essa porta con sé in impegno, dedizione, energia e tanto, tanto rispetto per chi ci ha lasciato.

Questo è il messaggio che mi arriva, dalla seconda  lettera che Springsteen ci spedisce: noi che abbiamo ancora in mano la nostra vita, tra i tanti motivi per onorarla al meglio, ricordiamoci anche di tenere accesa la luce che altri ci hanno lasciato in consegna, lasciamoci illuminare da essa e ovunque noi siamo, ricordiamoci sempre to kick into overdrive.

Questo è sicuramente un momento della carriera e della vita di Bruce dove è più portato a fare sintesi, a tirare le fila e rendere più visibile il sentiero per chi volesse percorrerlo. 

Ritorna ancora l'idea del ritorno a casa, della chiusura del cerchio, di chi sa di aver fatto nel corso degli anni "la nostra modesta versione del lavoro di Dio".

E come disse lui stesso al funerale di Clarence:

non saluterò il mio fratello, dirò semplicemente: arrivederci alla prossima vita, di nuovo per strada, dove riprenderemo un’altra volta quel lavoro, e lo finiremo.




venerdì 11 settembre 2020

La lettera di Bruce Springsteen

 


Dopo mesi di voci sempre più insistenti, ieri in contemporanea Bruce ha annunciato l'uscita del suo nuovo album (23 ottobre) e lanciato il primo singolo dello stesso, Letter to You, brano che darà anche il titolo al disco.

Mentre già si è scatenata la solita competizione a chi la fa più lontano, tra assolutisti dal capolavoro facile e scettici per partito preso, in attesa di serate dove trasformarsi nuovamente in fan per salire sul palco, io mi godo questo nuovo capitolo senza volerlo per forza misurare o catalogare, ma cercando di capire cosa possa dirmi nei suo 4 minuti scarsi.

Il pezzo già dal titolo profuma di intimismo e confidenze. Nell'epoca della condivisione con tutti e a tutti i costi, di cui sono sicuramente schiavo, l'idea di scrivere una lettera è così fuori moda da affascinarmi immediatamente. 

In più la copertina del disco è un primo piano di una foto scattata da Danny Clinch in una New York innevata e quasi spettrale.



Lo stesso video in bianco e nero e in presa diretta dallo studio di registrazione mi rimanda al passato, a momenti in cui la musica univa chi la suonava, come sembra confermare la scelta di Bruce di registrare tutto l'album "dal vivo" con la E Street Band in studio.

Sempre a proposito del video, ho notato come compaiano principalmente i membri storici della band, ad esclusione quindi degli innesti più recenti come Soozie Tyrell, Charlie Giordano  (inquadrato fugacemente sullo sfondo) e Jake Clemons, quasi a significare che per l'anteprima del disco, Bruce abbia voluto ripartire dal nucleo storico del suo gruppo storico

Accompagnato da un suono sicuramente riconducibile al marchio di fabbrica E Street, il testo racconta di una persona che si ferma e dedica spazio e tempo alla scrittura di un messaggio per un "you" vago, indefinito e dunque potenzialmente riferito a tutti noi.

Sotto alberi selvatici
Ho tirato via quel filo fastidioso
Mi sono inginocchiato, ho preso la penna
E ho chinato la testa

Togliere un filo, come fosse un sassolino dalla scarpa o un peso dallo stomaco, Bruce si decide a farlo e sceglie una ambientazione carica di solitudine, rappresentata da quei "mongrel trees" che vedo più selvatici (quasi desertici) che bastardi.

Lo svolgimento della lettera è molto semplice, lineare e sincero, dentro Bruce vuole metterci, semplicemente, tutto: il bene ed l male, il buio e la luce, i tempi positivi e quelli negativi; nessuna bugia, nessun filtro

A prescindere da quando sia stata scritta, la canzone sembra rivolta ad una persona del 2020, sembra voler raggiungere qualcuno in questo periodo storico così assurdo, di isolamento e distanze e vuole farlo con un messaggio diretto, privato e quindi personale ed intimo.

Nelle lunghe giornate della primavera scorsa, quanto avrei voluto ricevere messaggi del genere, mentre le ore scorrevano tutte uguali, senza farci capire se e quando qualcosa sarebbe cambiato.

Come al solito, di nuovo, Bruce si rivolge a tutti ma sembra farlo ad ognuno di noi singolarmente.

Cose che ho trovato
Attraverso i tempi difficili e i buoni.
Le ho scritte tutte con inchiostro e sangue
Scavate nel profondo della mia anima
E firmate col mio nome vero
E l’ho inviate nella mia lettera a te.  

Sottolineando con forza quanto di suo ci sia dentro le righe di questa lettera, Bruce mi fa immaginare che stia parlando del suo percorso artistico degli ultimi anni, la biografia dove si è messo a nudo sfuggendo alle facili (auto) celebrazioni, lo spettacolo di Broadway dove la sua nudità è emersa ancora più evidente, come le lacrime di chiunque lo abbia ascoltato raccontare del padre o di Clarence.

Un brano dunque che sembra voler "tirare le fila" di questa esperienza, riportandola nei binari di un rock classico, suo abituale vestito, dopo aver fatto lo scrittore, l'attore teatrale e dopo quella sinfonia orchestrale di riflessioni e malinconia che è stato Western Stars.

Manca più di un mese all'uscita del disco, che conterrà anche brani risalenti a quasi 50 anni fa e l'impazienza inizia a farsi sentire, però sono tranquillo perché come dice lui stesso, so che le sue canzoni sono state scritte "in ink and blood" e tanto mi basta.

P.S. oggi è l'11 settembre e ci sono molte persone che si aspettano un messaggio di vicinanza, forse dopo The Rising Bruce non ha più dimenticato quello che gli urlò il fan mentre era in macchina: WE NEED YOU.

(traduzione a cura di Pink Cadillac)



mercoledì 1 luglio 2020

Blood Brothers



Onestamente non credo a segni o messaggi del fato, ma stanotte ho sognato che il mio migliore amico si portava a letto la mia fidanzata.

Ohibò, ci sono modi migliori per svegliarsi eh, tra l'altro la scena era ambientata più di 20 anni fa, lei era la mia fidanzata di allora, lui è tuttora un mio amico anche se ci vediamo molto poco.

Sempre non credendo a quanto sopra, arrivato a casa dal lavoro ho incontrato sotto casa mia l'unica persona che nella mia vita abbia avuto un ruolo quasi paterno; abbiamo chiacchierato 5 minuti, le cose non gli vanno affatto bene, ma il piacere di rivedersi è stato grande e reciproco.

20 anni fa oggi, al termine del Reunion Tour con la riformata E Street Band, Bruce Springsteen si esibiva per l'ultima sera al Madison Square Garden, dopo una decina di concerti consecutivi.

Del concerto del 1 luglio 2000 è anche uscito il bootleg ufficiale.

L'ultima canzone di quel concerto e quindi di quel tour fu Blood Brothers, inedito mai pubblicato ufficialmente fino al 1995 e ovviamente portatore di un grande messaggio simbolico, in un'occasione simile.

Oggi, per l'ennesima volta, ho sentito nelle note e nelle parole di Bruce la mia stessa vita, le mie emozioni, il mio percorso.

Ci sentivamo in cima al mondo fino all'ultimo
momento
Ma poi le amarezze del mondo arrivarono
all'improvviso, ed eravamo donne e uomini

Ora ci sono così tanti ricordi che svaniscono nel
tempo e nella memoria
Noi abbiamo le nostre strade da percorrere e
possibilità che dobbiamo prendere al volo

Stavamo fianco a fianco e ognuno lottava per
l'altro
Ci dicevamo che fino alla morte saremmo stati
fratelli di sangue

Ecco quindi che questa canzone, oggi, mi riporta indietro, alle persone con cui ho condiviso tanta parte della mia vita e che così tanto hanno contato per me; ecco quindi che provo ancora quella sensazione di essere invincibile, un ragazzo pieno di sogni e speranze (hope and dreams canterà Bruce proprio in questo tour) convinto di avere il mondo in mano, fino al momento in cui la realtà mi si presentò davanti, qualche addio, tante perdite, lutti e lacrime ma quelle battaglie le sento ancora mie, quei passi fatti assieme fanno ancora parte del mio sentiero

Ora la durezza di questo mondo lentamente fa a
pezzi i tuoi sogni
Trasformando in sciocchezze le promesse che ci
facciamo

E quello che una volta sembrava bianco o nero...
ora sfuma in così tante tonalità di grigio
Perdiamo noi stessi nel lavoro da fare e nei conti
da pagare

E' solo una corsa, una corsa, una corsa, senza
nessuno che ti protegga
Con nessuno che corra al tuo fianco, mio fratello
di sangue 

Bianco o nero, certo, l'assolutismo giovanile, quell'estremismo del cuore che rivedo già in mia figlia, mentre tutto attorno a me le cose si sono trasformate in tantissimi grigi diversi. 

Lavoro da fare, bollette da pagare, la vita che va avanti e se ne frega dei tuoi sogni. 

Nelle scorse settimane dovevo fare una telefonata, volevo farla, volevo dimostrare a quella persona che anche da lontano ero vicino a lui, al suo dolore, volevo sapere come stava, ritrovare quella sensazione di poter dire tutto ed essere capito

Ho dovuto trovarmela sotto casa, quella persona, per potergli parlare, lavoro da fare, bollette da pagare, mille cazzate con cui perdere tempo, ma a volte la vita ti regala qualcosa e ti aiuta.

Bruce tornerà su questo concetto proprio nel suo recente Western Stars, nella canzone che chiude il disco, Moonlight Motel e fa calare una cappa drammatica sui personaggi delle sue canzoni.

Qui invece la canzone racconterà un finale diverso, ci saranno altre corse, altre battaglie, altri passi da fare e così è stato per me e così penso ancora sarà.

Attraverso le cose sepolte dal passato... hanno
trovato le loro tracce
Sempre muovendosi avanti e mai guardando
indietro
Ora non so come mi sento, non so come mi sento
stanotte.
come se fossi finito sotto la ruota, come se avessi
perso o acquistato la vista.

Non so ancora perché, non so perché ti ho
chiamato o se qualcosa di tutto questo abbia
ancora importanza dopo tutto
Ma le stelle stanno splendendo come un mistero
svelato
Continuerò il mio viaggio attraverso l'oscurità
con te nel mio cuore
Mio fratello di sangue

La prima versione di questo brano si chiudeva così, in modo dolce amaro, con la continua ricerca di senso a tutto quello attraverso il quale si è passati, con la speranza che questo mistero svelato rafforzi dentro di noi la presenza delle persone care.

Quante volte abbiamo guardato indietro, sperando di vedere quello che eravamo sicuri di aver vissuto, ma rendendoci conto di non aver vissuto affatto, per nulla?

Ma quella sera a New York, le cose andarono diversamente.

Mentre la musica sfuma, Bruce chiama vicino a sé tutti i musicisti, tutta La Banda, tranne Max, Roy e Danny, che reggono il suono.

Si danno la mano, si mettono in fila e inizia la nuova conclusione, di una storia che non si è ancora conclusa.

Ora sono solo su questa strada, solo su questa strada stanotte
chiudo gli occhi e sento così tanti amici intorno a me
nelle prime luci della sera

e le miglia che abbiamo fatto, le battaglie vinte e perse
sono così tante strade percorse, così tanti fiumi attraversati

e chiedo a Dio la forza e la fiducia reciproca
perché è una notte buona per una corsa, fino a questo fiume
e dall'altra parte
miei fratelli di sangue

Sono 20 anni che è successo tutto questo, le lacrime di Bruce ricacciate in gola a forza, quel "let's go" con cui chiama la ripresa della musica e quel modo di attaccarsi all'armonica per scacciare via quel magone, unito alla consapevolezza di aver creato un momento magico, di quelli che solo la Musica può creare.

20 anni dicevo, e da almeno 15 il video di quella canzone è disponibile; non c'è volta che io arrivi al let's go senza singhiozzare come un vitellino, non ce la faccio.

Non è solo la tua band preferita che sta facendo un brano emozionante, è qualcosa che ti scruta dentro, ti fa passare davanti agli occhi amori, amicizie, esperienze, delusioni, scazzi, lacrime e ti devasta l'anima.

Andiamo, let's go, dice, andiamo, e capisci che la strada continua, che ci sono ancora vincoli da rinforzare, telefonate da fare, legami da riallacciare, perchè quello che si è vissuto assieme a certi fratelli, conta ed è prezioso come il sangue che abbiamo fatto scorrere nelle nostre vene in tutti questi anni.

Ho da sempre dei segnali ben precisi che mi fanno capire quando ho bisogno che Bruce venga di nuovo a stazionare pesantemente nella mia vita e di solito si manifestano con momenti di commozione fortissima, in situazioni che non sono commoventi.

Una volta lo avevo capito piangendo a dirotto durante "The E Street Shuffle", oggi, riascoltando il concerto del 01\07\2000 mi è successo durante Light of Day, maratona rock di un quarto d'ora, durante la quale è impossibile stare fermi.

Ci vedremo ancora, dice Bruce ala fine di quel tour, per me in questi 20 anni non se ne è mai andato.