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martedì 10 maggio 2016

La verità è là fuori - Gli Alieni di Geddo sono qui




Esce oggi ALIENI il terzo disco di Geddo.

Ora questo non è un giornale musicale, ma un semplice blog personale, per cui sarà chiaro a tutti che io sono schifosamente di parte quando si tratta di parlare di Davide, ma la cosa non penso sia così importante, né soprattutto sbagliata.

Alieni è il terzo tassello di una discografia che ha regalato fino ad oggi due episodi importanti come l'esordio FUORI DAL COMUNE e soprattutto il bellissimo NON SONO MAI STATO QUI.

ALIENI rispetto ai predecessori fa un passo avanti e soprattutto uno di lato, smarcandosi da facili prosecuzioni e aggiungendo nuovi ingredienti ad una ricetta molto personale. Sono infatti evidenti le influenze di Geddo, specialmente da un punto di vista sonoro – musicale, ma non per questo si può trovare in una qualunque sua canzone un pedissequo rifacimento, anche solo mascherato da omaggio.
La maestria di Davide sta infatti nel mescolare con sapienza tutti i sapori che un vero appassionato di musica come lui coglie continuamente per reinventarli con gusto originale.

Alieni parla di persone, di situazioni, parla di alienazione, di distanze tra persone, parla di rapporti umani e tecnologia. Racconta come oggi per assurdo, la fobia della perenne connessione crei distanze e sconnetta dalla realtà. Per farlo, Geddo racconta 14 storie in equilibrio tra ottimismo e sconforto, speranza e rabbia.

Nessuna ricetta, solo qualche consiglio e riflessione sull'oggi e sui suoi protagonisti.

Apre le danze CHIARO, una spruzzata di funky che ricorda i pezzi della Bertè quando c'era Fossati ad aiutarla, per una lunga confessione su quanto la chiarezza sia importante quanto problematica da praticare; la difficoltà di comunicare, nell'era della comunicazione, paradosso che ci condiziona in qualunque tipo di rapporto. Chiarezza come elemento fondamentale per andare avanti, a prescindere da chi deve per forza dirti come la pensa su qualunque cosa, soprattutto su di te.

A combattere queste difficoltà, LAMPI DI SETTEMBRE ci suggerisce un viaggio, forse solo sognato, dove spogliarsi di tutto ed essere davvero noi stessi, in un rapporto esclusivo per crescere come coppia e come persone. Non si sa se questa situazione sia concreta, ma è sicuramente un invito a sceglierla come esempio e modello, in un contesto di libertà. Ad arricchire il pop-rock del brano, il flauto traverso di Francesca Rapetti, dei Gnu Quartet, che sottolinea la dimensione onirica del testo.

DUE è il primo singolo, uscito da un paio di settimane e continua il discorso del brano precedente, arricchendolo di elementi di realtà e di quelle differenze di coppia che possono essere ostacoli, ma più preferibilmente dovrebbero essere risorse di arricchimento reciproco. Le persone sono diverse, ma questo non impedisce loro di trovarsi e di costruire qualcosa; non sono le differenze, ma la volontà di affrontarle il punto focale della questione.

Con CAMMINA CAMMINA, cantata in coppia con Alberto Visconti, voce de L'Orage, uno dei gruppi più interessanti degli ultimi anni, Geddo snocciola un'antologia di personaggi talmente caricaturali da essere veri e da portare l'ascoltatore ad identificarli con persone conosciute. Una Spoon River di viventi, un campionario di gente con cui abbiamo avuto a che fare tutti, almeno una volta, da quello che ti reputa perfetto per le sue idee innovative allo scemo con cui spesso rischiamo di confonderci, al marito infedele o alla donna che pensa solo a sé stessa. Alienazione vera, il mondo in cui come in un noto telefilm non incontriamo uomini o donne ma stereotipi maleodoranti e non del tutto vivi; il tutto inserito però in un movimento continuo, perché fermarsi equivale ad omologarsi a loro, nonostante alla fine sia fottutamente facile diventare parte di un sistema (che non ti sistema e non ti da coraggio – ma che bella è sta strofa?). La fine del brano lascia però intendere una speranza o quantomeno la possibilità che qualunque sia il punto in cui saremo costretti a fermarci, qualcun altro potrà proseguire.

PAOLINA invece è una storia piccola, magari banale, ma che racchiude molta tristezza e altrettanta malinconia; la coppia improbabile costretta a rivedere i propri progetti, le difficoltà di chi non si sente parte di certe categorie, la bellezza a rischio di chi porta colore in un mondo che punta al grigio. Il futuro non può essere un mutuo senza fine, ma purtroppo a volte accade esattamente il contrario di quello che vogliamo.

In un'altalena di emozioni e sentimenti anche contrastanti, il brano successivo è una richiesta di aiuto ed una orgogliosa dichiarazione di intenti. PORTAMI A CASA vede il protagonista affermare la propria diversità e chiede all'ascoltatore di fargli compagnia e di dargli retta, perché le sue armi sono le semplici cose con cui costruire qualcosa e con cui godere della vita, sangue e vino, un divano ed un fuoco per scaldarsi.

Gli alieni sono tra noi, sono ovunque e sono di qualunque età; ma niente come l'adolescenza assomiglia ad un tritacarne perfetto per l'alienazione. Ecco dunque che UN ALTRO GIORNO parla a loro, categoria tartassata, ma potenzialmente ricchissima di spunti (e semini) per diventare persone migliori. La persona a cui ci si rivolge ha i numeri giusti per diventare una persona vera, ma ha bisogno di una mano che indichi la strada e la aiuti a tenere il tempo, in questo vento di tempesta. L'alienazione è battibile, serve iniziare a combatterla presto.

Adolescenza come inizio, vecchiaia come solitudine e vera, tragica alienazione. BRICIOLE sembra parlare dello stesso protagonista de IL PENSIONATO di Guccini ed è un affresco minimale ed amarissimo della vita periferica di un vecchio solo e del suo cagnolino che ancora ha voglia e voglie. Nel suo monotono ripetersi, il giorno dell'anziano racchiude la tristezza di una esistenza ormai ridotta a sbiadite fotocopie di un toner in esaurimento. Fa quasi tenerezza l'unico sussulto del protagonista, quel gesto scaramantico e molto maschile che ripete in automatico all'udire l'ambulanza, quasi volesse scacciare l'inevitabile o quanto meno rinviarlo ancora un po'.

Vera protagonista dell'alienazione odierna è chiaramente la dipendenza dalla Rete e la distorsione della Realtà che la realtà, appunto, virtuale ha insinuato in ognuno di noi. NON DIRMELO è un blues sputato fuori dai denti, dove le brutture create dalla connessione costante vengono snocciolate con cattiveria. Non siamo più persone, siamo profili, siamo foto, siamo byte. Vivi, magari non vissuti. La grande contraddizione. Talmente facile raggiungere tutti, che alla fine siamo tutti soli, rivoluzionari ben poco sanguinari, condannati a dire MI PIACE. Pezzo enorme, ulteriormente impreziosito dal solo finale di Mauro Vero, che lascia immaginare una resa live spettacolare.

CHLOÈ non è propriamente ottimista, ma intravede nell'amore uno strumento per combattere l'alienazione e dare un senso più vero al passare del tempo. Finale chiaroscuro, perché l'amore può dirci di no, mentre in sottofondo l'elettricità statica disegna un contesto di abbandono.

Geddo non da soluzioni e questo è uno dei suoi punti di forza; non risolve, semmai incasina e spariglia le carte in tavola; quindi in PER CIÒ CHE MI RIGUARDA si chiama fuori da una qualsivoglia guerra e dichiara con orgoglio di continuare per la propria strada, con la chitarra come spada, ben più tagliente. Colpito ma non affondato, piegato ma non spezzato, il soldato alza le braccia e smette di combattere, il musicista è un furfante, ma a certe condizioni è l'unica scelta possibile, date le alternative nominate nel brano.

Figlia diretta di UN PUGNO NEL MURO (da Non sono mai stato qui) anche LA RAGAZZA SENZA DUBBI analizza l'impatto che la musica dovrebbe avere su chi si dedicasse a lei con la dovuta attenzione; la protagonista è una bellezza fredda e profittatrice, che circuendo il romantico eroe con la chitarra pensa di soddisfare la sua vanità, in una bella citazione de LA BALLATA DELL'AMORE CIECO. Ma la musica ti colpisce, che tu voglia o meno, che tu sia convinto di essere convinto o che tu tema di avere dei dubbi. La battaglia del ragazzo toglie, non aggiunge certezze alla protagonista perché la guerra è una sconfitta e l'amore, quello vero, pieno di dubbi, timori ed incertezze è l'unica vittoria possibile.

Arriviamo al finale con un pezzo da 90. ALLE BIONDE PIACE NOIR non è solo una canzone, bensì un omaggio ad uno scrittore (Pupi Bracali) e ad un'idea (è possibile, lo è anche in Liguria, collaborare tra artisti o loro due sono solo dei visionari, matti, romantici alieni?). Entrambi gravitano nell'albenganese, entrambi maestri con le parole, dal libro PIPISTRELLI E GABBIANI Geddo tira fuori un brano splendido dove le avventure dell'ispettore Calcagno vengono messe in musica, per un omaggio sincero come solo tra uomini di cultura può avvenire. Nel ricalcare la trama del libro, Geddo regala comunque diverse perle, prima fra tutti quella INOSPITALITÀ SINCERA che descrive meglio ancora dello sketch sulla torta di riso il rapporto dei liguri col turismo e il modo in cui il fascismo elegante e snob della poetessa e di certi salotti viene messo alla berlina, riducendolo ad un treno puntuale di mussoliniana memoria.

Chiude l'album ORO E SANGUE, brano amaro che parla di rapporti finiti e dei ricordi che come impronte digitali affiorano costantemente, magari nei momenti meno adatti, che portano il protagonista a chiedere una vita diversa e dei giorni più suoi.

Un disco bellissimo, che racconta di alieni ed alienati, di persone vuote e vite troppo piene per essere vissute in contesti così deprimenti. Disco suonato ottimamente dalla band che ormai segue Geddo da qualche anno ossia Dario La Forgia al basso, Matteo Ferrando alla batteria, Mauro Vero alle chitarre e Michele Savino alle tastiere.

Andando oltre al mero discorso musicale, le canzoni di Geddo non danno risposte, ma spesso nuove domande e soprattutto nuovi dubbi.


Al giorno d'oggi, dalla musica non è semplice ottenere di più.

domenica 6 marzo 2016

La macchina de L'Orage, un viaggio nel tempo, tra boschi e scogliere



C'è qualcosa di confortante nella musica de L'Orage, che con l'anno nuovo ha pubblicato il nuovo, bellissimo disco "La Macchina del Tempo".

Confortante perchè ci da la possibilità di mantenere vivi certi valori, certe tradizioni e certa memoria di posti e ideali.
Conforto a cui si affianca però naturalmente la malinconia di tempi passati e di un presente che poco fa sperare di buono.

La musica del gruppo valdostano porta con se memoria e innovazione, tradizione e coraggio, guarda avanti ma tiene ben saldo un bagaglio importante che affonda le radici negli strumenti e nelle leggende da cui traggono ispirazione i testi di alberto visconti.

Musica folk, popolare nel vero senso del termine, perchè dal popolo nasce ed al popolo arriva, sotto forma di giga irlandese, ninna nanna, valzer.
Folk, perchè piena di quella volontà che i ragazzi del gruppo hanno da anni, quella di non perdere il tesoro che si nasconde nelle storie raccontate davanti al fuoco, all'osteria dopo un bicchiere di vino o forse 4 bottiglie, nei libri da raccontare ai bambini che non vogliono ancora dormire.

Che sia musica e che si balli in tondo; che si balli, perchè si trasformi in energia positiva ogni goccia di sudore versata su sta terra, si balli in tondo, per guardarci tutti in faccia, per leggere ognuno negli occhi dell'altro la voglia di stare assieme e di camminare nella stessa direzione.

La meraviglia che fa di questo un gruppo speciale è la capacità di far suonare tutti questi ingredienti in maniera attuale, moderna, se non fosse ormai diventata una parolaccia direi quasi radiofonica.
Perchè se vogliamo che non si perdano certe cose, dobbiamo renderle accattivanti a chi non ha orecchie abituate a certi suoni antichi.

E la risposta a questa sfida io l'ho vista pochi giorni fa, durante un loro caldissimo concerto a genova.
L'ho vista nell'immagine che ancora mi porto stampata davanti agli occhi dei due fratelli boniface e di alberto che durante un pezzo travolgente saltavano a tempo, coinvolgendo il numeroso ed entusiasta pubblico.

Ero ad un concerto folk? di musica ANTICA? TRADIZIONALE?
Macchè, era del fottuto rock and roll, quello che ti sale dai piedi e ti entra in circolo, che non ti fa stare fermo e che davanti a momenti semplici come quello ti fa venire voglia di ballare.
La capacità di suonare moderna senza snaturare il proprio credo è la scommessa più importante che L'Orage sta vincendo, attirando nuovi seguaci e accompagnandoli nel suo mondo fatto di boschi, montagne e scogliere, popolato da irlandesi fertili ed eroi dell'alpinismo.

Favole e miti che cercano un rifugio per restare accesi, ma anche una lettura che scopra il loro valore.
La donna irlandese che vive sola per 9\10 mesi all'anno è simbolo di resistenza, legami, viaggi e migrazioni, il marito che aspetta a londra la notizia della nascita del suo ennesimo figlio concepito a natale e partorito alla fine dell'estate è storia di partenze e distanze, di scelte dolorose a cui certe popolazioni sono chiamate semplicemente per sopravvivere, nella verde isola di smeraldo come nel medio oriente di oggi.
Bonatti e la sua sfida alle vette alpine è un messaggio chiaro ed uno sprone a combattere sempre per ciò in cui si crede; un ricordo che ci fa presente come anni fa si andasse a mani nude a combattere il proprio destino.
Monsieur Thiebat è carne e favola, personaggio che oggi non esiste più, ma che una volta trovavi sempre pronto ad un bicchiere ed un consiglio, magari non perfettamente centrato, ma comunque portatore di spunti di riflessione. Thiebat siamo anche noi, che una volta forse avevamo la capacità di farci guidare anche dal cuore, e dal vino, mentre sembra che oggi non siamo più in grado di sputare in faccia ai generali.

Siediti un attimo e parla con me, canta alberto in Non risparmiare energia, lasciati trasportare, guarda ancora una volta le stelle, vieni con me, questa macchina è una macchina del tempo, non sarà l'ultimo modello, ma ti puoi fidare.

Accompagnati dalla mano di erriquez della bandabardò, uno che di suonare attuale senza rinnegare la tradizione se ne intende eccome, i ragazzi valdostani rivisitano nuovamente con passione e rispetto il de gregori storico di Le storie di ieri, mentre ancora è ben chiara la meravigliosa figura fatta al suo fianco all'arena di verona per i 40 anni di rimmel.
Musicisti eccezionali, i fratelli boniface suonano dal vivo una decina di strumenti diversi, capaci di racconti affascinanti e perfette guide in un mondo che unisce insieme passato e futuro, gli alfieri del "rock delle montagne" ci stanno invitando ad un viaggio che difficilmente potremmo fare altrove e con accompagnatori più adatti.

Quel che conta in fondo, quello che rimane
quello che lasciamo ai figli e conta più del pane
è la traccia di un sentiero che porta alla libertà

martedì 5 gennaio 2016

Non è mai stato qui - Geddo ed il manuale delle istruzioni



Quando avevamo 14 anni, quelli che ne avevano 16 o ADDIRITTURA 17 sembrava che venissero da altri pianeti.
Noi maschietti mediamente brufolosi e terribilmente segaioli li guardavamo come si guarda un alieno appena entrato in un bar.
Le ragazze nostre coetanee ovviamente se ne innamoravano follemente, sempre, il che credo fosse una cosa normale se non che poi due anni dopo, di me non si innamorò nessuna quattordicenne, come ritenevo giusto, anzi come PRETENDEVO che accadesse.
I nostri “alieni” me li ricordo eccome, erano tanti, erano una compagnia enorme, si divertivano, erano alla moda e soprattutto con loro c'era TANTA FIGA.
Le nostre coetanee ovviamente, oltre a tutte, ma proprio tutte le protagoniste dei nostri sogni (auto)erotici dell'epoca.
Me li ricordo eccome, c'era il bello, il simpatico, il brillante, lo sportivo, il divertente.
E il cantautore.

Si, il cantautore, quello ironico, che sembrava perfino riservato. Quello che suonava la chitarra e  incantava tutti come cobra dentro le ceste. Non quello triste tipo scena del toga party in animal house, sia chiaro, no no.
Il cantautore in questione ora che di anni ne abbiamo parecchi di più e la differenza conta molto meno è un mio caro amico nonché colui che ha dato il via al mio incessante ed apparentemente interminabile giro su questa giostra fatta di riviste, libri, concerti, festival, serate, video, associazioni culturali, poesie.

Davide Geddo, in arte solo Geddo canta, suona e scrive da quei giorni là, degli alieni e delle fighe.
Innamorato da sempre di Dylan, voce nasale, scrive di cosa e di chi gli sta attorno con una intelligenza ed una ironia rare.
In effetti mi ricordo una sua canzone intitolata “Io li ho visti crescere” dedicata ai suoi amici e cantata nei primi anni 90 ad uno spettacolo parrocchiale.
Ricordo di averlo visto suonare con un gruppo  rock-blues chiamato Fine Cats e soprattutto da qualche anno, apprezzo molto il suo stile cantautorale che pur avendo dei riferimenti ben precisi, ha spunti originali e a volte spiazzanti.

Sta lavorando al suo terzo disco, ma anche se con estremo ritardo, tipo appunto un disco di ritardo, vorrei parlare del suo album “Non sono mai stato qui”, uscito a fine 2012.

Pur affermando di non esserci mai stato, Geddo “qui” sa bene come funzionano le cose ed io ho sempre letto in questo album una sorta di manuale di sopravvivenza proprio per quelli costretti a stare QUI, anche se non vorrebbero e preferiscono negarlo, soprattutto a se stessi.

Venezia apre il disco con coordinate geografiche e di pensiero ben precise; l'impossibilità di cancellare sentimenti e persone tornerà ancora nell'album, ma qui si racconta attraverso la metafora di una città troppo impegnata a specchiarsi in un passato ingombrante da dimenticare di curare il suo presente; la donna che vive questa situazione probabilmente non se ne rende conto, ma si sta spegnendo, anche se chi canta sa che con lui c'erano sogni, progetti e canzoni di Guccini, a differenza di oggi quando le resta solo una passeggiata per mano con un fesso.
Dicono che io è invece una bellissima esortazione ad una persona cara, sia un amore, un'amicizia o addirittura, visione mia, un figlio. Credo forte in te, non perdere il messaggio, Geddo sprona il destinatario del pezzo, rivendicando una presenza ed una vicinanza che ben si sposano a diversi tipi di relazione.

Angela e il Cinema invece si colloca al centro di un incrocio dove confluisce il Ligabue di Bambolina e Barracuda, Fred Buscaglione e Joliet Jake Blues che parla alla sposa abbandonata sull'altare. Pezzo dal sound quasi anni 50, racconta una situazione tragicomica aggiungendoci swing e humour, al punto che quasi ci viene voglia di stare col fedifrago, la cui simpatia dovrebbe salvargli la vita.

Tristano si che sa come ci si comporta. Quindi da lui ci facciamo volentieri dettare delle regole da rispettare con attenzione e se qualcuno si stesse chiedendo se dico sul serio, gli basti sapere che la prima regola è EVVIVA IL VINO. Una canzone che sembra uscita dai provini del primo Capossela, prima che si perdesse in deliri di onnipotenza, sia per il testo che per il ritmo.

Quando dico che questo album è in realtà un manuale di istruzioni, Stare Bene è il primo esempio che mi viene in mente. Ballata acustica in punta di chitarra, traccia una soluzione talmente semplice da essere geniale: per stare bene, in effetti, basta stare bene. Insomma, dice anche altro però il discorso è questo, abbiamo mille modi per stare bene, dal giocare con un bambino all'andare ad un concerto, usiamoli.

Per quanto riguarda l'amore, Geddo ci racconta e ci spiega come affrontare non tanto la fase propria dell'innamoramento tra simili, bensì la fase immediatamente successiva: il Post Amore, appunto.
Invece di abbruttirci tra confezioni maxi di fazzolettini per il pianto e di gelato doppia panna, accompagnato dalla bellissima voce di Chiara Ragnini, Davide propone una strada diversa, dove mantenere la dignità, la lucidità e l'autocritica. Che poi diciamolo, tra i tanti danni che sta facendo facebook all'universo, le giaculatorie degli innamorati respinti sono peggio delle sette piaghe d'Egitto.

Equilibrio è a mio avviso il capolavoro dell'album, amore e rimpianti, una storia amara e non conclusa, le difficoltà di mantenere saldi i rapporti mentre tutto attorno sembrano tutti pazzi e le stelle “se ne battono i coglioni”. I due protagonisti si attraggono e respingono, e la vernice blues che esplode ci ricopre di amarezza. Le tematiche presenti nel disco qui vengono condensate in 6 minuti di forte intensità.

Dall'amore alleggerisce un po' l'atmosfera, ma sia Geddo che l'amico cantautore Sergio Pennavaria si ritrovano intrappolati in un traffico di equivoci e sentimenti travisati. Le rotonde potrebbero salvarci, l'ironia lo fa sicuramente, del resto a noi che ce ne frega, l'amore è un incidente.

Altra perla assoluta del disco è La campionessa mondiale di sollevamento pesi; esercizio non facile, Geddo si immedesima perfettamente nella protagonista femminile, una di quelle persone che spesso si incontrano, pronte ad annullarsi davanti a chi le considera solo dei ripieghi o appunto strumenti per reggere pesi e frustrazioni. Non è da tutti riuscire ad essere credibili in contesti del genere, ma Geddo qui dimostra qualità importanti. Alla fine si tifa comunque per la protagonista, un po' per immedesimazione, un po' per senso di colpa, resta il fatto che tutti vogliamo che lei lo lasci in mezzo alla strada coi suoi mille chili di merda.

Piccolina è forse l'altra faccia della medaglia del pezzo precedente, Una gara di velocità verbale per raccontare quei momenti dove si ha bisogno solo di qualcuno che ci tenga compagnia, senza pretese o impegni. Una sveltina divertente e corroborante insomma, che male non fa. Mai.

Con Sole Rotto invece si torna al guardarsi indietro, con malinconia ma soprattutto con serenità, si cerca quantomeno di accettare che il destino non sempre ci porta dove e con chi avremmo voluto, ma ci lascia comunque la possibilità di ricordi che anche se vanno sfumando sono sempre agrodolci ed in fondo piacevoli.

Un pugno in un muro cambia per un attimo le carte in tavola e racconta con una precisione fantastica quello che succede a fidarsi dei cantanti e soprattutto delle canzoni; Geddo ci mette in guardia, ma sa benissimo di essere lui stesso vittima e carnefice, intrappolato in quel suono un po' oscuro che alla fine quel muro a noi che dalla musica chiediamo sempre troppo, ci viene voglia di buttarlo giù.
Amori veri, finiti o sognati, Nancy fa forse parte di questa ultima categoria, ma resta il fatto che è ben presente nella mente del protagonista. Pezzo dove emergono riferimenti musicali ben definiti, Guccini e Fossati su tutti.

L'astronave di provincia è autobiografica e racconta meglio di come ho fatto io ad inizio articolo il contrasto tra amicizia e disorientamento nella riviera ligure.
La title track chiude il disco con un gioco di sovrapposizioni e flussi di coscienza, una sbornia o una riflessione forse troppo profonda causano confusione e disorientamento. Non è chiaro se il non essere mai stato qui sia un dato di fatto o alla fine un desiderio.

L'impressione alla fine di questo disco è appunto quella di aver ricevuto ottimi consigli, di quelli che si danno e si ascoltano ad una tavola imbandita e apparecchiata per gli amici. 
Sono molto curioso di capire che direzione prenderà la musica di Geddo nel prossimo album, perchè in questo da l'impressione di padroneggiare diversi linguaggi e di saperli sapientemente dosare per una formula originale e coinvolgente.
Anche se dice di non essere mai stato qui, date retta alle sue canzoni e qui forse almeno noi ci staremo un po' meglio.


sabato 2 gennaio 2016

Come restare "In Equilibrio", i consigli dei 4sixtyfive



E se alla fine scoprissimo che è proprio la musica la cura migliore per le brutture di questo mondo?
Sommessamente sembrano suggerircelo i 4sixtyfive, che hanno pubblicato a cavallo del capodanno il loro secondo album “In equilibrio”, che segue di un paio di anni l'esordio Signs.
Il gruppo di Pietra Ligure in 24 mesi scarsi ha sviluppato una notevole maturità compositiva e melodica, creando una magia lunga quasi 60 minuti, con 9 pezzi (di cui uno rivisto anche in chiave acustica) che meritano attenzione ed ascolti.

Musicalmente il gruppo è arrivato a definire il proprio suono in modo riconoscibile pur senza essere ripetitivo, un intreccio rock\pop affascinante che gioca molto sul duello delle chitarre acustica\elettrica di massimo e salvatore, con le tastiere di angelo ad avvolgere bene il tutto. La sezione ritmica di gian e paolo chiude il cerchio dando solidità e vigore.
La voce di sara è poi un timbro di classe ed eleganza che pochi possono permettersi.

Ma è nei testi che i 4sixtyfive ingranano una marcia nuova.
Perchè il discorso della musica curativa nasce e si sviluppa proprio dalle parole presenti in queste canzoni. Testi che portano con loro un filo conduttore che è appunto la catarsi: usiamo la musica per stare meglio, per buttar fuori certe scorie che ci avvelenano, per chiudere i conti con passati dolorosi, per razionalizzare viaggi non solo fisici ma soprattutto mentali, per dire a tutti che siamo felici ed innamorati.
L'idea che emerge da questo album è che davvero la vita di un gruppo, se vissuta con intensità e passione, può essere lenitiva.
Gruppo come piccola comunità, nella quale portare le proprie riflessioni e trasformarle in musica e canto, dove crescere come persone prima ancora che come musicisti e dove trovare la spinta per andare avanti.
Massimo e gian sono gli autori delle canzoni, ma è con l'aiuto della band che queste hanno preso vita, come in una famiglia dove i ruoli e le caratteristiche di ognuno contribuiscono al risultato finale, l'apporto “in note e presenza” di tutti i componenti del gruppo risulta decisivo.

Il disco si apre con un pezzo da 90, anticipato, sul libretto del cd, da una doverosa spiegazione, affinchè la metafora sia chiara.

Stranononamore, scritto attaccato, per pronunciarlo di fretta e di un fiato, come le cose di cui fa male parlare, non è un rapporto sentimentale andato storto, bensì una riflessione su un periodo di fatica, dolore e malattia che ha lasciato segni profondi, cicatrici e brutti ricordi, tutti esorcizzati in una specie di lettera da inviare a questa “lei” così cattiva, per giurarle che mai avrà “un briciolo di me”.
Già da questo primo, bellissimo, pezzo si capisce quanto siano cresciuti i 4sixtyfive, che lungo tutta la durata dell'album mantengono comunque un livello davvero alto, con la novità, rispetto a SIGNS di alcuni testi in italiano; proprio questi sono a mio avviso i punti di forza del disco, perchè dimostrano la capacità di comporre con un linguaggio diretto ma non banale, profondo ma non eccessivamente criptico o “cerebrale”, un linguaggio che favorisce la comprensione e l'immedesimazione dell'ascoltatore nei pezzi.

The right destination, a cui è stato abbinato una sorta di video documentario su un viaggio di scoperta e conoscenza, racconta appunto di partenze, cambiamenti e della capacità di guardarsi dentro, se si vuole andare lontani.
Luce nuova invece parla di amore, di conoscenza, parla di arrivi inaspettati nella propria vita, di passi che si è pronti a compiere, una ballata dolce, come una coppia che in una piazza piena e confusionaria riesce a ballare guardandosi negli occhi.
Questa Notte racconta di momenti introspettivi e di pensieri su cui fermarsi e da cui ripartire, ennesimo brano dove emerge lampante quello che prima definivo come “il suono” dei 4sixtfive, mentre There with you, guidata dal pizzicare delle corde ritorna sul concetto del cambiamento e del mantenere certi affetti vicino a noi.
Da In equilibrio è stato trato un video, girato in presa diretta alla Mazzifactory dove il disco è stato inciso ed è un po' un sunto delle tematiche dell'album: equilibrio come capacità di sopravvivere dentro questo delirio, tra affetti, dolori, perdite e ripartenze e luci, luci per trovare la soluzioni negli occhi delle persone che contano davvero.
Anche Che cosa siamo oggi noi è una riflessione dolceamara sul rapporto di coppia, che fa il paio con Consapevole. In entrambe emerge la voglia di voltare la pagina ed iniziare un nuovo racconto, un cammino diverso, una destinazione più chiara ed una scelta migliore. La seconda ha poi dalla sua un ritmo quasi swing che potrebbe farne un ottimo secondo singolo\videoclip.

“Tornare a sognare, imparare a guardare lontano, a leggere uno sguardo apprezzando un rifiuto, a capire un amico sincero e partire”
Bellissima e molto esplicativa del senso di questo disco è la frase che chiude Your story, una strofa che racchiude forse l'essenza di questo lavoro e di questa band.

La possibilità, dentro una sala prove o seduti in cerchio a suonare, di trovare una chiave di lettura al mondo che non ci renda amari e duri, ma che ci dia la possibilità di conservare le nostre emozioni più vere, belle o brutte che siano, per trasformarle in azioni concrete che rendano migliore il nostro domani.


Un gran bel disco davvero, ottimo, per chi ai primi di gennaio si pone obbiettivi da raggiungere.

Per info:

sabato 23 maggio 2015

Siren - The Row




Vengono da Pesaro e sembrano però cittadini del mondo, soprattutto di un mondo musicale a forti tinte metalliche, senza però dimenticare alcuni capisaldi del rock melodico.
I Siren sono all'esordio con l'album “The Row” ma dimostrano già un buon affiatamento e doti interessanti; i pezzi del disco sono variegati e denotano una certa apertura mentale che evita loro facili etichette e costringe, piacevolmente sia chiaro, noi ascoltatori ad un ascolto attento, per cogliere le diverse sfumature della loro musica. 

Un progetto a quanto pare nato sui banchi di scuola, che Jack, Mark e Marcus frequentavano assieme, magari con la testa rivolta a chitarre, batterie e microfoni come strumenti di autodeterminazione più efficaci dei libri di testo.

La linea la tracciano chitarra e batteria, che disegnano trame semplici, ma assolutamente coinvolgenti, all'interno delle quali comunque si evidenziano le doti dei musicisti e del cantante Samuel, dotato di corde vocali potenti ed espressive.

Riff energici, sezione ritmica che picchia duro ed una voce evocativa; i ragazzi hanno le carte in regola per fare strada e non sembrano intimoriti nel proporre una musica a volte difficile da catalogare.

Track 92 inizia calma, come il brano quasi gotico che apre l'album (Swan Tale), poi esplode in un continuo inseguirsi tra chitarra e batteria mentre Samuel cita senza timore i Linkin Park; Dr. Saint sembra suonata da una versione metal dei Depeche Mode, mentre Mission è un delizioso quanto improbabile mix tra i Rem ed i Talking Heads.

I Siren hanno le idee chiare e la capacità di spaziare in diversi generi, il che crea un mix sempre interessante e mai banale, come ad esempio possiamo trovare in Love is Gone, che ha una struttura molto rock e richiami al pop-punk o a quello che ne sarebbe se dato in mano ad esempio ai primi Guns'n'Roses.

La mia preferita è Roger Sabbath, con quel riffone che ti si attacca addosso dopo mezzo secondo e ti scaraventa dalle parti di Ozzy e Toni Iommi, ma che dal nulla ti spiazza con inserti elettronici.

Chiude Falling Down, con fruscio da vecchio giradischi e violini gotici in apertura, prima della partenza a razzo delle chitarre; brano anthemico, che deve più di qualcosa agli Scorpions dei primi anni e che dimostra il grande amore della band per l'heavy metal, ballatone comprese.

Un esordio sicuramente degno di nota quello della band marchigiana, che ha al suo arco frecce importanti ed ampi margini di miglioramento; la vita on the road e l'esperienza live saranno assolutamente fondamentali per portare avanti con ancora maggio chiarezza un discorso musicale interessante e che può regalare davvero molte soddisfazioni ai Sirens

lunedì 2 marzo 2015

Pianochepiove - In viaggio con Alice



Piano, dolcemente, con una delicatezza tutta femminile. Piano che piove, anzi pianochepiove tutto attaccato, piove, i suoni si fanno ovattati, i rumori si smorzano e l'attenzione si concentra sui dettagli, le goccioline che restano appese alle ringhiere, le mezze frasi.
In viaggio con Alice si va in un giorno umido, piovoso, senza confusione, dove tutto sembra smorzato come una candela in procinto di spegnersi.
La pioggia presente nel nome di questo gruppo milanese è un po' il motore che muove, piano, sia chiaro, queste tracce, delicate ed eleganti: “Voglia di pioggia, voglia di neve, voglia di aria e di luce più lieve, voglia di noi”  si canta in Come si fa, pezzo agrodolce su amore e rimpianti.
La bella voce di Sabrina spicca e caratterizza il sound dei PCP, mai sopra le righe, molto dolce, si fa accompagnare perfettamente dal suonare pizzicato e non invadente di Mauro, Ruggero e Massimiliano. Un quartetto virtuoso e non autoreferenziale, che nelle canzoni cerca di colpire al cuore con le sue storie semplici, piene di emozioni e ricordi, che la melodia splendidamente retrò di certi pezzi non può che suscitare.
Un disco perfetto da ascoltare in un clima tranquillo ed attento, con le luci soffuse a sottolineare il cantato ed ovviamente con la voglia di condividere la parte più segreta di noi, mentre si diffonde “nell'aria il profumo del tè”, come canta Sabrina in Autunno, stagione perfetta per le atmosfere di questo disco.
Oltre ai pezzi già citati, spiccano “Oceano in bianco e nero”, che propri dalla bicromia del titolo trova la sua bellezza, raccontando un quadretto senza tempo, credibile sia ai giorni nostri che negli anni 50, col suo bellissimo “Nina scrivimi una lettera di carta come un tempo”, così fuori moda da essere appunto universale. 
Sempre in tema di viaggi, Milano – Roma potrebbe arrivare da quei programmi musicali degli anni 60, dove fior di cantanti partecipavano in modo del tutto spontaneo, a differenza delle tristi comparsate odierne; un pezzo trascinante, col suo onomatopeico Tu-Tu ed il racconto di una visione del mondo e della vita dal finestrino di un vagone in corsa.
Chiusura a tema, con “I Treni in settembre”, pezzo in cui sembra di riconoscere l'influenza di Lucio Dalla, appena uscito da una cena con Sergio Caputo.
Un disco davvero interessante, a cui avvicinarsi con attenzione, per cogliere le svariate sfumature presenti, per apprezzare un suono ed una formula che pur contenendo diversi rimandi al passato, non danno facilmente punti di riferimento precisi, per lasciarsi scaldare il cuore mentre, sia chiaro, fuori purtroppo piove.

mercoledì 28 gennaio 2015

Loris Dalì - Scimpanzè



Nelle trattorie di paese spesso viene trascurato il dettaglio, magari manca un po' di eleganza, la tovaglia è lisa e consunta, ma i piatti, beh i piatti sono sempre e comunque almeno eccezionali.
Piatti gustosi, ben conditi, ricchi di sapori conosciuti a cui aggiungere però un pizzico di novità e sorpresa.
La Trattoria di Loris Dalì ci accoglie così, arredamento spoglio, ma tanto calore ed un sacco di buone idee per cucinarci una cena coi fiocchi.
Scimpanzè ci racconta storie e personaggi talmente surreali da essere, ahimè, reali, veri, tristemente quotidiani. Con sarcasmo ed ironia, con dolcezza e perfino un tocco di romanticismo.
Loris canta, declama e recita, calandosi perfettamente nei personaggi che racconta ed interpreta sia il manager farabutto, l'ubriaco o il barbone, tutti protagonisti delle vite che ci tocca vivere e con cui ci tocca avere a che fare, ogni giorno, in strada, a casa, sul lavoro, nei cosiddetti rapporti sociali.
I quadretti domestici del marito che torna a casa dopo aver bevuto troppo e, probabilmente sempre lo stesso, che spera in una serata un po' diversa con la moglie ci raccontano quelle piccole storie intime e tristi che non è facile rendere interessanti o che forse sono così comuni a tutti noi, da renderle immediatamente riconoscibili e con le quali anche se controvoglia, non possiamo che identificarci.
L'ironia con cui invece affronta temi più generali e "politici" ci aiuta a ridere dei potenti e dei forti, diminuendone così forza e potenza, come fece il bambino davanti all'imperatore in mutande; benvengano quindi le risate e l'amara constatazione delle priorità "curiose" di noi italiani.
Facciamo la rivoluzione, cantando un pezzo dei Modà: ecco una sintesi fantastica di questi nostri giorni spesi davanti ad uno schermo, pronti ad indignarci con un colpo di mouse, ma ben attenti a non approfondire mai nemmeno un poco gli argomenti di cui ci dichiariamo esperti.
Sono diversi i riferimenti che collegano Loris Dalì alla tradizione dei cantautori sarcastici e velenosi italiani, da Rino Gaetano ai più recenti e sopravvalutati dalla pochezza dei concorrenti Mannarino e Brunori.
Bisogna anche sottolineare che quando Dalì si siede al pianoforte e intona "Se dovessi morire adesso" la vena artistica perde ogni ironia e trasforma questa triste ballata in un agrodolce riflessione sulla vita, completata dall'inevitabile seguito "Funerale", che non risparmia considerazioni caustiche sull'ipocrisia di certi momenti e contiene pure un coro da chiesa di tutto rispetto.
In conclusione, Scimpanzè è davvero un bel disco, amaro, divertente, ben sonato e ben cantato, che ci presenta un artista originale e che con qualche attenzione in più ai luoghi comuni popolari e populisti avrà sicuramente ancora parecchio da dire e da cantare.


venerdì 31 gennaio 2014

Virgo - L'Appuntamento (Materiali Musicali / O2)



 http://virgotheband.blogspot.it/

Bisogna prepararsi con cura ad un appuntamento, soprattutto se è il primo. 

Devono averlo pensato anche i Virgo, che al loro esordio discografico hanno scelto di dare come titolo proprio “L'appuntamento”, decidendo di non sgarrare a certe regole non scritte: il vestito più bello, l'attenzione ai particolari, la capacità di farsi conoscere ed apprezzare sottolineando i propri aspetti migliori. 

È, fuor di metafora, un signor esordio quello dei ragazzi vicentini, un disco maturo, corposo e ricco di spunti interessanti. Spicca immediatamente il cantato profondo ed intenso di Daniele Perrino, interprete capace di trasmettere il pathos dei testi, spingendosi a volte in atteggiamenti quasi sciamanici, che non ci dobbiamo vergognare di ammettere che ricordano un jim morrison d'annata. 

Le canzoni sono composte in un italiano scorrevole ed utilizzato in modo coraggioso, senza piegarlo alla ritmica della canzone, ma adattandolo con strofe originali che non cadono nei soliti clichè dei verbi al futuro per fare sempre rima. Tale capacità si impone al punto che il brano in inglese, If it's love, perde nettamente il confronto con gli altri pezzi. Il ritmo spazia da uno stoner rock a volte anche duro, ad un incedere quasi prog, che rimanda addirittura a nomi illustri come la PFM; la sensazione ascoltando il disco è quella di avere tra le mani l'album che i Timoria potevano incidere dopo lo splendido “Viaggio senza vento”, senza esserci riusciti. Menzione speciale per “La stanza dei colori”, 5 minuti di grande musica, hard rock che diventa quasi una sinfonia prog, con la voce di Daniele sugli scudi, ottimamente affiancata dalla chitarra di Michele Prontera, che sciorina in tutto l'album una serie impressionante di riff ipnotici, complice anche l'ossessiva precisione della sezione ritimica.

Anche se è solo il primo appuntamento, difficilmente rinuncerete a chiedere ai Virgo di rivedervi ancora.

venerdì 20 dicembre 2013

Cose che ho fatto quest'anno - Miope - Pensavo di smettere



Sempre a gennaio ho iniziato a scrivere recensioni per una agenzia che gestisce diversi blog.
A questa sono particolarmente affezionato perchè è stata la prima che ho scritto ed il disco lo ascolto ancora oggi volentieri.

http://italiarockunderground.blogspot.it/2013/01/lesordio-dei-miopepensavo-di-smettere.html#.UrNPsvTuJIE