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mercoledì 5 aprile 2023

La fortissima voce sottile di Irene Buselli

 


Irene Buselli mi ha conquistato in un pomeriggio di fine estate, quando aprì da sola con la sua chitarra una manifestazione musicale nel centro storico della mia città, Albenga, organizzata dall'Associazione Culturale Zoo.

Fu la prima di tanti artisti a suonare nel bellissimo centro storico ligure e io che non l'avevo mai sentita nominare rimasi incantato davanti alla sua bellezza e soprattutto alla sua bravura; una voce (non a caso) sottile, un'ironia delicata e una manciata di canzoni fatte con passione ed una leggerezza solo apparente.

Tutte caratteristiche che ho ritrovato seguendola sui social, nei suoi progetti solisti e collettivi, come Canta fino a dieci, insieme virtuoso e talentuoso tutto al femminile con il quale esibirsi in piccoli locali o davanti a monumenti romani in puro stile buskers.

È quindi con enorme piacere che ho appreso dell'uscita del suo singolo e di conseguenza dell'arrivo in un futuro prossimo del suo primo album. Piacere aumentato insieme alla curiosità quando ho letto che al suo fianco in questo lavoro ci saranno FiloQ e Raffaele Rebaudengo, storico membro degli Gnu Quartet, entrambi già in cabina di regia di Maqroll, capolavoro di Federico Sirianni, finalista al Premo Tenco 2022.

L'attesa è stata ampiamente ripagata, perchè Così sottile è un brano meraviglioso, che racconta molto bene la cifra artistica di Irene e la sua capacità come autrice.

Pubblicato da Pioggia Rossa Dischi il 10 marzo, Così sottile riesce in 4 minuti scarsi a raccontare una crescita, una evoluzione, una emancipazione; viene automatico leggere questo brano dal punto di vista femminile, il che lo rende un manifesto della volontà delle donne di non farsi schiacciare, anche se l'importanza del suo messaggio va ben oltre le differenze di genere.






Involontariamente autobiografico, come lo definisce lei che afferma di averlo iniziato a scrivere pensando ad altri e di essersi accorta di aver parlato di sé stessa come mai in passato, il pezzo ha uno sviluppo che coinvolge non solo il testo, ma anche la parte strumentale e soprattutto quella vocale.

Giocato sui vari significati possibili del termine sottile, il singolo inizia con un filo di voce, quasi come se timidamente chiedesse attenzione, al pubblico, ma anche ad un “altro” che è il destinatario delle sue parole.


Dici che sono troppo sottile

Con questi polsi troppo sottili

E questa pelle troppo sottile

E questa voce così sottile

Che non urla mai

E vado troppo per il sottile

Con questa bocca troppo sottile

Faccio pensieri troppo sottili

E ho un umorismo troppo sottile

Che non rido mai

Troppo sottile non lascio solchi

Non lascio traccia dentro di te

Sottile scivolo tra le dita

Come la sabbia, come la vita


Una situazione di quasi invisibilità, probabilmente imposta da altri, dentro la quale la protagonista sembra quasi adagiarsi, rassegnata.



Ma com’è che ci si diventa

Spessi abbastanza da non sentire

Le tue unghie nella mia carne

La mia carne così sottile

Perché io sono troppo sottile

Per farmi spazio tra i tuoi pensieri

Eppure sono spessa abbastanza

Anche stanotte contro il tuo corpo

Nella tua stanza


Dall'invisibilità al dolore, mentre si ipotizza nemmeno in modo troppo velato un abuso, una violenza, mentale e fisica, da parte di chi sottovaluta, sminuisce, svalorizza e si approfitta della presunta debolezza altrui, considerandola alla stregua di un oggetto, un mero possesso; ma lei inizia a realizzare che le cose non vadano bene e quindi prende coscienza ed inizia a reagire.




Dici che sono troppo sottile

E forse è vero, perché mentire

Ma il mio entusiasmo così sottile

E i miei sorrisi così sottili

Parlano di te

Di quel tuo sguardo pronto a sminuire

Ogni mio slancio come infantile

Le tue parole pronte a zittire

Questa mia voce così sottile

Che forse non lo è più

Starti vicino mi ha assottigliata

Sono una lama, sono affilata

E come la mina di una matita

Più che sottile sono appuntita


Ed è così che ci si diventa

Spessi abbastanza da non sentire

Le tue unghie nella mia mente

La mia mente troppo sottile

Perché tu non sei così sottile

Da infilarti nelle mie crepe

E non sei neanche spesso abbastanza

Da trattenermi mentre sottile

Scivolo fuori da questa stanza


La voce di Irene da “sottile” e quasi sussurrata diventa via via più forte, più chiara, spalleggiata dagli strumenti che crescono come la consapevolezza del proprio valore, come la grinta e la voglia di uscire da questa stanza e da questa relazione tossica e velenosa. Questo modo di utilizzare la voce rende perfettamente l'atmosfera della canzone, creando un climax emotivo che coinvolge chi ascolta, al punto che è decisamente impossibile non sostenerla in questo percorso.

Da sottile, inteso come debole, la protagonista diventa appuntita, tagliente, consapevole; pronta a scrivere una storia nuova.


E ora mi guardi senza capire

Tu mi credevi così sottile

Eppure vedi non mi hai spezzata

Né la mia voce né la risata

E adesso penso quanto è sottile

La luce che filtra dalle fessure

Ripenso al buio della tua stanza

Io che volevo essere più spessa

E invece ero e sono abbastanza


Mentre la musica ed il cantato salgono ancora, la protagonista ha anche la forza di guardare in faccia chi la voleva assottigliare e sbattergli in faccia la differenza tra luce e buio, tra riso e sopraffazione e prima di tutto tra essere sottile ed essere debole.


Ero e sono abbastanza: un manifesto di autodeterminazione e consapevolezza in 4 parole, senza il bisogno di urlare, uno slogan cantato con voce sottile ma indelebile.




Irene Buselli ha 26 anni e vive a Genova. Ha sempre sognato di fare la scrittrice e infatti, con granitica coerenza, ha finito per laurearsi in Matematica. Così, forse per redimersi o forse per schizofrenia, mentre di giorno si occupa di intelligenza artificiale, di notte indaga quella umana scrivendo canzoni.

Nel 2019 ha pubblicato il suo primo singolo Dai amore voglio un cane.

Nel 2023 uscirà il suo primo album per Pioggia Rossa Dischi








sabato 23 dicembre 2017

Trovare un senso nell'alzare la testa (Festival, varie ed eventuali)



In questa foto, fatta nei camerini del Teatro Ambra la seconda sera di Su La testa 2017, sta per me molto se non tutto del senso del festival stesso.

L'uomo con la maglietta dei Gang e l'importante accoppiata pantaloni - camicia è Jono Manson ed insomma, se vi interessa un certo tipo di musica lo conoscete per forza, bluesman, rocker, produttore (anche di artisti italiani come Edoardo Bennato e gli stessi Gang), uomo di una umiltà di una simpatia e di una disponibilità più uniche che rare.

Il ragazzo piegato sulla chitarra invece si chiama Francesco De Maria, non ha ancora 20 anni e suona nei Seawards insieme a Giulia Benvenuto, nemmeno lei ventenne.

Nella foto sta suonando la chitarra di Jono, dopo che Jono ci ha raccontato la storia di quella chitarra, l'età di quella chitarra ed indirettamente il valore di quella chitarra; poi lo ha guardato e gli ha detto di provarla.

Su La testa è quella cosa che provoca scene del genere, tra musicisti che non si conoscevano fino a pochi minuti prima, tra amanti della musica, della cultura e del bello, per le quali è del tutto normale, come è giusto che sia, condividere emozioni, impressioni, strumenti musicali.

Su La testa è quella cosa che ad una trentina di persone inizia a ronzare in testa dai primi di settembre; riaprono le scuole, finisce l'estate, si inizia a pensare al festival, ormai le stagioni sono cadenzate così e l'autunno vuol dire questo, vuol dire riunioni, pizze, scazzi, polemiche, malumori, entusiasmo che cresce, legami.

Poi all'avvicinarsi dell'inverno, ecco che per tre giorni quelle 30 persone diventano una squadra, ognuna con il suo ruolo e la magia si ripete.

E la magia contagia anche chi al festival viene a suonare, se è vero come è vero che in 5 anni che ne faccio parte, momenti come quello di jono e francesco ne ho visti accadere parecchi.

Su La Testa è una dichiarazione d'amore, che dura 3 giorni ma che viene studiata almeno 4 mesi.

Una dichiarazione d'amore ad Albenga, da dove più o meno veniamo tutti.
Una dichiarazione d'amore ed una sfida, il portare qualcosa di bello e profondo nella distratta provincia.

Una sfida che ancora non siamo riusciti a vincere, ma che nel nostro ostinarci a combatterla ci vede comunque vincitori, nonostante le difficoltà e i posti vuoti in teatro.

Amore & sfida, queste due caratteristiche mai come quest'anno mi sono sembrate evidenti.

La voglia e la testardaggine con cui continuiamo a proporre musica magari non semplice ma di sicuro valore è appunto la sfida che pensiamo sia giusto affrontare, affrontarla per amore, come ho detto, perchè ad un posto che si ama si cerca di portare qualcosa di bello, di grande, di meglio.

Tre giorni pieni, iniziati con il pop intelligente di Hugolini a cui ha fatto da contraltare l'incrocio tra folk irlandese e napoletanità verace dei Blindur, proseguita con l'eleganza di L'Aura e con la grinta dei Perturbazione.

Ma Su La Testa non è solo 3 sere di musica, ma anche dei pomeriggi in cui ascoltare. E guardare. E venerdì abbiamo guardato, con gli occhi di Valentina Tamborra, fotoreporter che ha documentato la situazione al confine di Ventimiglia come di Como o di Bardonecchia, che ha raccontato le storie dietro a quegli occhi, a quelle tende, a quei piedi scalzi. Insieme a lei 3 ragazzi che quelle storie le hanno vissute hanno ammutolito un salone pieno di gente, mentre chi traduceva le loro parole faticava a renderne per intero la drammaticità e la veridicità. 

Mi emoziono sempre al festival, vuoi per una canzone in un momento particolare, vuoi per qualcuno che sale sul palco ed incanta; ma quest'anno mentre la stessa Valentina si doveva interrompere per calmare il pianto, i miei occhi si sono riempiti di lacrime per i racconti di padri e figlie che combattono fianco a fianco.

Da lì in poi è stato più facile vincere l'ansia da presentatore, avendo toccato con mano quelli che sono i veri ostacoli e le vere difficoltà di vite che per quanto provino a tenerci lontane, sono a pochi passi da noi.

È stata poi la volta dei Gnu Quartet e della loro maestria, la bellezza di 4 persone che rispondono SI all'invito fatto in extremis e salgono su un palco dove non erano stati annunciati, in un festival che non ha fatto loro la minima pubblicità senza battere ciglio, con la loro simpatia ed enorme generosità, offrendo una ennesima dimostrazione del loro grandissimo talento.

Spazio poi a Jono Manson e ai suoi 3 amici (Jaime Michaels, Radoslav Lorkovic e Paolo Ercoli) che si sono messi in cerchio come davanti ad un falò e ci hanno raccontato storie e suoni di tempi passati.

È stata la volta dei Seawards, di Giulia & Francesco, che in due hanno meno della mia età, ma le idee ce le hanno ben chiare e solo con la chitarra e la (bellissima) voce sembravano due veterani. Ero dietro le quinte durante il loro set e guardavo Giulia, concentrata, tesa, ma totalmente DENTRO le sue canzoni, la guardavo muoversi per il palco quasi affrontando un nemico, scacciare i timori gesticolando nervosamente, avvicinarsi a Francesco quasi a dare ed offrire protezione, per uscire poi dal palco con lui completamente da vincitori.

Capisco che l'elettronica sia uno strumento a cui oggi è difficile dire di no, ma le già interessanti canzoni del loro EP 85bpm, nella veste acustica mi entusiasmano molto di più, anche se buona parte del motivo sta nel fatto che, come ho detto, loro due insieme hanno meno dei miei anni.

Ginevra Di Marco insieme a Jono era l'ospite che aspettavo di più e la mezz'ora passata con lei nei camerini, il trovarla così disponibile, mi ha fatto apprezzare ancora di più la sua trascinante esibizione.

Ginevra per me è l'emblema femminile degli anni 90, la sua voce al servizio dei CSI e poi quella ricerca di radici e qualità che l'ha portata ad omaggiare con una credibilità sorprendente una gigantessa come Mercedes Sosa

Ma soprattutto è il ricordo della prima volta che andai a Su la testa da spettatore e lei fece un set bellissimo, concluso da una trascinante versione di Malarazza di Modugno.

Le chiedono il bis e lei ci (mi) regala di nuovo Malarazza, facendo alzare in piedi il pubblico.

L'ultima serata poi è stata all'insegna della dolcezza, da quella di Giua  a quella di Federica e Marilena, anche loro napoletane doc, in arte Fede'n'Marlen.

Di loro avevo ascoltato l'album Mandorle, napoletano nel midollo ma senza diventare neomelodico; ritmo, fascino e due bellissime voci.

Poi arrivano, ed oltre al duo che conquisterà il pubblico di Su la testa scopro tante altre cose belle di Federica e Marilena, che sono quasi timide, che è la prima volta che vengono in Liguria e che soprattutto hanno quella cadenza, quel dialetto, quelle espressioni che mi riscaldano il cuore ed il sangue, proprio nel giorno in cui ricordo l'anniversario della scomparsa del mio beneventanissimo papà.

Sul palco poi sono formidabili, seducono l'ambra in pochi istanti, con le loro canzoni ma anche portandosi sul palco con sincerità, simpatia e perchè no, un filo di cazzimma che male non fa.

Hanno pure il coraggio di cantare un pezzo del Principe De Curtis, alternando dialetto e spagnolo.

Prima di loro Giua, una tempesta di capelli biondi sopra un bellissimo viso sempre sorridente e disponibile.

Una voce particolare ed un senso dell'umorismo sottile ed irresistibile.

Apre l'ultima serata di Su la testa insieme a Stefano Cabrera incantandoci con la sua ironia dopo aver scherzato nel backstage come fossimo vecchi amici.

A lei è legato uno dei ricordi più belli delle edizioni del festival a cui ho partecipato, quando prima del suo concerto con il maestro Armando Corsi, nel 2012, feci 4 chiacchiere con loro su punti di contatto e differenze tra i due centri storici più belli d'Italia, Genova ed Albenga.

Un capitolo a parte meriterebbe Paolo Benvegnù.
Da quando ho iniziato a far parte dello Zoo ho sempre osservato la distanza tra la persona e l'artista e di fronte a delusioni abbastanza cocenti, molte volte sono rimasto stupito della semplicità di cantanti e musicisti talentuosi.

Benvegnù forse va oltre.

La sua non è solo educazione, disponibilità, simpatia.

Quando leggemmo le note di presentazione del suo ufficio stampa, noi presentatori iniziammo a vedere la figura di Paolo Benvegnù come un mistico eremita che camminasse avvolto da una scia di vapore che lo potesse isolare dal mondo terreno e volgare.

La complessità dei suoi testi, la presunzione (ben riposta) di avere qualcosa da dire che meritasse una attenzione maggiore della media, l'arroganza sfrontata con cui si ostinava a volerlo dire nonostante, beh nonostante tutto dai, ci fece temere di trovarci di fronte alla quintessenza dello snobismo.

Nulla di più sbagliato.

Già dal pomeriggio, durante il soundcheck, ha iniziato a comportarsi con l'umiltà del debuttante, con la gentilezza dell'ospite, con una educazione quasi imbarazzante.

Nei camerini poi poco mancava che si scusasse per il rischio di rovinare la serata con la sua musica, mentre non si risparmiava in complimenti per chi si era appena esibito (cosa più unica che rara, specie se fatta con tale trasporto, da parte di un musicista verso dei colleghi)

Un uomo meraviglioso, che ha steso la platea investendola con le sue liriche importanti avvolte in un pathos creato ad arte dai suoi bravissimi musicisti.

Seduto, quasi a non disturbare con la sua fisicità l'importanza delle parole.

Conclusione danzereccia con gli Statuto che hanno trasformato l'Ambra in una bella pista da ballo, con la gente che pian piano è arrivata a ballare sotto il palco durante la conclusiva "One step beyond".

Loro restano fedeli alla filosofia mod, si muovono come fossero una banda, li immagino che avrebbero voluto parcheggiare le Lambretta fuori dal teatro e poi una volta dentro non fanno prigionieri.

Alla fine, mentre osservavo i volti delle persone al dopofestival, trovavo in molti il piacere di sentirsi parte di una comunità, unita dalla voglia di passare una serata diversa, dalla voglia di divertirsi senza replicare i soliti schemi da sabato sera.

Ed ecco che il senso di tutto questo l'ho ritrovato nel gesto semplice ma intenso di un chitarrista che porge il suo strumento ad un giovanissimo collega, nelle persone che dal nulla si inventano cassieri, presentatori, baristi, cuochi, accompagnatori, nel desiderio di lasciare un segno tangibile della propria esistenza a chi ci esiste di fianco e magari non ci conosce.

Ed ecco che Su La Testa non è solo uno slogan, una citazione, un invito, ma diventa la sfida di cui parlavo prima: diventa l'importanza di dimostrare a tutti di essere vivi e di dimostrarlo rendendo la propria città migliore e di conseguenza più viva.

Allora i rancori, i malumori, gli scazzi che inevitabilmente ci portiamo dietro non devono più esserci di ostacolo, ma fanno parte anch'essi di questa sfida.

Una sfida che vinciamo tutti assieme e che continueremo a combattere insistendo affinchè sempre più persone si uniscano a noi.

domenica 10 luglio 2016

Don Chisciotte e gli Alieni - ULTIMA PUNTATA



Se dobbiamo finire, finiamo alla grande!!!!


Come Don Chisciotte chiude e lo fa con una super super puntata!!!!
Insieme a me, grazie all'ospitalità ed alla professionalità dell' Actone Recording Studio di Matteo Ferrando c'era l'amico Davide Geddo con il quale abbiamo fatto una lunga chiacchierata su ALIENI, il suo ultimo, bellissimo disco e sulle varie riflessioni che le canzoni dell'album fanno nascere.

Ovviamente Davide aveva la chitarra e ci ha fatto ascoltare qualche pezzo!

Non potevo sperare di finire la mia prima esperienza in radio in modo migliore, ascoltate e condividete!!!

Un grazie particolare a Puggelli Designer - Design03 di Gabriele, per la magnifica "locandina".




(per chi volesse scaricare la puntata in mp3 ed ascoltarla offline, cliccate su "ascolta con il tuo player" poi cliccate col tasto destro del mouse sul tasto Play e "salva audio/video come")

giovedì 7 agosto 2014

Live in Albenga - Gnu Quartet: La Musica senza barriere














Con l'esibizione di venerdì si chiude la prima edizione di Live In Albenga, una serie di concerti che ha portato nella suggestiva cornice di Piazza San Michele la grande musica, declinata in diversi suoi aspetti.
Una manifestazione che ha voluto unire musica ed emozioni, offrendo ingredienti diversi e riuscendo ad amalgamarli con uno spiccato gusto del bello.

L’ultima serata propone l'esibizione dei Gnu Quartet, una performance che riassume benissimo sia lo spirito della manifestazione che il senso stesso del concetto di Musica.
Musica come arte, come cultura, come punto di contatto tra lingue, idee e popoli diversi, ecco lo spunto da cui è nato Live in Albenga, esperienza assolutamente da ripetere.

Il quartetto composto da Raffaele Rebaudengo (viola), Francesca Rapetti (flauto), Roberto Izzo (violino) e Stefano Cabrera (violoncello) prende nome appunto dal curioso animale risultato di incroci tra razze diverse e ha scelto di rappresentare questa mescolanza in musica.
Le sonorità dei Gnu Quartet sono infatti quanto di più ibrido e contaminato si possa immaginare; un percorso che si snoda dalla musica classica ed arriva fino al rock, passando per il progressive e la canzone d'autore italiana.
Musica quindi “totale”, senza barriere, limiti o etichette di sorta; una vera e propria celebrazione dell'arte delle 7 note, che trionfalmente troverà nel centro storico ingauno una casa ideale per mostrarsi in tutto il suo splendore, le sue sfaccettature, le sue innumerevoli declinazioni.

Solo una straordinaria sensibilità ha permesso ai 4 ragazzi genovesi di creare, in questo crocevia di suoni, un marchio di fabbrica riconoscibile, che unito al loro grande talento, li ha resi protagonisti di dischi godibilissimi e soprattutto ospiti richiestissimi ed altrettanto apprezzati.

Impressiona infatti la lista degli artisti con i quali i Gnu Quartet hanno collaborato, impressiona la caratura dei nomi e la diversità delle loro sonorità; una lampante dimostrazione di eclettismo e versatilità, che afferma il quartetto come realtà del tutto di prim'ordine nel panorama musicale nostrano.
Scorrendo la lista degli artisti che si sono avvalsi della bravura dei Gnu Quartet troviamo Gino Paoli, Simone Cristicchi, L’Aura, New Trolls, PFM, Antonio Lombardi, Pier Cortese, Niccolò Fabi, Celeste, Baustelle, Nina Zilli, Kalweit and the Spokes, Giulia Ottonello, Roberto Vecchioni, Anansi, Nathalie, Rocco Papaleo, Tiromancino, Arisa, Raphael Gualazzi, Zibba. 
 
Un passaporto di qualità innegabile, per quattro magnifici musicisti che siamo sicuri riempiranno Piazza San Michele con le emozioni generate dai loro strumenti.

lunedì 28 luglio 2014

Live in Albenga; L'Orage - Alle radici della vera musica popolare

















Mercoledì 30 luglio, ore 21.30 - Albenga, Piazza San Michele - INGRESSO GRATUITO

Violini, fisarmoniche, tamburi, organetti, ghironde, cornamuse e mandolini; con questi strumenti, L'Orage si presenta al pubblico con la sfacciataggine della giovane età dei loro componenti e con la voglia di stupire chi non crede che con questo pacifico arsenale si possa davvero combattere una guerra a colpi di folk, rock e canzone d'autore.
Una sfida vinta dai ragazzi del gruppo, grazie al carisma del cantante Alberto Visconti ed alla bravura dei fratelli Remy e Vincent Boniface, di Stefano Trieste, Florian Bua, Memo Crestani e Ricky Murray.
Ma anche e soprattutto dall'amalgama creatasi in 5 anni spesi su ogni tipo di palco, grande, piccolo, stadio o provincia, festival o happening che fosse.
Un viaggio lungo territori inesplorati, sconosciuti o spesso dimenticati, un percorso attraverso fate, leggende e favole, con un sottofondo musicale che spazia dal rock al blues, senza ovviamente tralasciare il folk.
Proprio il folk nell'accezione più vera del termine è la chiave di lettura con la quale approcciarsi alla musica de L'Orage. Una musica che sia festa e protesta, che sia tradizione ma che guardi al futuro, che porti con sé le credenze e i racconti degli anziani attorno al fuoco, proiettandoli nel terzo millennio.
Un approccio che li lega idealmente ai cantastorie provenzali, ai trovatori e chiaramente agli hobos americani, quelli come woody guthrie che uccidevano i fascisti con le loro chitarre o i bluesman maledetti come robert johnson, persi dopo un incontro diabolico a chissà quale incrocio.
Un loro concerto è tutto questo, con in più il loro tocco personale: è un momento di profonda emozione e divertimento, gioia e riflessione, un mix contrastante di sentimenti che appunto, solo la musica veramente popolare è capace di creare.
Ascoltando le loro canzoni ci si ritrova nell'arco della stessa sera ad un concerto rock, ad una sagra di paese dove dopo i balli di gruppo, i ragazzi cercano di trovare il coraggio per invitare a ballare le ragazze, attorno ad un caminetto mentre un saggio nonno ci incanta con racconti di guerra e campagna, ma anche ad una manifestazione di protesta che rivendichi diritti universali.
Non a caso di loro si sono innamorati artisticamente cantanti mai banali e sempre attenti a cosa sta loro intorno, come Carmen Consoli, Lou Dalfin, Goran Bregovic ed ovviamente il Principe De Gregori, con il quale hanno collaborato sia in studio che dal vivo, in una magnifica serata evento.
A dicembre le poltroncine del Teatro Ambra hanno faticato parecchio a contenere l'entusiasmo del pubblico durante la loro performance, quindi siamo certi che la splendida cornice di Piazza San Michele sarà perfetta per accogliere L'Orage e farsi travolgere dalla loro incendiaria proposta musicale!

lunedì 14 luglio 2014

Live in Albenga: Garland Jeffreys, la storia del Rock, tra tolleranza e contaminazione




Martedì 15 Luglio - Piazza San Michele, Albenga (SV) INGRESSO GRATUITO


La bellezza della musica, sta anche (o soprattutto) nel prenderci per mano e portarci in posti nuovi, in mondi migliori, da dove guardare le cose con occhi e spirito diversi.
A Garland Jeffreys è toccato in compito accompagnare i suoi ascoltatori nella New York di metà anni 60, gli anni in cui lui ed alcuni suoi amici, tra cui John Cale e Lou Reed vivevano immersi nella creatività e nelle vibrazioni di quelle strade e di quei vicoli.
Partendo da Brooklin, la storia artistica ed umana di mister Jeffreys si è snodata secondo un filo conduttore ben preciso: contaminazione e tolleranza; con due parole chiave del genere, in un ambiente del genere, non potevano che nascere note ammalianti, che come detto all'inizio creassero dei ritratti precisi e colorati. 
I vicoli, quegli scorci in bianco e nero, quei tombini da cui usciva fumo e vapore, sono ricreati nelle tracce di molte canzoni di Garland Jeffreys, già dai primi dischi (l'esordio risale al 1973, con l'album omonimo, anche se nel 1970 era uscito un disco a nome Grinder's Witch, dove il portoricano era protagonista).
Ma New York non è solo una parte del mondo, NY è UN  mondo, un mondo a parte, un microcosmo, un crocevia, un incrocio di mille e più strade, colori, razze, culture.
Da questo mondo, Garland Jeffreys ha creato la sua musica, che non poteva che essere meticcia, contaminata, che non poteva che portare con sé sapori ed ingredienti diversi, ma amalgamati con gusto.
In una sua celebre hit, Jeffreys rende lode al rock and roll “nato dal soul e dal rhythm and blues” e ci fa capire la cifra stilistica della sua capacità compositiva e “gastronomica”.
Nei suoi album, ferma restando la forte impronta personale che il suo talento lascia tra i solchi, si sentono echi di rock, soul, blues, reggae (ottima la sua versione di No woman no cry di Marley in “One-eyed Jack” del 1978).
Sul palco di Piazza San Michele salirà un cantante che ha vissuto ed assorbito in prima persona la Storia della musica moderna, assaporandone con gusto alcuni dei momenti più importanti e avendo la fortuna di collaborare con personaggi dell'importanza dei già citati membri dei Velvet Underground, del cantautore James Taylor e di musicisti del calibro di Elliott Murphy, Vernon Reid, Sonny Rollins e Luther Vandross.
Pochi anni fa salì sul palco di Bruce Springsteen (un vecchio amico con cui ha duettato spesso) ed accompagnato dalla E Street Band incantò il pubblico del Festival olandese Pinkpop riproponendo con il Boss una versione di 96 Tears (vecchio successo del gruppo “Question Mark and the Mysterians” da lui incisa anni prima).
Il messaggio delle sue canzoni è, coerentemente ai luoghi dove è cresciuto, un messaggio di tolleranza ed integrazione, fortemente antirazzista; vengono affrontati senza timore temi caldi, che sono stati per lui continua fonte di ispirazione e che ha sempre trattato a viso aperto, come nella esplicita I was afraid of Malcolm che parla delle paure dei bianchi verso il leader nero Malcom X oppure in Don’t call me buckwheat dove ironizza sulla facilità con cui vengono affibbiati soprannomi umilianti senza pensare alle conseguenze e soprattutto ripercorre decenni di segregazione razziale.

In un luogo suggestivo e ricco di storia come la piazza principale del centro storico di Albenga, l'arrivo di Garland Jeffreys è un evento memorabile, che unisce cultura ed arte di epoche diverse, sotto l'unica bandiera della qualità e delle grandi emozioni.

giovedì 19 dicembre 2013

Cose che ho fatto quest'anno - Angela e il Cinema

A gennaio insieme agli amici dell'associazione culturale zoo e non solo, ho partecipato alle riprese del videoclip di "Angela e il Cinema", primo singolo tratto dall'album (bellissimo) "Non sono mai stato qui" di Geddo.
In una fredda mattinata di inverno abbiamo girato le scene davanti alla chiesa, mentre il pomeriggio siamo stati dentro al cinema ambra per altre riprese.







venerdì 26 luglio 2013

Il medioevo del porco



La mia prima esperienza al Palio dei Rioni di Albenga si è svolta tra porchette, birre e botti di vino. (estiqaatsi pensa che essere buon modo per iniziare)(cit.)


Prima di tutto, due cose sul Palio in sè, le polemiche, le lamentele, gli obblighi.
Al netto del fatto che io non sono per niente appassionato di rievocazioni storiche, trovo il Palio una manifestazione meravigliosa e, soprattutto, OBBLIGATORIA in un centro storico come quello di Albenga, che a mio avviso è dopo Genova il più bello, QUANTOMENO della Liguria. Un posto così non può non avere una manifestazione che ne valorizzi la storia e lo rivesta di fascino, come quello che si respirava nei caruggi nei giorni scorsi. I rioni, le bandiere, le ambientazioni, i costumi, le sfide, tutto questo, anche se a me non interessavano più di tanto, hanno reso il centro storico unico, vivo, ma soprattutto PIENO, PIENISSIMO di gente.
Non sono d'accordo con i commercianti del centro storico che non solo non hanno aderito, che era un loro diritto, ma hanno accampato motivazioni a tratti assurde, parlando di dignità personale. Ma cosa state dicendo???? Possibile che metter su due travestimenti, 4 sacchi di juta e cose simili, come era necessario fare per tenere aperto (e del resto, se vogliamo fingere di essere nel 1227, fingiamolo fino in fondo o non fingiamolo affatto) vi creino sti scompensi? Non è che poco poco siete prevenuti?



E l'euro di ingresso? Lo trovo IL MINIMO, visto lo sforzo che si fa, migliorabile certo come ogni cosa, per allestire NON UNA SAGRA ma una rappresentazione, con costumi, figuranti, scenografie e quant'altro. Possibile che la stampa locale invece di rallegrarsi dell'evento e sponsorizzarlo per attirare gente in periodi così grigi abbia preferito dar voce sempre e quasi solo agli scontenti ed ai mugugnoni???

Non ho nessuna simpatia politica per questa amministrazione, ma anche tenendo conto di diatribe con associazioni amiche, non si può non dare atto al sindaco ed alla giunta di aver trovato (copiato? rubato?) una formula vincente ed un equilibrio ormai adeguato per gestire al meglio questi 4 giorni.

Ecco, forse a voler trovare un difetto, 4 giorni magari potrebbero essere troppi, specie se due di questi sono pre-feriali. Eliminarne uno concentrerebbe maggiormente gli eventi, magari aumentando la confusione, però evitando di trascinare e rendere noiosa l'impostazione.
Ma come ho detto prima, la formula è vincente e si può solo che migliorare.

Calmierare i prezzi invece lo trovo doveroso, altrochè. Se nella cantina dove ero io eravamo assolutamente onesti sia di prezzo che di quantità, altri posti erano assolutamente inadeguati, in entrambi i sensi, poco e caro.



Albenga poi mi da sempre emozioni antiche e mai dimenticate; è inutile, lavorare con i ragazzi dell'Associazione Zoo per me è sempre un ritrovare sentimenti di appartenenza, ad un luogo che non ho mai lasciato del tutto. Già arrivare da Viale Pontelungo e vedere le torri che si stagliano imponenti mi dava allegria e voglia di fare, se poi aggiungete due porchette di 60 kg cadauna, salciccia, birra alla spina, botti di vino e mojitos, beh immaginerete il mio stato d'animo nei 4 giorni del palio!!!



La cosa meravigliosa di tutto ciò è lo spirito di servizio che anima la banda dello zoo, servizio verso la propria città, impegno a migliorarla, renderla più interessante e culturalmente attiva: 4 giorni in cui ognuno di noi si è oggettivamente sparato un bel mazzo, con lo scopo di raccogliere fondi per mantenere l'appuntamento annuale con il festival Su la testa, una manifestazione che credo ci invidi QUANTOMENO la nostra provincia di savona.

 
4 giorni in cui vedevi avvocati, designer, imprenditori, cantautori, assistenti sociali di spessore (io), contadini, bagnini, educatrici, architetti vestiti in tema medioevale servire i tavoli, pulire, cucinare, tagliare porchetta, sempre con il sorriso sulle labbra, pronti a fare una battuta con l'amico che passava a salutare, pronti a cantarsene un paio in coro, sempre e comunque disponibili e collaborativi.



L'importanza, per me, di collaborare con queste persone è fondamentalmente questa: trovare la voglia e la volontà di fare qualcosa per il posto dove si vive, dove si è cresciuti, dove abbiamo affetti e radici; non importa se nessuno di noi è barista, cuoco, cameriere perchè con lo spirito che ci anima, possiamo diventare tutto questo e molto di più. Questa lezione, imparata già quest'inverno e ripassata ora è la molla che mi ha spinto ad intraprendere una strada magari pretenziosa ma stimolante anche a Tovo, nel paese di mia moglie, ma questa è un'altra storia.

Per ora restano ancora vivi gli sguardi, i saluti, gli abbracci, il ritrovare le persone della mia infanzia ed adolescenza, nelle strade, nei vicoli e nelle piazzette che mille volte ho percorso e che dopo anni ancora sento così familiari.

(Sia chiaro che tutta sta spatafiata va intesa immersa in quantità IMPORTANTI di birra) (e ribadisco IMPORTANTI)

Sù la testa!!!