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lunedì 2 gennaio 2017

Come Don Chisciotte 2.1




Quando quasi due anni fa la mia amica Vera mi definì "un Don Chisciotte" per la mia attrazione verso le cause perse, mi innamorai subito di quel soprannome e lo applicai alla novità che stava arrivando, cioè un mio programma sulla web radio di Arci Liguria, Radio Gazzarra.

Come Don Chisciotte è stata una bella avventura durata un anno e mezzo e che avevo dovuto accantonare perchè avevo troppa carne al fuoco e rischiavo di fare tutto male.

Nel frattempo però il discorso della radio che grazie a Rocco ed ai ragazzi di Radio Gazzarra mi aveva appassionato era continuato, grazie ai ragazzi di BRG Radio, dove da aprile conduco Championship Vinyl.

La passione per le cause perse comunque non si è sopita, così come l'affetto verso il cavaliere romantico di Cervantes.

Allo stesso modo, grazie soprattutto a Su la testa, non ho smesso di guardarmi intorno per cercare di aiutare i tanti amici musicisti che ritengo meritino una visibilità ben maggiore di quella che trovano al momento.

Così, approfittando dell'anno nuovo, da domenica 1 gennaio riparte Come Don Chisciotte, su BRG Radio, la prima domenica del mese, sempre alle 19.

Mensilmente tornerò ad occuparmi dei tanti don chisciotte della musica di oggi e soprattutto di ieri, dando spazio a quelli che conosco di persona e che al posto dei mulini a vento combattono contro locali ostici, gestori ottusi ed un pubblico abituato alla mediocrità, che non ha voglia di alzare il livello delle proprie serate nè di scoprire qualcosa che vada oltre il già sentito.
La prima domenica del mese, a partire da capodanno.

Secondo me troverete qualcosa che potrebbe piacervi.

Ecco i brani trasmessi nella prima puntata

Ramon Gabardi - Sotto le Bombe Di Dresda
Hernandez & Sampedro - Dangerous Road
Ryan Bingham - Nobody Knows My Trouble [Live]
Del Fuegos - Don't Run Wild
Bap Kennedy - Help Me Roll It
The Nuclears - She's Atomic
Ian Hunter - Dandy 
Carlo Ozzella - In una notte come questa
Daniele Tenca - The Day You'll Say Sorry
Fabio Biale - Crapa pelata
The Bone Machine - Sono un cane

Ecco l'audio della puntata: 

lunedì 7 ottobre 2013

Daniele Tenca - Una sveglia a tempo di blues

Dopo averlo citato relativamente alla polemica nata ai Glory Days di Rimini sulla correttezza di eseguire pezzi propri a feste del genere, ho ripreso i suoi dischi e mi è venuta voglia di pubblicare sul blog la recensione che feci qualche mese fa del suo ultimo lavoro Wake up nation per il sito il sussidiario.


Nato come genere di protesta da parte della popolazione di colore, il blues ha sempre mantenuto negli anni la sua valenza sociale, legato com'è a doppio filo con le lotte contro la schiavitù.
Blues come espressione di un dolore e di un malessere profondo, che unisce il lamento cantato col suono della chitarra.
Blues come genere decisamente americano, proprio per il legame inscindibile di cui sopra.
Ma chi dice che il blues non possa essere colonna sonora anche di altre lotte, altre battaglie, altri tentativi di rivendicazione?
Non lo pensa di sicuro Daniele Tenca, che pubblica in questi giorni Wake up nation, il suo terzo album in studio, il secondo di blues.
E se l'album di esordio in italiano era un buon compromesso tra rock e tradizione cantautorale italiana, sia Blues for the working class che il recente Wake up nation dimostrano come Daniele e la sua band mastichino perfettamente il linguaggio del Delta, sia nelle musiche che nelle tematiche e soprattutto nello spirito.
Dopo aver riflettuto e cantato della classe operaia (la che? Classe cosa?? ah perchè, esiste ancora?), Daniele si rivolge ora alla propria nazione, cercando di scuoterla da un torpore che ormai la sta distruggendo, lentamente ed inesorabilmente.
Circondato da ottimi musicisti, in pratica il meglio del blues italiano, (Gnola Glielmo, Paolo Bonfanti, Riccardo Maccabruni, Andy J Forest, Cooper Cupertino) Tenca pubblica un disco completo, sferzante, che lancia un grido di allarme ma che di certo non dimostra rassegnazione.
Rabbiosamente ironico è il pezzo iniziale, Dead and gone, dove si riciclano quei luoghi comuni con cui per anni si è parlato alla pancia dei cittadini, cercando di coinvolgerli in una guerra tra poveri che ha avuto il solo risultato di creare una patina di razzismo ed intolleranza sotto la quale l'anima più vera dell'uomo trova appunto la morte e la sepoltura.
A fare da contraltare arriva subito dopo la velenosa Big Daddy, che parla di chi per anni ha comprato piaceri e piacere grazie a soldi sporchi e ad una rete di disonestà prima di tutto intellettuale, che ha chiuso occhi e naso a chi cadeva nella trappola, magari illuso da un programma televisivo o da una squadra di calcio.
What ain't got richiama sia nel titolo che nel testo la canzone di De Andrè e Bubola (quello che non ho), ma stavolta a mancare al protagonista è una serie di cose che una volta forse si potevano chiamare nazione o patria, concetti ora riservati a nostalgici paramilitari, mentre quella fascia di popolazione che dallo stato (nazione, patria) avrebbe più bisogno di un (doveroso) aiuto sente lontana ed anzi fonte di costante imbarazzo; così come il pezzo successivo, The wounds stay with you, che parla di ferite e cicatrici, spinge gli ascoltatori a serrare le file e fare fronte comune contro chi trae vantaggio dal metterci al fondo della catena alimentare. A sottolineare tutto questo una lap steel guitar che urla forte il suo malcontento (l'ottimo Matteo Toni).
È un album sofferto e doloroso, due emozioni forti che permeano tutte le canzoni e condizionano tutti gli aspetti della vita dei protagonisti, anche quelli più romantici.
La fantastica ballata Silver Dress prova a portare un po' di dolcezza ma il desiderio in tempi come questi spesso è frustrazione e rimpianto.
Un disco che partendo da una musica senza tempo come il blues, lo rende attualissimo, cantando testi immediati e profondi, che rispecchiano in modo molto crudo e diretto la realtà odierna.
Ottimo esempio di questo è What did you do?, immaginario dialogo (tra padre e figlio?) con chi non ha avuto il coraggio di schierarsi, se non nascondendosi dietro l'anonimato di internet, dove ognuno può essere un feroce rivoluzionario senza muoversi di un centimetro dalla sua sedia e dalla sua pigrizia. Domande a cui forse tra qualche anno dovremmo rispondere appunto ai nostri figli, ai quali stiamo lasciando un mondo di odio e rovine.
Musica senza tempo che quindi non può prescindere da alcuni padri fondatori, come Bob Dylan, che meglio di chiunque altro ha cantato del malessere e delle ingiustizie e la cui It's all good (da Together through life del 2009) suona perfettamente adeguata alle tematiche dell'album.
La title track è un pezzo incalzante, con chitarra e batteria (Pablo Leoni) che disegnano un ritmo battagliero, tappeto perfetto per l'esortazione di Daniele, che invita la sua gente a guardarsi da imitazioni di Dio a buon mercato e da troppi canali televisivi, mentre il dissenso non è permesso e ci stanno rubando il meglio dalle mani 
A chiusura del disco un'altra cover, Society, cantata da Eddie Vedder nel suo meraviglioso album solista Into the wild (colonna sonora del capolavoro di Sean Penn) che viene riproposta per un finale dolceamaro, arricchito da una armonica che arriva dritta dalle sessions di Nebraska. 
Sembra quasi che il protagonista scelga di non accettare più le regole di questa società (razza folle) e se ne allontani (come del resto accade nel film), non prima di aver tracciato un altro impietoso ritratto che ne denuncia le brutture, come Daniele ha fatto nel corso di tutto l'album.
Spero che tu non ti senta sola senza di me, dice in chiusura di album, ma sarebbe un peccato che Daniele seguisse alla lettera le vicende del protagonista di Society, la sua nazione ha bisogno di gente che ne canti problemi e contraddizioni, sferzandola e esortandola, come lui sta dimostrando di saper fare così bene.

martedì 1 ottobre 2013

Solo canzoni di Bruce Springsteen alle feste per Bruce Springsteen???



La polemica del momento negli esclusivi ambienti springsteeniani è se alle feste in onore di Bruce, come soprattutto i Glory Days di Rimini, si debba suonare solo musica di Bruce Springsteen o si possano anche proporre pezzi propri.
Son cose, lo so.
Ora visto che ahimè ai Glory Days io ci sono riuscito ad andare una volta sola in 15 anni, la mia opinione la scrivo qui, che magari la legge qualcuno che non è andato ai Glory Days, ma magari anche qualcuno che ci è andato.
Fondamentalmente, penso che chi si è innamorato della sua musica e grazie a questo si sia spinto a buttar giù due cose scritte di proprio pugno renda il miglior omaggio possibile all'arte ed al messaggio di Springsteen. Senza contare il fatto che lui stesso ha da sempre detto che gente come Elvis, Dylan e compagnia sono stati la molla per capire quale era la sua strada.

Dovessi sintetizzare (ahahahahahahahahahahahahahahah) in una frase direi:
So I got this guitar and I learned how to make it talk
C'è tutto in sta riga, tutto il perchè gente come ad esempio, vado a memoria, Daniele Tenca, Cesare Carugi, i Lowlands, Hernandez & Sampedro ed ovviamente i padroni di casa Miami & the Groovers con i loro dischi originali hanno dimostrato di aver assimilato il messaggio di Bruce, quello che ti spinge ad uscire e a conquistare ciò in cui credi e ciò che pensi di meritarti
I wanna go out tonight, I wanna find out what I've got
ed ovviamente
Now every man has the right to live
The right to a chance to give what he has to give
The right to fight for the things he believes
For the things that come to him in dreams
Insomma la musica migliore è quella che ti coinvolge al punto da indirizzarti e stimolarti a migliorare te stesso e i dischi di Bruce fanno questo CONTINUAMENTE.

Io non amo particolarmente le cover-band ma credo che in contesti come Rimini è doveroso che ci siano, ma se davvero vogliamo festeggiare l'Artista Springsteen e non solo il suo compleanno (buon natale un cazzo, infedeli!) ecco che la musica nata grazie al suo esempio è il modo migliore, molto migliore del rifare i suoi pezzi, cover che sicuramente rendono l'atmosfera più festosa e celebrativa, data la passione con cui le ascoltiamo. Dovessi però scegliere tra zero cover band e zero pezzi propri, eliminerei le cover band, anche se credo che un giusto mix tra le due cose sia l'ideale.

Gente come Daniele Tenca che per anni ha cantato e suonato in una cover band, tra le migliori, di bruce (i badlands) alla fine si è giocato le sue carte, ha fatto un (bel) disco in italiano e poi ha trovato questa vena blues ed ha fatto due album di cui l'ultimo, wake up nation, è sicuramente tra i miei preferiti del 2013, se non IL preferito.
Cesare Carugi, fan e sognatore, ha fatto un paio di dischi dove senti l'influenza di 50 anni di musica americana, senza che ti venga mai il sospetto che stia plagiando qualcosa.
Lorenzo Semprini, beh cazzo, Lorenzo Semprini io l'ho visto la prima volta saranno 10 anni fa, che suonava a Ferrara ad un raduno, pensa un po', di springsteeniani, da solo, con la sua faccia da bambino impertinente, la S come valentino rossi e la camicia bianca inamidata, quella "della festa"; era spaventato, ma aveva negli occhi una cazzo di luce perchè sapeva che quello era il posto dove voleva stare, il palco. 
10 anni dopo lui e i Groovers hanno smesso di fare cover ed hanno già tre dischi all'attivo, oltre al recentissimo live. 
E nel primo disco avevano messo subito le carte in tavola:
we are a local rocking band, saying thanks to the e street band
perchè è quello il fatto, che chi come noi ha passato giorni, serate, nottate attaccato ad uno stereo a sentire quei cazzo di bootleg tutti fruscii e scariche elettrostatiche sa benissimo che almeno una volta ha pensato VOGLIO ESSERE COME LORO.
Ed il fatto che qualcuno ci provi seriamente, beh è il segno più chiaro e lampante dell'influenza che Bruce ha avuto sulle nostre vite.

Immaginate un regalo più bello?

mercoledì 6 febbraio 2013

Il pagellone - gennaio

Dischi nuovi ascoltati nel mese di gennaio (solo album usciti a gennaio)



BEN HARPER & CHARLIE MUSSELWHITE - GET UP: 6,5



DANIELE TENCA - WAKE UP NATION: 8



EELS - WONDERFUL, GLORIOUS (DELUXE EDITION): 7,5



MASSIMO BUBOLA - IN ALTO I CUORI: 4



LEE HARVEY OSMOND - THE FOLK SINNER: 7,5



AARON NEVILLE - MY TRUE STORY: 7



domenica 19 dicembre 2010

working class BLUES hero


In un piccolo bar, sabato sera, ho assistito ad un gran bel concerto.
Daniele Tenca ha fatto un disco di blues classico, talmente “classico” che nel paese in cui il blues sembra che lo suonino zucchero e pino daniele, appare come un disco fin innovativo.
Ben piantato nelle sue radici springsteeniane, daniele ha una band che suona a meraviglia e un album ricco di belle canzoni. In più, durante il concerto, le radici emergono e quindi bruce, omaggiato in studio con una versione di Factory che trovo sensazionale, appare qua e là, con Red Headed Woman, 57 channel, state trooper, johnny 99, ma anche con ripescaggi comuni, come Eyes on the prize, che in studio è cantata insieme a marino severini dei gang.
Il chitarrista piazza gli assoli quasi in ogni brano, sempre validi, mai scontati, la sezione ritmica, sacrificata nelle retrovie per motivi “logistici” è molto solida, il batterista, in mancanza della cassa (grande come metà locale, quindi inutilizzabile) usa per dare il tempo anche il seggiolino su cui è seduto.
Atmosfera di festa, ultima data del tour prima della trasferta a memphis (!!!!!) dove la band rappresenterà l'italia nell'international blues challenge, quindi sfrenato cazzeggio e grasse risate tra un pezzo e l'altro (daniele era anche felice per motivi calcistici che non ritengo importante sottolineare), ma soprattutto grande voglia di suonare.
Merry Christmas Baby verso la fine per farci gli auguri e soprattutto i doverosi in bocca al lupo per il viaggio in USA.
2 ore abbondanti di concerto, di blues e rock, due ore che in un paese dove c'è “mediaset premium and nothin'on” (cit.) sono momenti preziosi da non sprecare.