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sabato 1 maggio 2021

1 Maggio: Parlando di lavoro, parlando del mio lavoro




Nel mese di febbraio 1994 avevo appena iniziato il mio primo anno di tirocinio professionale, presso un Servizio di Salute Mentale di Genova.

Mi ero recato presso l'ex ospedale psichiatrico di Genova Quarto, dove con cadenza mensile tutti gli assistenti sociali dei Servizi di Salute Mentale genovesi si riunivano per un incontro di coordinamento.

Non avevo ancora imparato uno dei cardini della professione, cioè che l'assistente sociale è sempre in ritardo, né ancora conoscevo bene la città, quindi ero arrivato con un certo anticipo e per ingannare l'attesa avevo cercato all'interno della struttura un bar per un caffè.

Trovai un bar gestito e frequentato praticamente solo da ex utenti dell'ex ospedale psichiatrico. Bevvi il mio caffè più rapidamente possibile e uscii, con negli occhi e nel cuore delle immagini che ancora adesso non mi hanno abbandonato. Si può essere morti pur vivendo? Si può guardare senza vedere? Si può rappresentare il vuoto dell'anima e del cuore? In quei 5 minuti passati in compagnia di quelle (ex?) persone ho trovato purtroppo le risposte a queste domande.

Persone abbandonate, svuotate, appoggiate su una sedia, ecco il mio impatto con gli utenti della Salute Mentale, ecco il “manicomio”, ecco uno spaccato del disagio che stavo studiando come affrontare, che avevo scelto come oggetto della mia futura vita lavorativa.

Nessuna differenza tra chi stava da una parte o dall'altra del bancone, a parte la (minima) capacità di fare un (pessimo) caffè. Chissà, forse quella era la caratteristica che faceva del barista un qualcuno, qualcuno che spiccava tra gli altri compagni.

Al di là delle battute sull'arrivare in ritardo, quel giorno ho imparato due cose, che ancora oggi mi sforzo di avere sempre a mente, soprattutto al lavoro.

La prima è che comunque vada la mia vita, difficilmente e raramente avrò il diritto di lamentarmene, soprattutto per motivi futili e banali.

La seconda è che nessuna malattia, fisica, psichica o, perché no, sociale deve ridurre un uomo e la sua dignità in uno stato come quello degli avventori di quel maledetto bar.

Nell'ottobre 2003, nel Comune dove stavo lavorando, viene ricoverato G.

G è quello che in passato era definito “il matto del paese”, persona con evidente ritardo mentale (ha 48 anni e ne dimostra 10), ma amata da tutti, da tutti aiutata e rispettata. G viene da una vita di insulti, minacce e botte, che se non lo hanno ridotto così da sole, forse ne sono una delle principali concause.

L'ufficio servizi sociali è per G la sua seconda casa, qui lavorano le due assistenti domiciliari che lo vanno a trovare ogni giorno, qui ci siamo io ed il mio collega a cui puntualmente ogni lunedì G viene a raccontare il Gran Premio di Formula 1 del giorno prima.

Io e G siamo andati insieme a comprargli le scarpe da ginnastica, siamo andati insieme a comprargli l'orologio nuovo, il televisore.

Io e G quando lo avevano dimesso dopo un breve ricovero avevamo fatto il giro del paese suonando il clacson perché tutti sapessero che era tornato.

G sta male e viene ricoverato; mentre aspettiamo l'ambulanza, sdraiato sul pavimento dove ha dormito tutta la notte perché non riusciva né ad alzarsi, né a chiedere aiuto, G piange e mi tiene la mano (spesso penso a lui anche oggi come il figlio maschio che non ho ancora avuto).

Cerco di consolarlo e quando lo caricano sull'ambulanza lui, rasserenato, mi dice che si, ho ragione, tornerà a casa meglio di prima “perché ormai ho una certa età e mi devo trovare una moglie ed un lavoro”.

Una moglie ed un lavoro. Per farsi forza, G sognava queste due cose, una famiglia e qualcosa da fare durante il giorno.

G, che purtroppo a casa non ci è più tornato, nella sua mente ingenua aveva comunque chiaro cosa voleva dire “essere adulti”. Il lavoro è “una cosa da grandi”, il lavoro ti rende adulto. E normale.

Nel mese di marzo 2009 sono a Torino per una serata con gli amici; un gruppo di loro suona le canzoni di Bruce Springsteen, in un circolo in centro.

Il Caffè Basaglia lo conosco così, grazie ai miei amici ed alla mia passione per la musica.

Ma il Basaglia, scopro quella sera, è molto di più. Circolo ARCI, nato e coordinato da uno psichiatra, gestito unicamente da suoi ex pazienti.

Così tra una birra ed una canzone li vedo all'opera, camerieri, baristi, cuochi.

E subito penso al bar di Genova Quarto, dove aleggiava la morte se non del corpo, sicuramente dell'anima; mentre qui il barista oltre a fare un caffè migliore, ha stampata in fronte la gioia di essere lì in quel preciso momento a fare quelle precise cose.

Mentre uno dei camerieri mi confessa in segreto di essere il figlio di Al Bano e che uno dei cuochi in realtà è Osama Bin Laden, penso a G, alla sua voglia di essere in mezzo alla gente, di parlare, raccontare, scherzare, giocare.

Come mai è così importante lavorare? Certo, senza soldi non si va avanti, ma davvero è solo questo il motivo?

Molto spesso parlo del mio lavoro sotto due punti di vista.

Il primo è il fatto lampante, che io sono un dipendente pubblico, il che mi porta ad essere oggetto di battute e luoghi comuni sul fare poco e niente, sull'aspettare il 27 del mese.

Però spesso sottolineo maggiormente l'aspetto “morale” del mio lavoro e la fortuna che ho nello svolgerlo. Fortuna, e non merito, perché il mio lavoro, grazie alle situazioni che mi fa affrontare, alle persone che mi fa conoscere, mi ricorda sempre quanto io sia comunque un privilegiato e mi aiuta a capire quali siano le cose davvero importanti nella vita.

Ma è così per tutti?

Spesso, quando il lavoro mi pesa, quando la giornata sembra non finire mai, cerco di ricordare almeno un paio degli episodi che ho raccontato sopra, per capire realmente chi sono e quanta fatica sto facendo.

Il lavoro di per sé è comunque uno status.

Tu sei in quanto lavori.

Tu sei in quanto fai.

Tu sei in quanto produci (e spesso tu sei in quanto consumi).

Se queste regole sono valide per tutti, a maggior ragione lo sono per chi deve lottare per guadagnarsi quantomeno lo status di “normale”, male che vada di “solo un po' strano”.

Se queste regole sono vere, per loro valgono molto di più, perché il lavoro è uno strumento con il quale cambiare la propria condizione, con il quale cambiare il modo in cui si appare agli altri, il loro status, spesso addirittura la loro vita.

L'aspetto economico forse ha un ruolo limitato in questo discorso, forse assume importanza solo ad un livello più “alto”; fatto sta che “il lavoro” è una patente che ci permette di entrare in posti ed in situazioni magari sempre soltanto immaginati.

Così come anni fa c'era il mito del “posto fisso”, ora è forte la suggestione dell'indipendenza, soprattutto economica. Tale suggestione non può non riflettersi su ogni fascia di popolazione, anche le più deboli, anche le più bisognose di protezione.

Al giorno d'oggi, tanto è forte il mito del lavoro, quanto lo è la crisi che attanaglia il suo mondo.

L'immobilismo in cui sembra versare in modo irreversibile il nostro paese rende una sfida difficilissima l'ottenimento di un lavoro che renda davvero autonomi e che, parlando da un punto di vista “professionale”, metta in grado la persona di autodeterminarsi.

Così, lo stesso concetto di “fasce protette”, sotto la cui ala si riparavano molte categorie, tra cui i pazienti psichiatrici, sta perdendo non solo importanza, ma urgenza, significato e priorità.

In un mondo che non assicura un lavoro a chi compie percorsi scolastici a volte decennali, come si possono tutelare le fasce protette? Che spazi, che mansioni possono essere dedicate a loro, senza sottrarle ad altri, magari più titolati?

All'interno della drammatica partita che generazioni intere stanno giocando per ritagliarsi un ruolo lavorativo, si corre il rischio di considerare automaticamente “in panchina” chi non è in grado di fare da solo.

L'importanza della riabilitazione spinge dunque a chiedersi se e quanto il lavoro sia utile, specie alle attuali condizioni. Credo sia doveroso affrontare questi temi, con lo sguardo privilegiato di chi cerca di occuparsene, insieme ai servizi specialistici.

Del resto, penso di essere in debito, con G e con i baristi, camerieri e clienti, di circoli o bar all'interno di ex ospedali psichiatrici.



lunedì 16 aprile 2018

Cronache dalla corsia - Da una terra che ci odia, ad un altra che non ci vuole




Mi segnalano la presenza di B e mi chiedono di aiutarlo per le pratiche di invalidità.

Sarà che non leggo molto i giornali, tanto meno le cronache locali, tanto meno la cronaca nera sui siti locali, ma realizzo solo dopo che B è stato protagonista di un episodio finito sulle prime pagine delle testate cartacee ed online di queste parti, con, immagino, il solito corollario di parole vomitate di fretta e soprattutto furia, cariche di odio e cattiveria.

Io vedo B sul letto, intabarrato tra fasciature, fili e macchine, con un collare che gli tiene la testa dritta e gli occhi spalancati. Gli occhi mi stroncano in tre secondi. Nerissimi e spalancati, guardano il nuovo arrivato, l'unico senza camice, che parla una lingua sconosciuta con le infermiere. Mi accorgo subito che non me li stacca di dosso, mai.

Non sa una parola di italiano, né una di inglese, né io ne so di francese, oltre a qualche nome di calciatore che non credo sia il caso di utilizzare ora.

Si limita a guardarmi ed io sento quegli occhi dire una parola, una sola, una delle poche che si capisce sempre, in qualunque lingua la si dica: AIUTAMI

Il nero delle pupille ed il giallo sembrano lampeggiare mentre io cerco a gesti di fargli capire che si, in teoria sono lì apposta per aiutarlo, qualunque cosa voglia dire questa parola adesso, per B, arrivato da chissà dove, passato chissà dove, dopo aver sopportato chissà cosa.

B è immobile, non può muoversi, forse ci riuscirà ancora, ma non è sicuro e non è subito. Muove solo gli occhi e con quelli urla il suo dramma, simile a quello di tanti altri, aggravato dal non potersi muovere, B, straniero in un ospedale di una terra straniera, dove nessuno parla la sua lingua, immobile.

B in realtà è seguito ed aiutato da persone competenti, dentro e fuori dal reparto, ma io l'ho conosciuto solo e sperduto, con i suoi occhi che urlavano la richiesta di aiuto più disperata che abbia mai sentito.
B mi è tornato in mente il Venerdì Santo, perché mentre ricordavamo la morte di Cristo, io vedevo B, inchiodato ad un letto d'ospedale che sembra una croce di legno, schernito, sputato e percosso da un mondo che non se ne fa nulla di quelli come lui, nudi e senza niente, anzi che di quelli come lui se ne serve per affermarne l'inferiorità rispetto a se stesso.

E B su quel letto vive la sua Passione solo, abbandonato dall'Uomo, spogliato lui stesso della condizione di Uomo, relegato a numero, dato, statistica, in ospedale come nei centri di accoglienza o nei luoghi indicibili dove è dovuto restare sognando una vita diversa, una resurrezione da quella condizione di morto che si portano addosso sti poveri Cristi vestiti di stracci e disprezzo.

Da una terra che ci odia ad un'altra che non ci vuole, ecco la Via Crucis di oggi, fatta di prigione, torture, segregazione e morte, dove li figlio dell'Uomo viene costantemente umiliato e con lui viene calpestata l'umanità intera.

Che per tutti i B arrivi davvero una Pasqua, qualunque sia, se ce l'hanno, la loro fede religiosa.

Che sia Pasqua di resurrezione, per loro e che con loro possa resuscitare anche l'Umanità che sempre più nascondiamo dentro sepolcri ogni giorno più difficili da aprire.

mercoledì 21 marzo 2018

Cronache dalla corsia - Quando sarai grande


Quando arrivo A e S si sono appena svegliati e non è stato un bel risveglio. Sono entrambi arrabbiati, arrabbiatissimi.

S è quello più arrabbiato, non riesce a stare fermo, è agitato, ha dormito poco e male, probabilmente è in astinenza.

A più che arrabbiato non sembra capire cosa stia succedendo e nemmeno aver tanta voglia di capirlo. Sfoga solo la sua rabbia, mettendo in difficoltà chi prova a calmarlo.

A vorrebbe andarsene, subito, quindi prende il suo berretto di lana e se lo infila con piglio deciso. Poi però vede una macchinina e forse inizia a calmarsi.
A ha poco più di due anni.

S, quello in astinenza, ha sette mesi. Sette mesi ed è in astinenza perchè è stato allattato da chi fa uso di droga, pesante.

Il mio ruolo galleggia tra il "Mi dica lei" ed il "Cosa crede che si possa fare?", mentre il mio stomaco si chiude e vorrei essere ovunque tranne che lì.

Alla fine, mi siedo di fianco ad A che guarda i cartoni animati, quelli degli scoiattoli che fanno i musicisti. Da una parte vorrebbe goderseli, dall'altra la sua testolina è piena di cose brutte viste, sentite e forse provate direttamente. La sua testa ricorda la sera precedente, le urla, i colpi e quelle persone estranee che l'hanno portato via con suo fratello su una macchina con le luci.

S si calma solo in braccio e c'è una parte di me che vorrebbe sostituirsi all'infermiera ed un'altra che mi dice che piangere come un vitellino non gli sarebbe di nessun aiuto.

Per fortuna ho gli occhiali da vista che un po' nascondono ed un fazzoletto per soffiarmi il naso, dannato raffreddore.

Mentre i cartoni iniziano a perdere di interesse, A accetta il the che gli abbiamo fatto portare, si bagna un po' il pigiama ed anche se con riluttanza si fa aiutare da me ad asciugarsi. Forse inizia a fidarsi di sti tizi che gli girano intorno, ma vuole comunque scendere. Gli metto le scarpine, gioco un po' col suo cappello e finalmente sorride, ma girando la testa, per non farsi vedere.

Sul tavolo in camera c'è un camion dei pompieri ed ehi, è BELLISSIMO!!!!
A inizia a giocarci ed ecco che gli equilibri tornano a posto: a due anni e mezzo il problema più grosso è capire come far salire la scala del camion giocattolo, nient'altro.

S mangia e si rilassa, ma cerca costantemente il contatto con l'infermiera.

Io e lei ci guardiamo, un'infermiera ed un assistente sociale, due bambini che Dio solo sa cosa han passato, i cartoni in tv. Sembra un telefilm.

Quando arriva l'ora di tornarmene in ufficio, che le procedure sono attivate e si sta lavorando per una sistemazione, vedo A mangiarsi di gusto pane e formaggino, giochiamo un po' per assaggiare i bastoncini di pesce, ma è meglio il panino ed allora l'astronave che faccio volare per poi imboccarlo torna al deposito e lui mi batte un cinque nemmeno convintissimo, ma insomma, per essere grosso e con la barba sto tizio sembra piacergli un po'.

Il mondo deve qualcosa a quei due bambini, vorrei avere la De Lorean per vederli tra 20 anni chessò, centravanti del Real Madrid o premio oscar come miglior attore protagonista

Torno in ufficio con la testa ed il cuore gonfi, dalla radio arriva una vecchia canzone di springsteen:
there's so much that you want
you deserve much more than this

Certo che A e S si meritano molto più di questo.
Ma moltissimo di più.

lunedì 12 marzo 2018

Cronache dalla corsia - Grandi Speranze



avete mai visto un volto andare a pezzi? letteralmente, smontarsi, cedere, crollare.

A me è successo, durante un colloquio con la moglie di un paziente, mentre le si spiegava la situazione e badate bene, gliela si spiegava con bei modi, in un linguaggio chiaro, semplice, senza essere troppo duro ma nemmeno dando illusioni.

Io guardavo la signora e ogni frase le arrivava in faccia come uno schiaffo.

È stato durissimo vedere andare a segno, non voluti, quei colpi, che in ogni modo si cercava di attutire.

Le speranze che crollano
(schiaffo)
i progetti irrealizzabili
(schiaffo)
spese
(schiaffo)
rinunce
(schiaffo)
vite capovolte
(schiaffo)

Le lacrime ricacciate indietro a forza, mentre gli occhi brillavano, persi in momenti irripetibili.
La forza di parlare che combatte con le labbra che si contorcono nella smorfia del pianto
Il viso che crolla e con esso crolla tutta quella impalcatura con la quale ci si finge forti

Le prospettive ed i progetti sono tra le cose che più fanno andare avanti le persone che incontro durante il mio lavoro, la prospettiva di uscire e stare di nuovo bene, anzi meglio, i progetti per recuperare il tempo bruciato qui dentro, il ritorno alla normalità

Sebbene sia convinto che le cose siano state dette nel modo migliore possibile e che prima di tutto ai nostri pazienti dobbiamo chiarezza ed onestà, cazzo mi è sembrato di far parte di un plotone di esecuzione

martedì 27 febbraio 2018

Cronache dalla corsia - Gesù era figlio unico


Parlo con la mamma di G, un uomo di pochi anni più giovane di me, che 16 mesi fa è uscito di casa con le sue gambe ed oggi si muove su una carrozzina e non riesce a mangiare da solo.
G aveva una serie di cose che funzionavano nella sua vita, lavoro, hobby, una bella moglie.
Ora vive con i suoi perchè non può fare altrimenti, sua moglie se ne è andata.

Guardo la mamma di G che mi racconta e le propongo un progetto per incentivare l'autonomia, ma lei mi dice che suo figlio si vuole ammazzare.
Ed immediatamente mi viene in mente mio padre quando gli dissero che aveva un male incurabile e chiese che qualcuno gli portasse una pistola.
E la cosa peggiore è che sua mamma mi dice che razionalmente lei non riesce a dargli torto.
Cioè, io che posso avere anzi devo avere un po' di distacco "professionale" posso quantomeno comprendere che G abbia certe idee, ma il fatto che la situazione sia tale da farlo pensare anche a sua madre mi schianta.
L'idea di vivere una realtà tale da far pensare anche a tua madre che la tua non è più vita, a lei che la vita te l'ha data.
L'avevo già incontrata, lei e suo marito; lei si faceva forte, prendeva appunti, proponeva, discuteva. Il marito era devastato, appoggiato ad una sedia che semplicemente si lasciava vivere, indifferente a tutto.
Nemmeno un mese dopo lei non riesce a dar torto ad un figlio che vuole morire.
G, che un giorno è uscito di casa ed è entrato all'inferno
Una madre prega “Dormi bene, figlio mio, dormi bene 
perché io sarò al tuo fianco Che nessuna ombra, nessuna oscurità, nessuna campana a morto possa farsi strada fra i tuoi sogni questa notte”

lunedì 19 febbraio 2018

Cronache dalla corsia - Bette Davis Eyes


CRONACHE DALLA CORSIA

il primo ricordo è quello di E, molto anziana, con un decadimento organico e mentale in atto molto rapido, assistita dal marito e dalla figlia.

Il marito le tiene la mano, lei tossisce e la tosse la spaventa, lui la aiuta, sempre tenendole la mano, gli occhi di E sono spaventati, maledetta bronchite, non capisce cosa succede, si sente soffocare, guarda il marito.

Tutto dura pochi secondi, il tempo di alzare un po' il letto e farla stare più dritta.
Non appena sente la tosse diminuire, E si rilassa, il marito è sempre al suo fianco e le tiene la mano.

Il dottore le chiede chi sia la persona che le tiene la mano ed il volto di E si illumina, immediatamente.
È IL MIO MARITO dice riacquistando lucidità
e da quanto siamo sposati? le chiede lui che sta al gioco
fanno due conti con le dita e lei capisce che sono sposati da 70 anni.

SETTANTANNI! 
Esclama E con gli occhi, azzurrissimi e vivi, assolutamente vivi ed un sorriso tanto sdentato quanto meraviglioso.

QUANTA PAZIENZA CHE HO! 
esclama ridendo e facendo ridere tutti, compresa la vicina di letto.

sembra sia entrata una boccata di aria fresca in quella camera

E tutto grazie agli occhi, azzurri, vivi e bellissimi, di E

Continuiamo il nostro giro.


martedì 13 febbraio 2018

Gli occhi di Favino e i miei fratelli che guardano il mondo

Favino, la sua voce, la cadenza, ma soprattutto i suoi occhi.

Io sul lavoro ne ho visti occhi del genere, tanti e non erano (bravissimi) attori, ma uomini, donne e ahimè anche bambini.

Quegli occhi da lui così ben messi in scena, ti tagliano in due come una lama, in 3 secondi.

Quel guardare chissà dove, cercare chissà cosa, mentre ti parlano, ti chiedono una mano, ti ringraziano perchè puttana troia gli hai dato 3 pacchi di pasta e 1 litro di latte e vaffanculo tu vorresti mangiarti una merda piuttosto che guardarli negli occhi.

Anni fa vidi quegli occhi, per la prima volta, in un bambino che mi fece leggere un tema con dentro tanto dolore per la mancanza da casa che ci si poteva riempire il mare che separa le due nazioni.

Poi li ho visti tante altre volte.

Li vidi nelle facce di quei 3 bambini che accompagnai con mamma e papà in un albergo perché casa loro aveva preso fuoco; casa, oddio, una baracca affittata in nero.

Li ho rivisti quando giocando a pallone un ragazzo arabo mi venne incontro dicendo che anche se io non mi ricordavo chi fosse, lui di me si ricordava eccome, perchè era uno dei tre bambini che avevo accompagnato in albergo.

Li ho rivisti in un ragazzo arrivato qui e ritrovatosi tetraplegico, lontano da casa e senza sapere la lingua.

L'ultima volta mi è successo a Su la testa grazie a Valentina Tamborra ed alle sue foto, alle parole di 3 ragazzi che avessero saputo l'italiano avrebbero raccontato le stesse cose di Favino, senza l'ansia della censura Rai.

Non si tratta di politica, si tratta di empatia, la grande, grandissima assente di questi giorni così squallidi, di questa campagna elettorale così vomitevole, di queste parole così cattive verso chiunque sentiamo appena appena un po' distante da noi.

Guardare quegli occhi con empatia significa sentire almeno una parte del loro dramma, della loro fatica, del loro dolore, non vuol dire essere di questo o quel partito che vadano affanculo, si tratta di essere umani, si parla di umanità, di cuore, di pietas, si parla di avere l'intelligenza di fermare il nostro egoismo di fronte alla sofferenza altrui.

Ecco, grazie Favino, speriamo che per merito tuo qualcuno prima di riempirsi la bocca di merda per poi sputarla, si ricordi di quegli occhi e li guardi, davvero.

Finchè mi faccio prendere a calci nel culo sarò sempre straniero.

Chi guarda certi occhi, non può restare indifferente.

Il resto non conta.

martedì 16 gennaio 2018

Pacco viveri (Lavori pesanti ed esami di coscienza)



aspetto in fila, non sono solo
il mondo visto da qui non è un granché,
gli occhi sono tutti bassi, sulle punte delle scarpe,
ma a volte, pure le scarpe sono motivo di vergogna. 
Eppure non credo, almeno non credo
che qualcuno qui debba vergognarsi di qualcosa o di qualcuno;
però nessuno parla, nessuno ti guarda. 
Le punte delle scarpe,guardiamo tutti quello; 

perchè qui dentro nessuno
perchè sono convinto che qui dentro nessuno meriti elemosine
o avanzi
scarti di qualche generoso; 

meritiamo forse la luce del sole
meritiamo forse una casa
meritiamo forse qualcuno a casa che ci aspetta 
meritiamo la dignità e dovremmo camminare a testa alta

invece ci guardiamo le punte delle scarpe 
sperando che stavolta ci sia mezzo litro di latte
o la pasta, che quella è buona anche solo con l'olio
un sorriso, un abbraccio ed un sorriso;
invece nessuno ci sorride
mai.

Mettiamo a disagio, creiamo imbarazzo
e quello con la barba non ci riesce nemmeno a guardare, 
forse perchè si chiede per quale motivo
lui ci consegna il pacco invece di riceverlo

giovedì 28 dicembre 2017

Trasferimenti lavorativi e nuovi stimoli



Con la giornata di oggi, termino a tutti gli effetti di essere un dipendente comunale.

Dopo quasi 18 anni e due Comuni, da domani inizierò a lavorare per l'ASL 2, all'ospedale S.Corona di Pietra Ligure.

È strano vivere queste ore con l'impazienza di incominciare e l'ansia di non aver ben chiaro a cosa stia andando incontro.
Di certo so che la mia strada in Comune era conclusa e non parlo del comune specifico dove ho lavorato fino ad oggi, ma in senso più ampio.
Premesso che non mi considero un dipendente modello e quindi non starò a fare le morali su impegno e dedizione, lavorare in un comune per noi assistenti sociali sta diventando ogni giorno più difficile.
Il volontario e scientifico smantellamento dello stato sociale da parte di tutte le forze parlamentari, abbinato ad una costante costruzione di impalcature non visibili ma dannatamente concrete come l'abuso di burocrazia e di rimbalzi tra uffici, ha avuto nel corso degli anni il risultato di isolare gli uffici stessi, lasciandoli soli in una immaginaria trincea, riducendo però gradualmente ogni tipo di strumento e risposta a loro disposizione.
La crisi economica, la nascita di nuove fasce deboli ( i miei coetanei ad esempio, 40\50enni che escono dal mondo dl lavoro e non riescono più a rientrarvi, con la prospettiva di 20\25 anni di disoccupazione o lavoro nero prima di una nemmeno così probabile pensione) hanno scavato un solco profondo tra i cittadini e le istituzioni.
Cercano di resistere le amministrazioni comunali di piccole realtà, dove i sindaci e gli assessori non sono solo "un ruolo", ma sono persone radicate in quell'ambiente.
Massima considerazione quindi alle giunte comunali con cui ho lavorato, agli assessori che sebbene distanti anni luce dalle mie idee politiche non hanno mai mancato di rispetto nè a me, nè tantomeno al nostro ruolo. Rispetto che è sempre stato reciproco.

Però il nostro è un lavoro che si basa sugli stimoli molto, ma molto più che sulle gratificazioni, quindi esaurendosi i primi e mancando quasi totalmente le seconde, il rischio di spegnersi è forte.
Pur tenendo presente quanto detto prima sul mio non essere un dipendente modello, penso di poter dire che mai ho dimenticato, anche nei momenti di maggior demotivazione di avere davanti persone, famiglie, storie che non meritavano nulla di meno del mio 100% di impegno, qualunque fosse il risultato a cui potesse portare.
Quando poi mi sono accorto che non solo il mio 100% non era più così garantito, ma le risposte che le istituzioni offrivano ai cittadini attraverso la mia scrivania erano in ogni caso insufficienti, ecco che non ho potuto non guardarmi intorno e cercare una alternativa.
Nel momento in cui i nostri uffici, i distretti, gli ATS hanno incominciato a diventare dei "rispostifici" retorici e spesso inconcludenti, lo stato sociale era bello che morto, da tempo.
Morto lo stato sociale, il rischio è veder morire anche la nostra professione, ridotta a megafono perfino mezzo scarico di proclami buoni solo per la stampa e composti da facciate talmente sottili da essere ormai trasparenti.
È arrivata allora la possibilità di una esperienza nuova, che messa a confronto con la possibilità di vivacchiare nascondendomi dietro a chi "in alto" rende impossibile svolgere il nostro lavoro in modo soddisfacente, ha stravinto la sfida.
Mi era già successo 9 anni fa, il ritrovarmi a girare a vuoto, a concludere poco e niente, a vivere le ore lavorative col pilota automatico, e anche allora ebbi la fortuna di poter cambiare ufficio, di andare a lavorare in un comune più grande, con più colleghi con i quali confrontarmi ed ovviamente nuovi stimoli.
Certo, le prospettive allora erano tanto buone quanto, col senno di poi, poco concrete, ma ho la fortuna di avere un buon senso autocritico e ho perfettamente chiaro i miei sbagli e le mie mancanze, che hanno contribuito al non realizzarsi di quelle prospettive.
Da domani lavorerò in un ospedale, in un ambiente a stragrande maggioranza sanitario, con un ruolo non ancora definito e dalla grammatica ancora incerta.
Non sono così ingenuo da negare i problemi della sanità e di s.corona in particolare, ma credo che lavorare in settori "a rischio" sia una componente inevitabile della mia professione.
Un posto dove tra le tante cose, avrò spero la possibilità di concretizzare quel discorso di RETE SOCIALE che mi segue dal primo anno di università, svolgendo una funzione di raccordo tra l'ospedale ed il territorio, creando i presupposti per una dimissione protetta e "morbida", per una collaborazione tra servizi e cittadinanza di cui tanto si parla negli ambienti professionali.
Ovviamente ci saranno delusioni, magari ripensamenti, incazzature e ridimensionamenti delle aspettative, ma sono tutte cose che già ho provato e che avendo ben presenti posso quantomeno tentare di evitare o ridurre.
Tanti dubbi, ma la sottile eccitazione di avere davanti una pagina bianca, vuota, e la libertà di poterci scrivere una storia nuova.
La mia collega neo pensionata della quale prenderò il posto, mi ha detto, estremizzando, che in 30 anni non le è mai capitato di passare un giorno senza fare qualcosa che non aveva mai fatto prima.
Ecco gli stimoli!

Con incoscienza e voglia di cambiare, prendo la rincorsa e mi butto, sono abituato agli atterraggi difficoltosi, magari prima o poi andrà bene.

domenica 13 agosto 2017

Per M, che riparte da lontano




Chissà se stanotte, sotto un cielo diverso
capirai il percorso o quantomeno il senso
il senso di questo cambiamento, ancora
un senso a quel che vuoi sia la tua vita

Chissà se sotto quel ciuffo adulto
dove nascondi i tuoi occhi bambini
ti sarà chiaro il male che hai vissuto
ti verrà incontro il bene che ti è dovuto

Chissà se un giorno, ormai cresciuto
ripenserai ai protagonisti di certe canzoni
"stupide ed ubriachi a cui urlavi i tuoi perchè
mentre tutti aspettavano che tu parlassi a scuola"*

Chissà se avrai il tempo ed il modo
di ricordare un giorno come questo
di riguardare tutto il tuo cammino
di sentirti finalmente felice e soddisfatto

[il mio lavoro è così]

* mi riferisco a due canzoni dei Pearl Jam ed una dei Counting Crows:

https://www.youtube.com/watch?v=WfrJCbol7ZU
https://www.youtube.com/watch?v=MS91knuzoOA
https://www.youtube.com/watch?v=ZAAzMeKVErw

martedì 12 aprile 2016

Come Don Chisciotte 2.9 - Social Worker Blues




il 15 marzo è stata la giornata mondiale del servizio sociale

lo scorso anno mi ero fatto un regalo, avevo preso ferie ed ero andato a "festeggiare" a torino, ad un incontro-convegno organizzato dall'ordine piemontese.
a torino ho diversi amici-colleghi, la mia relatrice della tesi, parecchi bei ricordi
era stata una bellissima giornata e mi ero ripromesso di farlo anche quest'anno.

A gennaio poi era uscito il disco del mio amico paolo, springsteeniano e collega, pieno di belle canzoni tra cui una in particolare: social worker blues, di cui avevo parlato-scritto volentierissimo.

penso ed ho già scritto diverse volte che la musica che ascolto e che amo abbia avuto un peso fondamentale su determinate scelte fatte nella mia vita, tra cui sicuramente quella lavorativa

senza l'epica di diversi artisti non avrei fatto così volentieri il percorso di studi che ho fatto, motivandomi con la speranza di essere parte di quel cambiamento positivo di cui sentivo cantare e che sentivo auspicare da voci che così tanto mi coinvolgevano 

senza gli u2, senza i pearl jam di brani come jeremy o why go, non mi sarei innamorato della mia professione
senza il fantasma di tom joad, uscito quando ero all'inizio del corso, non avrei avuto le conferme di essere sulla strada giusta, non avrei così a fuoco il fatto di chi siano quelli che davvero stanno male e quali sono o dovrebbero essere le priorità nella vita.
senza born to run che è un inno di 40 minuti sull'autodeterminazione, non avrei avuto così chiaro il significato e l'importanza di quel termine

penso che la musica sia uno strumento comunicativo straordinario e ritengo che il nostro lavoro dovrebbe sfruttarla molto di più e molto meglio

per questo la canzone di paolo mi ha entusiasmato da subito, per quegli echi di steve earle che fanno da cornice ad un testo profondamente sincero e reale, su quello che proviamo noi "in trincea"

un pezzo che è un perfetto esempio di come la mia comunità professionale dovrebbe sfruttare questo strumento comunicativo, se non reinventandosi cantautori, almeno utilizzando i numerosi spunti presenti "in letteratura" per far passare messaggi importanti, senza dimenticare ovviamente le fonti, come mi diceva sempre la mia prof

in tutto questo, la cosa bellissima è che il 15 marzo a torino, dove mi sono regalato un'altra giornata come lo scorso anno, paolo ha presentato il suo pezzo ad una platea competente e professionalmente vicina.

la cosa strana è che ad introdurre paolo ed il suo pezzo sono stato proprio io, testimoniando come a mio avviso la musica sia un mezzo efficace anche per il servizio sociale; la Musica, quella vera, capace di empatia e stimolo all'azione.

è un onore enorme ed un altrettanto grande piacere aver ricevuto questo invito, perchè per una volta il mio lavoro e la mia passione principale si sono fusi assieme e per un momento sono stati una cosa sola, perchè, come del resto mi hanno detto in molti, "se mi impegnassi nel lavoro come nella mia mania per la musica sarei un fenomeno"

La giornata è stata meravigliosa. 
Ogni singolo istante, goduto, assaporato, come una forchettata del tuo piatto preferito.
Sul palco del teatro Nuovo di Torino a dire  come la musica sia uno strumento terribilmente efficace dal punto di vista comunicativo e di quanto il servizio sociale ne avrebbe bisogno.
5 minuti "trattabili" che mi sono gustato con piacere ed orgoglio, grazie soprattutto alla grande attenzione che regnava in sala, in una sala ancora piena nonostante l'ora tarda ed il pranzo alle porte, una sala che mi ha persino interrotto con un applauso a metà intervento, per via di una frase polemica che proprio non sono riuscito ad evitarmi.
Elvis sul bavero della giacca, Woody Guthrie sulla t shirt, per coniugare la mia professione e la mia grande passione avevo bisogno di avere vicino dei riferimenti importanti.
Orgoglioso e soddisfatto di cosa ho scritto
Orgoglioso e soddisfatto di come l'ho esposto
Orgoglioso e soddisfatto dei complimenti ricevuti
Ma soprattutto grato e riconoscente verso chi mi ha invitato, fatto sentire a casa, trattato come un amico
E come mi ha scritto oggi una collega (ancora ignara di quanto sia drammaticamente vera questa frase): ho ancora molto da dire.

Per chi volesse leggere il mio intervento, è disponile sul sito dell'Ordine degli Assistenti Sociali della Regione Piemonte:

Inevitabile a questo punto dopo aver parlato di musica in contesto lavorativo, portare il mio lavoro in un contesto musicale.

Quindi giovedì 7 aprile su Radio Gazzarra è andata in onda la puntata di Come Don Chisciotte che ha rubato il titolo al mio amico Paolo.

Un elenco, drammaticamente incompleto, di brani che sento vicini al mio lavoro ed alle motivazioni ed ai principi che mi spingono a farlo.

Ecco i brani andati in onda:
  1. All you fascists bound to lose - Woody Guthrie
  2. La città vecchia - Fabrizio De Andrè
  3. The Ghost of Tom Joad - Bruce Springsteen
  4. Freedom - Rage Against the Machine
  5. Jeremy - Pearl Jam
  6. Fischia il vento - Coro Partigiani e Reduci
  7. Sunday Bloody Sunday - John Lennon
  8. Running to stand still  - U2
  9. Why go - Pearl Jam
  10. Youngstown - Bruce Springsteen
  11. Non finisce qui - Gang
  12. Masters of war - Bob Dylan
  13. Maggie's farm - Solomon Burke
  14. Social Worker Blues - Paolo Ambrosioni & the Bi-Folkers


(per chi volesse scaricare la puntata in mp3 ed ascoltarla offline, cliccate su "ascolta con il tuo player" poi cliccate col tasto destro del mouse sul tasto Play e "salva audio/video come")

lunedì 18 gennaio 2016

Il Blues dell'Assistente Sociale



In un periodo della mia vita dove la passione per il mio lavoro è probabilmente ai minimi storici, arriva come un elisir questo pezzo del collega e soprattutto amico paolo.

Il blues dell'assistente sociale è proprio perfetto per definire lo stato d'animo che spesso mi attanaglia e che mi porta a lunghi esami di coscienza da cui esco spesso sconfitto e frustrato.

Un pezzo che profuma di texas e steve earle, un accostamento gratificante e che mi riempe di orgoglio come appassionato di musica, come professionista ed ovviamente come amico dell'autore.

Mancano a mio avviso almeno un paio di strofe dedicate a chi il blues ce lo crea e non parlo certo degli utenti, bensì di chi trae vantaggio nel metterci in difficoltà e chi specula e si approfitta del nostro tener fede al segreto professionale.

Lo smantellamento dello stato sociale a cui partecipano con entusiasmo le forze politiche, "culturali" ed economiche di questo paese ricorda scenari desolati e da grande depressione proprio come questo pezzo può essere accostato alle dolenti ballate di woody guthrie, che raccontavano quei tempi miseri.

Il brano si concentra sulla sensazione di fatica e sofferenza che ci portiamo dietro a forza di respirarla dai nostri utenti, con in più la rabbia di vedere il nostro ruolo strumentalizzato e soprattutto non capito dagli stessi.

"Provo a leggere con i tuoi occhi, ma a volte preferirei essere cieco", strofa durissima e meravigliosa che racchiude la grande verità del nostro provare sempre a calarci nella realtà di chi ingoiando bocconi amari si rivolge a noi e provando a volte il desiderio di non vedere quello che realmente sono il mondo e la realtà dove sono inserite queste persone.

Arriveranno ad odiarci, molti già lo fanno, altri si lasceranno convincere a farlo; in un gioco delle parti cinico e bastardo, ahimè, la nostra professione spesso ha interpretato ed interpreterà la parte del parafulmine, del punchball, dello spaventapasseri abbandonato alla mercè dei corvi.

Mi piacerebbe fare mia la frase sul continuare a lavorare duramente ma ho un rigurgito di onestà e so che potrei e dovrei fare molto di più.
So anche, ahimè, che non posso sempre nascondermi dietro al "non essere un santo", perchè non ne ho il diritto, però ogni giorno il senso del mio lavoro è meno a fuoco e questo non va affatto bene.

Comprate sto disco, chi lo ha composto ha un punto di osservazione del mondo interessante con cui confrontarsi.

Per info: pagina facebook

Ho azzardato una traduzione del brano, approvata dal suo autore, che vi giro qui

beh, ogni giorno sono in trincea
tu mi porti la sofferenza e credi alle bugie

continuo a dirti cosa è vero
e che ciò a cui credi sono chiacchiere e notiziari
sopravvivo
con il blues dell'assistente sociale

vuoi giustizia e cibo per tuo figlio
ma sei spaventata da ciò che sono

continuo a lavorare al buio
sapendo che sono tempi duri
sopravvivo
con il blues dell'assistente sociale
il blues dell'assistente sociale

non sono un diavolo nè un santo
devo affrontare lacrime e dolore
provo a leggere con i tuoi occhi,
ma a volte preferirei essere cieco
sopravvivo, sopravvivo, sopravvivo
con il blues dell'assistente sociale

questi tempi duri continueranno
e tu arriverai ad odiarmi

continueremo a lavorare duramente
ma questa professione
è abbastanza tosta per sopravvivere
con il blues dell'assistente sociale

giovedì 1 gennaio 2015

La prima dell'anno

C'è chi mette le mutande rosse
Chi mangia lenticchie
Chi mangia l'uva
Chi mette il nocciolo del dattero nel portafoglio
Al primo gennaio, ognuno ha le sue tradizioni.

Io scelgo di meditare con cura quale sarà la prima canzone che ascolterò nel nuovo anno.
Negli scorsi due, ho dedicato parecchia attenzione ed energie ad attività interessanti, coinvolgenti e sicuramente arricchenti da un punto di vista culturale.

Quest'anno voglio focalizzare buona parte del mio tempo libero a migliorarmi professionalmente, approfondendo, elaborando ed ovviamente scrivendo su temi attinenti al mio lavoro.
Ho quindi bisogno di iniziare l'anno con una forte motivazione verso questo mestiere, l'assistente sociale, che tanti spunti mi ha sempre dato per essere, prima ancora che un buon professionista, una buona persona.

La mia prima canzone del 2015 è The Ghost of Tom Joad, di Bruce Springsteen.




Uomini a piedi lungo i binari
diretti non si sa dove, non c'è ritorno;
elicotteri della stradale che spuntano dalla collina,
minestra a scaldare sul fuoco sotto il ponte,
la fila per il ricovero che fa il giro dell'isolato:
benvenuti al nuovo ordine mondiale.
Famiglie che dormono in macchina nel Sudovest
Né casa né lavoro né sicurezza né pace.

La strada è viva stasera
ma nessuno si illude su dove va a finire
sto qui seduto alla luce del falò
e cerco il fantasma di Tom Joad.

Tira fuori un libro dal sacco a pelo
il predicatore accende un mozzicone e fa una tirata
aspettando il giorno che gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi
in uno scatolone di cartone nel sottopassaggio
ho un biglietto di sola andata per la terra promessa
hai un buco in pancia e una pistola in mano
dormi su un cuscino di sasso
ti lavi nell'acquedotto municipale.

La strada è viva stanotte
ma dove va a finire lo sappiamo tutti;
sto qui seduto alla luce del falò
e aspetto il fantasma di Tom Joad.

Diceva Tom: "Mamma, dovunque un poliziotto picchia una persona
dovunque un bambino nasce gridando per la fame
dovunque c'è una lotta contro il sangue e l'odio nell'aria
cercami e ci sarò.
Dovunque si combatte per uno spazio di dignità
per un lavoro decente, una mano d'aiuto
dovunque qualcuno lotta per essere libero
guardali negli occhi e vedrai me".

La strada è viva stasera
ma nessuno si illude su dove va a finire
sto qui seduto alla luce del falò
assieme al fantasma del vecchio Tom Joad.

lunedì 21 luglio 2014

Ho guardato negli occhi i ragazzi della Piaggio
























Ho guardato negli occhi i ragazzi della Piaggio di Finale Ligure
Li ho visti seduti al sole, sotto la pioggia, di giorno e di notte
Li ho guardati negli occhi, mentre difendevano una fabbrica, un lavoro, un'idea
Li ho visti che dimostravano il loro senso di appartenenza, forte, a quel luogo
Li ho guardati negli occhi, mentre ricevevano aiuto, appoggio e solidarietà, li ho visti ringraziare tutti, con una stretta di mano, un abbraccio
Li ho visto salutare chiunque suonasse il clacson, un piccolo segno di solidarietà, ma d'altronde.
Ma d'altronde viviamo tempi in cui si urla RIVOLUZIONE davanti ad un computer e con il culo ben piantato su una poltrona o sotto un ombrellone quindi perfino il suonare il clacson è fare di più.
Ma d'altronde.
Mi sono fermato un paio di volte, ho portato il modesto contributo della mia famiglia
E li ho guardati negli occhi
Nelle loro divise, portate con orgoglio, perché per loro è un orgoglio far parte di una azienda dal nome così prestigioso
Perché per loro è un orgoglio sapere di aver contribuito a rendere il nome della loro azienda così prestigioso
Li ho guardati negli occhi, ho visto le loro magliette sudate, le loro barbe sfatte.
Li ho guardati negli occhi, in quegli occhi pieni di sonno e stanchezza, ma così ricchi di forza e specchio di una volontà incrollabile
Li ho guardati negli occhi mentre mi dicevano "non si molla un belino"
Li ho guardati negli occhi mentre sembrava volessero abbracciare tutta quella grande cattedrale che è la Piaggio di Finale Ligure
Quella che è spesso la prima cosa che si vede, dopo la galleria
Li ho visti sempre attenti, custodi e guardiani di un posto che per molti di loro vuol dire vita
Li ho visti uscire dal turno e fermarsi al presidio
Li ho visti non tornare a casa per 24 ore filate, perché la loro casa e la loro famiglia tirano avanti grazie a quella fabbrica e quindi quello è il posto più importante dove stare
Ho ricevuto da queste persone una lezione ENORME su cosa voglia dire davvero combattere per i propri diritti, sull'impegno e la costanza, sul concetto stesso di LOTTA.
Ad ognuno di loro, chi non conosco, chi conosco di vista, agli amici, dico grazie per tutto questo.
Grazie per avermi guardato negli occhi.