Visualizzazione post con etichetta big cat. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta big cat. Mostra tutti i post

mercoledì 17 luglio 2013

31 sul campo ed uno all'ippodromo (sempre di concerti di bruce)



Non poteva mancare il resoconto dell'amico Piero, anche lui alle prese con la difficoltà di spiegare ciò che è successo a roma l'11 luglio.
A me sembra comunque che ne sia uscito alla grande, vai Big Cat:

Lo ammetto dopo Stoccolma mi era salita la carogna.
L'idea di fermarmi dopo Milano, mi sembrava, sempre più una stronzata
Killkenny, viene scartata a priori, cade nella settimana in cui è impossibile scomparire.
Belfast, la settimana prima è altrimenti irraggiungibile, i voli costano una follia. 
Cerca che ti cerca, scarta che ti scarta, rimane solo l'urbe.
In un ippodromo
Tanto per rendere le cose più semplici la location è ubicata un po' oltre la ridente località di in culo ai lupi.
Una telefonata informativa a Fausto, e il problema movimentazione è risolto.
Quattro colpi di mouse e un salto da boxoffice e l'organizzazione è terminata.
Mi piacciono i piani ben riusciti (cit.)
Ammetto di essere partito prevenuto.
Molto prevenuto.
Aspettative zero, anzi, certezza di concerto standard, senza troppi voli pindarici, magari la prove it con l’intro del 78, un recupero creativo di qualche pezzo del 92/93.
Cosa pure predetta durante la solita lunga attesa, come oramai è tradizione consolidata in Italia, si deve arrivare orrendamente presto sul luogo del concerto.
Levataccia, appuntamento con Fausto e Carla davanti all’albergo, alla fine si arriva alle Capannelle verso le 6, e si prende un onesto 768. Che vuole dire tutto e niente.  Tanto c’è la lotteria.
Il braccialetto del pit, ci concede l’accesso anche alla zona ristoro dell’ippodromo, si dobbiamo pagarci le consumazioni, ma possiamo incontrare gli amici che non si vedono da un po’ e cazzeggiare  seduti all’ombra, che visto il clima già di per se è fantastico.
A mezzogiorno ci si strascina al pino deputato ad essere teatro del sorteggione.
Con la classica puntualità romana, un oretta di ritardo, finalmente, abbiamo il magic number,
599.
169esimo ad entrare, zio transenna.
Clamoroso! l’organizzazione ha previsto il caldo urendo della jurnata, distribuisce bottigliette d’acqua, irrora  le centurie di accesso con acqua vaporizzata.
Poco dopo le 14 si entra.
Un déjà-vu mi colpisce, Arena Santa Giuliana a Mestre.
Tra l’accesso e il palco c’è una passeggiata di salute.
Mi immagino l’arrivo sul prato in perfetto Dorando Petri style di chi entrerà e inizierà a correre senza una preparazione atletica adeguata.
Siamo dentro, sono le 14 e 30, adesso basta aspettare.
Inizia uno strano soundcheck.
Per la prima volta, c’è un gruppo che apre.
Strano, nei festival succede, ma questo è sempre stato pubblicizzato come concerto del solo Springsteen.
Non voglio entrare nelle polemiche appena successive all’annuncio, ma, nella mia carriera di pubblico di concerto, l’unico opening act decente che ricordo sono gli X che aprivano per i PJ a Berlino l’anno scorso, gli altri, dai Fiction Plane del figlio di Sting prima dei Police a Torino agli Editors prima dei REM nel 2008 erano delle sole tendenti alla chiavica.
Un giro su youtube, mi fa scoprire un duo, liberamente ispirato ai White Stripes.
Boh…
Ascolteremo
Per ora vediamo i tennici, che accroccano una batteria e delle tastiere in modo che possano essere suonati dalla stessa persona.
Boh.
Alle 18 e 55, i cyborg appaiono, maschera da saldatore con microfono incorporato ed effetti e…
Zioboogie
Suonano bene assai.
Il set è divertente,  sia come musica che come effetti scenici, il battetastierista con una mano suona le tastiere con l’altra la batteria in puro Def Leppard style (cit.). In una canzone usa un ciocco di legno al posto della bacchetta, in un'altra la maschera da saldatore del cantante diventa un pezzo supplementare della batteria.
Il pubblico reagisce bene, applaude e fa i cori, nessun pomodoro di baglioniana memoria
Se si organizzavano con  una versione congiunta di a night of jersey devil, avrebbero potuto incendiare la serata in anticipo.
Sicuramente una piacevole sorpresa.
Finalmente, inizia il ritardo e poi il concerto come oramai è obbligatorio sulle note di once upon a time in the west.
Escono gli estreetes, si posizionano sul palco e attaccano Spirit.
Brus non c’è.
Si sente ma non si vede….
La memoria storica, va alle letture di Born to Run, quando Dave Marsh narrava delle varsioni di Spirit cantato in mezzo al pubblico, o dalla buca dell’orchestra  (cfr. Hammersmith odeon, London 75)
Dove diavolo si è nascosto?
L’adrenalina sale, da dove diavolo spunterà 
Invece era solo nascosto nell’ingresso.
L’attacco è strano, direi quasi preoccupante.
Poco dopo, Max inizia una rullata infinita, solo di chitarra…
We left the toys out in the yard.
Roulette
Nel lontano 1988, quando il Tol tour era passato dagli Stati uniti all’Europa Roulette era uscita dalle scalette, per essere dimenticata in fretta. 
Complice un bootleg di Landover 88, Prisoner of love, io nel prato del comunale di Torino, già mi pregustavo l’esecuzione.
Dopo 25 anni, finalmente la ascolto dal vivo. 
Ziocerchiochesichiude (per contratto dovevo scriverlo)
E non contento ci inchioda pure Lucky Town, questa sera, non fa un concerto di bis, ci farà del male solo con la musica normale.
Un altro solo tirato all’inverosimile
Se avesse il coraggio, di fare un disco, con Tom Morello alla seconda chitarra, Mike Mills al basso e Jack Irons alla batteria spaccherebbe, altro che musica da country da circolo anziani
Ma queste possono essere solo le conversazioni da bar post, tour, qui abbiamo un concerto da portare avanti
I binari però non sono quelli che mi aspetto, tutt’altro.
I cartelloni del pubblico ci portano indietro nel tempo, puro rock and roll, Summertime Blues e una Stand on it  swingatissima con i fiati in evidenza, Mona e Not fade away prima di She’s the one mai, successo, se si ricordava che doveva citare pure the preacher’s daugher nel break centrale pure il peggio onanista delle setliste non avrebbe avuto più nulla da dire.
Bravo, Piero, continua con le previsioni pre concerto  che ti vengono bene..
Questa sera, Bruce e la E-Street, non perdonano, stanno dimostrando,  per chi se l’era dimenticato, che sono the best rock act ever.
Non gigioneggiano, nemmeno Steve, nessun giro sulle passerelle, ogni canzone è suonata come se fosse l’ultimo bis.
Catlong sighs holding Kitty's black tooth…
La gattina torna in città, e chi se l’aspettava?
I musici macinano note, Bruce dirige e noi veniamo asfaltati.
Però adesso basta, smettila che abbiamo un certa età
E invece non ci ascolta, invita alla festa anche Spanish Johnny e Rosie
A Roma sono arrivato con Italo treno, non con la Delorean del dottor Brown. Il tempo si ferma, se non fossimo compressi come sardine, potremmo pensare di essere al Max’s Kansas City nel 74.
E adesso, lo zecchino d’oro, dai dacci pace
Bruce e Steve scendono dal palco e recuperano uno striscione dalla transenna…
4 parole, e l’ultima è serenade
Se è un sogno non svegliatemi.
Le luci sul palco sono basse, si vedono solo Roy, Max e Bruce.
Quando entrano i violini, prestati dal maestro Morricone, finisco, finiamo, metteteci il verbo che preferite nella stratosfera.
Finita la serenata, posso anche andare a casa, che voglio ancora?
Eppure il concerto continua, ancora, fino alla finale Shout e al suo toga party, giusto per privarci delle ultime stille di energia.
Kevin arriva con un armonica e una chitarra acustica per la Thunder road con la quale ci congeda nella notte.
E ora?
Questa sarà sicuramente un'altra storia.

lunedì 1 luglio 2013

Giugno, Springsteen, Milano, Italia

San Siro, 5 volte San Siro, ma non solo.
In una statistica che spero nessuno faccia mai, ma temo esista già, giugno è probabilmente il mese dove Bruce ha più spesso tenuto concerti in italia, vai a sapere il perchè. (E soprattutto: eh, e quindi?) 

Chiudiamo dunque il mese springsteeniano italiano (oddio oddio oddio M.S.I.), con un super resoconto del nostro inviato Big Cat, presente, tra gli altri, a tutti e 5 i concerti di Bruce a San Siro.

Rilassatevi, apritevi 3\4 birre, sgombrate la mente da immagini fallaci, non nel senso di oriana, di gente tipo vascooooovascoooooooo o ligaaaaaaaaaligaaaaaaaaa o jovaaaaajovaaaaaaaaaaa che cantano tra le torri del meazza.

San Siro + musica = Bruce Springsteen

Tò, proprio perchè, ci metterei lì un Bob Marley dai.

Ma poi basta.

Buona lettura, ne vale la pena.






Milano,

san siro.

5 volte,

5 concerti,

28 anni

Mettevi comodi. Questa volta la prendo lunga, dannatamente lunga.





Back in the beginning.

Lo stadio di san siro aveva un anello in meno, c’era un palacrollato di più.

La mia età anagrafica, non quella mentale, mi collocherebbe in pieno nella generazione born in the usa, purtroppo o per fortuna è sempre una questione di punti di vista, ero già rovinato da anni, tra l'influenza degli amici più grandi, quelli con  il px125, lo stereo (!) e delle cose strane che chiamavano con tono da carbonari "butleg", e la trasmissione durante mister fantasy dei quindici minuti di no nukes, il danno era stato fatto più o meno alla fine del 1981

Nell'84, ero già dentro, Bitusa comprato il giorno dell'uscita, vinili assortiti, bootlegs, il mittico libro della Cevoli "buttati dalla finestra e lascia che il vento scompigli i tuoi capelli" ma sto, come al solito divagando.

Quando il fido spacciatore di vinile, nella primavera del 1985, mi estrae davanti un blocchetto di biglietti, con su brus che salta davanti alla bandiera americana, tento un esame di coscienza, cerco di fermarmi, di ragionare ma dopo qualche microsecondo l’acquisto  è concluso.

Riesco a convincere i miei genitori che non ci potrà mai essere un Heysel ad un concerto, siamo tutti tifosi della stessa squadra, beata innocenza, soprattutto Roskilde sarebbe arrivato 15 anni dopo e nessuno dei miei sapeva nulla di Altamont 68 (effettivamente allora nemmeno io)

Mi aiuta anche il ministero della difesa, la visita di naja, distretto di Alessandria, è fissata per il 28 giugno 1985.

partenza la mattina, si arriva davanti allo stadio e, nessuna transenna, nessun appello, nessuna lista.

solo code selvagge, compressioni e assistenza del dio degli accessi allo stadio, il fratello sportivo del dio dei ciucchi.

ad un certo punto, arriva pure un celerino, alto un metro e 12 cm,  con tanto di armamentario antisommossa, zioquestore, e si mette a sbraitare di cariche, ma siamo sicuri che abbia capito che si sia parlando di un concerto?

Dopo una serie di spostamenti indipendenti dalla nostra volontà ci ritroviamo all'interno della cancellata dello stadio e dobbiamo solamente trovare una sistemazione all'interno.

decidiamo di rimanere insieme e la maggioranza decide per quello che ora si chiama il primo anello blu e che una volta era solamente la curva sud.

Mancano almeno parecchie ore al concerto e la gente in transenna che è già compressa. Ogni tanto il servizio d’ordine bagna con gli idranti le prime file, qualcuno collassa e viene estratto.

L’attesa dell’inizio del conzierto è sempre la stessa, possiamo saltarla e perderci in una digressione.

Parlare del passato è una bastardata, più il tempo passa e più le cose diventano belle, anche il billy alla mela (cit.) bevuto a quel concerto è diventato un sidro artigianale.

Indosso per un attimo i panni dello spocchioso, concerto infilato tra i concerti tedeschi e quelli francesi, un paese nuovo, nessuna confidenza con la lingua, si va di scaletta standard e pedalare verso Montpellier.

La verità come sempre dovrebbe essere nel mezzo.

E poi i miracoli succedono per caso.

Prima dell’inizio, per cercare di placare la bolgia infernale delle prime file, sale sul palco uno strano figuro, con una maglietta a strisce orizzontali banche e rosse che esce dice “ gli ho parlato e bruce e’ carico”

Si,si,si Mamone, hai proprio fatto la scelta migliore per cercare di calmare gli animi.

Alle 19:25, manco era iniziato il ritardo, risona il primo colpo di grancassa di born in the usa…lo stadio esplode.

E poi giusto per accelerare ancora badlands, out in the streets, con il sole che tramonta sullo stadio.

I megaschermi dell’epoca, potevano essere usati solo al buio, dal fondo si vedono delle figure piccole, piccole, ce ne è una appena più grossa, tutta vestita di bianco..

La musica arriva, come un treno, non c’era ancora il comitato dei cagacazzi sansiresi.

Ricordo l’attacco di batteria di working che rimbombava nel mio plesso solare, cosa mai più provata in nessun altra occasione, i cori sul finale di glory days, lo stadio che cantava the river e la scivolata sulle ginocchia più famosa della storia del rock, mentre si spengono le ultime luci del giorno.

Si ricomincia e…

Parte l’angolino martella molella, luci viola dal palco, echi..cavermi…cavermi….

Si accendono pure gli schermi.

Il primo particolare che si nota è l’eleganza di Bigman, ora vestito da bandiera italiana. Pantaloni rossi, camicia bianca cappellino e polsini verdi.

Dopo la ragazza di dancin’, si chiude la balera e inizia la musica seria, macchese accende la caddy nella miliano night, il sombrero di Nils con scritto su Hoboken, Bruce inizia a chiamare i cori e tutto lo stadio esegue, arrivano pure Terry e Rosie per fuggire nella calda serata di inizio estate.


E poi …

I would like to take a moment and thanks everyone for coming down here in miliano…”

Wise man say….

Arriva la mazzata che non ti aspetti, Can’t help falling in love con solo roy al piano, ziopelledoca, e dopo tutto questo tempo la pelle d’oca continua a tornare.


E via, verso il primo set di bis

Born to run per tutti, Bobby jean per gli assenti.

“Good now we begun”

e inizia la vera devastazione, non tanto per varietà quanto per intensità, twist and shout/ do you love me dura quando un brano prog corto, ma senza ippogrifi. Ad un certo punto, mentre stanno eseguendo il passaggio verso Do you love me? parte un coro spontaneo, è l’istante in cui si accende la scintilla, abbiamo fatto la storia.

Quando Bruce chiede a tutto san siro do you love me? Non è nè per scherzo nè per finzione scenica ma è l’unica cosa che conta in quel momento.


Niente sarà più come prima.

Finisce twist, finisce il concerto.

Tutti schierati per il saluto finale, e no, barboni tornate al lavoro, si suona pure rocking all over the world

Game set, match.

Io ritornerà ancora


Eccome se tornerai. Si, svariate volte, da solo, con gli zozzoni, con la e-street, ma prima che tu rimetta piede a sansiro, dovranno passare 18 anni

Una vita.

Hard times come hard times go (cit.)



E’ cambiato tutto.

Lo stadio si è alzato, Italia 90 gli ha regalato un terzo anello.

Il palco si è spostato sotto la tribuna arancio

E’ arrivata internet, ci sono le mailing lists, le reunion di Reggello, i blabbrada, addirittura il pit.

I primi cento di ogni cancello, avranno il braccialetto per accedervi.

Giusto per aumentare l’attesa dell’evento, è l’ultima data del tour europeo,

siamo nell’estate più calda da anni, non c’è una nuvola da settimane.

Almeno fino alla notte prima del concerto.

Arrivando alla mattina presto, si vedono strani avvenimenti, gente sfatta da una notte tra le zanzare ed il primo temporale da tempo, che si lava i denti sopra un tombino, altri che arrivano in bicicletta per conquistare il posto in coda.

L’attesa è una festa, vedi gente, fai cose, chi è fuori dai 100 prediletti vaga tra le code a cercare i conoscenti.

Il soundcheck di follow that dream ci svela una delle soprese della serata.

L’afa aumenta, finalmente si entra nel prato, camminando senza nessuna pressione, come cambiano i tempi.

Chi è entrato tra i primi, io quella volta rimasi fuori, ricorda una lotta epica con la security per entrare all’interno delle transenne del pit, giusto per ricordare i tempi passati.

Partono le note di c’era un volta il west di Morricone, la band sale sul palco e inizia The promised land.

Si ricomincia. La scaletta e’ quella classica del rising tour, almeno inizialmente.

There is a dark cloud rising

Si iniziano a vedere dei lampi in lontananza, e durante the River arrivano i primi goccioloni.

Tempo 3 millisecondi e sembra di essere finiti sotto le cascate del Niagara.

Il diluvio universale non è nulla

C’è chi fugge al riparo e chi avanza verso il palco per rimpiazzare chi cede. I casi della vita.

Durante sunny day, la pioggia è ancora più copiosa

Ci becchiamo pure l’unica canzone che vorrei sempre solo ascoltare su bootleg, Who’ll stop the rain, ma l’esorcismo non riesce,

piove,

piove,

continua a piovere ma Growin’up scalda il cuore dei vecchi fanz, (anche di quelli nuovi, ma a noi di più). Growin’up, in tempi non sospetti, veniva rallentata e dilatata con una storia, potevano essere degli ufo, Dio in persona barba e batteria comprese, vecchie zingare, orsi ballerini, che consegnavano a Bruce il segreto dell’universo.

Questa volta, growin up rallenta, brus prende il microfono e ricorda, in italiano, il 1985 e i mille fanz pazzi molto pazzi….

bang, un altro passo che ci porta fuori dalla storia per entrare nella leggenda (cit.)

Chissenefotte della pioggia abbiamo appena trovato le chiavi dell’universo.



il concerto poteva anche terminare qui e invece no,

continua eccome se continua, nel sapiente mix di pezzi vecchi e nuovi. Niente scaletta pazza questa sera.

Arriviamo felici ai bis, Bruce, si mette al piano, per suonare My city of ruin.

Ovviamente troppi normaloidi per ascoltarla in religioso silenzio.

Ma abbastanza per esplodere nel primo come on rise up. La faccia di brus vista nel megaschermo vale da sola il prezzo del biglietto.

E alla fine ritorna a casa pure la nostra amica Rosie.

“ci vediamo ancora”

Per fortuna passano meno anni, solo 5.



Sempre fine giugno, sempre caldo, il pit è un istituzione, anche se ogni volta, diventa sempre più complicato arrivarci, ogni anno, il numero di chi si presenta ad orari improbabili davanti alla location (si, ce l’ho fatta, sono riuscito a scrivere una frase contenente location, anzi 2 di fila) aumenta in maniera esponenziale.

Oramai l’accesso è routine, arrivi presto, ti accodi per il pit, prendi il braccialetto, quest’anno in una sciccosa plastica rosa, e poi cazzeggi fino a quando non decidi di entrare.

Più il tempo passa, più brus diventa pigro, siamo passati dai 5 minuti di anticipo alla classica mezz’ora di ritardo.

Poi finalmente le note di The Daring Young Man on the Flying Trapeze introducono la band. Max, parte secco, ma secco e via con Summertime Blues, manco fossimo all’Agora 30 anni prima. Zio macchina del tempo.

Bruce inizia il miglior concerto a san siro, non ha l’aura mitica dell’85 ne il diluvio universale del 2003, dovremmo essere nel magic tour, almeno il calendario dice questo, ma in realtà ci becchiamo un concerto in puro darkness style.

Tirato, secco

senza fronzoli

senza sunny day,

Un concerto a Milano senza sunny day, ha già 10 punti di figosità (cit.) di vantaggio su qualunque altro.

Esiste una canzone, che vorresti sempre ascoltare ad un concerto di Brus, per qualcuno è Jungleland, per altri è Thunder Road, per qualcun altro è Pony boy, e questo vorrei conoscerlo, per me questa canzone è Racing in the streets.

in 23 anni di concerti, non ero mai riuscito ad ascoltarla, nel 2005 l’aveva pure fatta in Italia.

Nell’unico concerto in cui non ero presente.

Nel momento in cui pronunciando “Finally” alza il cartellone con su scritto Racin’….il cerchio si chiude.

Sono 10 minuti che durano un ora.



Il duetto con Steve durante long walk home, i’m on fire seduto su una sedia sulla passerella, il solo devastante di nils in because the night. Hungry heart che parte acustica prima del tripudio cantereccio, None but the brave e basta il titolo.

Ogni canzone è un highlight.

8 bis, sforamento del coprifuoco di 20 minuti, con grande gioia di Trotta che vince una denunzia da parte dei cagacazzi di quartiere.

Dopo il 25 giugno 2008, non ho mai più detto che il miglior concerto di Springsteen sarebbe stato il prossimo.

Siete stenchi?

Su dai che ce la facciamo, manca poco.



Altri quattro anni, e siamo di nuovo davanti alle porte di San Siro.

Più o meno un anno fa (ho iniziato a digitare questa mostruosità ‘il 6/6) ci ritroviamo ancora davanti a questo ammasso di cemento armato.

Oltre al pit, il buon promoter italiano, ha importato dagli usa pure la lotteria, nella speranza che scoraggi i campeggiatori a presentarsi 12 mesi prima, con appelli ogni 4 ore per avere il numero 1.

Apriti cielo!

I teorici del non può esserci transenna senza soffrire le pene dell’inferno sono sconvolti, anche se all’estero accettano le regole senza dire una parola.

Parentesi, l’unica lottery statunitense a cui ho partecipato era l’anno scorso al Metlife era uguale, braccialetto ai primi 1000 arrivati e quindi estrazione per il numero.

Meglio tornare in tema.

l’unico risultato della lotteria all’italiana è aver anticipato l’orario di arrivo davanti allo stadio delle persone.

Se nel 2008 arrivando alle 9 prendevi il braccialetto, a questo giro, gli ultimi che lo hanno preso sono quelli arrivati verso 8, e giusto per chiudere l’argomento, nel 2013, nonostante l’organizzazione avesse aumentato il numero dei braccialetti distribuiti, se sei arrivato dopo le 6 e 45, sei finito nella coda normale a sperare che sant’ambrous ti faccia l’indulgenza plenaria.

Robb de matt. Lasciamo perdere,

non consideriamo le ore di tedio passate prima nelle code al cancello 15, e poi nel pit, dato che il santo ha dato l’indulgenza, e l’area si è riempita a dismisura già 5 ore prima dell’inizio.

E il concerto?

Dai il concerto?

In inglese la parola migliore per definirlo è disappointing

Ma come? Uno dei concerti più lunghi della carriera del brus, 10 bis, the promise al piano, di che ti lamenti?

Una doverosa premessa.

Ai concerti, vado per divertirmi, sempre.

Non mi porto il cilicio, e le puntine su cui inginocchiarmi.

A quella sera milanese ero arrivato sdraiato dai casini e ogni canzone che ascoltavo mi toglieva un pezzo dell’orango dalle spalle,

ma

ma

ma quello non era il concerto di Springsteen al quale ero abituato, e questa sensazione l’abbiamo avuta in tanti, forse troppi.

Lo sappiamo, Bruce legge il pubblico e adatta quello che fa sul palco alle reazioni della gente, a Milano ha chiamato una serie di audibles che manco Peyton Manning chiama in una partita (ok per quelli che non masticano di football americano, Peytone è un quarterback, famoso per adattare il suo attacco alle difese avversarie modificando gli schemi d’attacco a squadre schierate con istruzioni a voce chiamate audibles)

Risultato, la set list è stata una sequenza di classiconi riempipista senza nessun filo loggico ‘mportante(cit.)

Anzi il filo logico era far cantare gli spalti di san siro.

Alla fine un concerto ogni tanto è solo un concerto.

Ma come? Sansiro always primo?

Non per questa data.

Basta, caliamo un velo pietroso e proseguiamo.




Ci ritroviamo a lunedì scorso, levataccia, parcheggio tattico con gratta e parcheggia annesso, coda apocalittica sotto la curva nord.

Deja vu all over again (cit.)

Tra una gestione oculata dei flussi verso il braccialetto (si legge becco la corsia giusta e sorpasso almeno 100 persone in una curva del serpentone) e un’estrazione abbastanza favorevole, solo 330 persone davanti, mi ritrovo con un’ottima posizione di partenza per questo nuovo viaggio

Le solite 7 ore da far passare, per fortuna i vicini di casa sono persone simpatiche.

Alle 5, ci fanno lo scherzone,

esce il cameraman,

esce la camerawoman,

si accendono gli schermi….

Tutti in piedi, a momenti mi asfalto un ambulante che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato.

E poi un cazzo, falso allarme.

Tutti amabilmente compressi, tanto fa freschetto e mancano solo due ore e mezza all’inizio del ritardo.

Apro una parentesi sulle previsioni meteo, ai simpatici meteurologi del meteo.it potrebbe venire un cagaccio? Annunciano pioggia, nubi, in quella che si rivelerà la prima giornata di tarda primavera. La piantassero con sta cazzo di mania di dare sempre la previsione peggiore, anche se ha lo 0,0002% di avverarsi.

End of public service announcement.

Finalmente la si va ad iniziare.

Il solito Morricone per salire sul palco, e arriva la coreografia, ammetto mi sono sbagleujfsdfj, quando pensavo che fosse una cagata, complimenti a chi si è fatto il culo per realizzarla. Basta che adesso non diventi tradizione come l’angolo dello zecchino d’oro.

Quando i musici si riprendono parte il concerto.

La prima canzone è inquietante.

Land of hopes and dreams, si quella che se va bene arriva alla fine del set regolare, o nei bis.

Opener. OUCH. This one hurts.

E via come se fossero I bis, una canzone dietro l’altra, senza respiro, raccoglie i cartelloni, e ci compone una sequenza da infarto, American land, recuperata fresca fresca dai bis, long tall sally e loose ends.

Ok, inizia con i bis, tanto poi quelli reali saranno i soliti noti. Questa sera si dimentica pure di we take care, e crazy janey rimane a casa, niente gita al greasy lake per lei.

Arrivano Atlantic City e River, con tanto di ripresa finale del coro del pubblico.

La scaletta pazza!!!

Un flashback, in circa 16500 battute non ne ho fatto nemmeno uno, e non va per niente bene.

Torniamo un attimo a Stoccolma, al primo concerto, quando ha introdotto l’esecuzione completa di born to run, come omaggio ad una delle prime città europee dove ha suonato, (21/11/75 per gli statistici).

Io e tanti altri, abbiamo pensato “ A Milano farà born in the usa”.

Detto detto, fatto fatto.

La mia prima previsione su un concerto di Bruce esatta.

Vista la partenza sparata, e la presenza di tutto bitusa, che detto per inciso avrebbe compiuto 29 anni il giorno dopo, la set list non può che essere ye-ye (nonostante tutto quello che raccontano quelle canzoni, veterani disoccupati, abbandoni, fallimenti, desideri non realizzati, fabbriche che chiudono)

Come ho già detto, ai concerti si va innanzitutto per divertirsi, divertiamoci e fuck the world.

Riscopro Cover me, con un solo devastante di Nils, e metto nell’album delle figurine pure going down.

Dopo un altro graditissimo ritorno, My hometown, inizia l’angolo hulk hogan, ovvero le canzoni che non potranno mai essere sconfitte, quelle che noi minoranza transumante vorremmo dimenticate, e che il pubblico normale accoglie con gioia.

Il set regolare si chiude con Hungry heart (sic.) First time ever.

Giacomino arriva con il tamburo a tracolla. Questo significa solo una cosa il ritorno di we are alive, la introduce richiamando l’immagine dei fantasmi del passato che ci parlano. E poi attacca this land is your land…

Zioudygatri. Qualcuno piu’ bravo di me, magari riuscirà a dare un senso a questo accostamento io me lo godo e basta

Born to run e 10th avenue sembrano portare il concerto verso la solita chiusura.

Non è Milano senza twist and shout, oramai lo sappiamo. Quello che nessun altro sa è che nei bis ci finisce pure Shout.

Un toga party da 60000 persone, vedere, tutto il prato che si abbassa su little bit softer fa ritornare i brividi.

Saluti finali

Finito.

No

Kevin porta un reggi armonica e un acustica a Bruce, che attacca Thunder road acustica, invitando tutto il pubblico a cantare con lui.

Immagini che sfumano, titoli di coda, commozione finale.



The future is unwritten









venerdì 14 giugno 2013

Down in gobbaland (Bruce Springsteen - Torino, 11 giugno 1988)

Dal nostro inviato Big Cat
 

Non facciamo tempo a celebrare un evento, che ne arriva un altro, venticinque anni da Torino 88, per tanti il primo contatto, per altri il secondo concerto, per altri ancora uno dei tanti motivi per sperare che il Dr Emmett Brown completi i suoi studi e metta a disposizione la sua DeLorean. 
Dove ero venticinque anni fa? Semplice Passavo il tempo tra le ridenti aule del Politennico di Torino. Tra un corso ed un esame è stato semplice procacciarsi i biglietti per il concerto, in uno dei tanti pellegrinaggi da Rock e Folk. 
Il primo problema è la data che leggo sul biglietto. Domenica 12 giugno? Ma come il concerto non si terrà il giorno prima? Ancora oggi non so se il promoter italiano si sia inventato una seconda data al comunale di Torino, senza avere il permesso del management di Brus, delle autorità costituite o di entrambi. Il problema si risolve nel più puro italian style. 
Chi ha il biglietto del 12 entra in ogni caso l’11. Bene, forse. Siamo ancora nei ruggenti anni 80, l’accesso allo stadio è selvaggio, solo i più forti sopravvivono. Ci porterei lo nano a gestire uno di questi simpatici accessi a sardina inscatolata. 
Per semplificare le cose, prima della compressione c’è un serpentone di transenne che porta all’ingresso, vero e proprio. Come è tradizione per le partite casalingue della gobba, scavalchiamo le transenne, e tagliamo un pezzo del serpentone. Ci fanno pure rientrare nella coda. Ah i bei tempi passati. 
Sopravvissuti alla compressione finale, entriamo nel prato, tranquilli e paciarotti e ci piazziamo al confine tra la zona di guerra ed il mixer. Un caso fortuito. 
Qualche genialoide della security, chiude l’accesso al prato causando un delirio senza precedenti, per fortuna che il dio degli accessi ai concerti vigilia e nessuno resta seriamente offeso. 
Ovviamente prima di chiudere il prato, fanno entrare quell’enorme coglione di Gabriele “i fans di bruce che fanno migliaia di chilometri per un concerto sono come le ragazzine urlanti che vanno sotto l’albergo dei durani o degli spandazzi a Sanremo “ Ansaloni ad intervistare gli astanti. E chi è Gabriele Ansaloni? E’ Red Ronnie, che nello speciale seguente a sansiro 85 aveva fatto l’ardito paragone. Per sua fortuna, non trova nessuno che gli da una compilation di schiaffazzi (cit), rimedia solo qualche insulto. 
Il sole alto, davanti a noi la guerra per la tranzenna prosegue. Non ci resta che aspettare. Approfitto dell’attesa per piazzare la solita digressione. Sappiatelo. 
Il successo planetario, il live quintuplo che lo ha mandato al numero uno, la leggenda di best rock act ever, ottengono l’effetto opposto su brus, dopotutto era la stessa persona che strappava i sui manifesti pubblicitari nel 1975. E come fare per incasinare le cose? Pubblichi un album crepuscolare sulle difficolta dei rapporti umani. It’s easy for two people losing each other in this tunnel of love. nessuna canzone costruita per essere un singolo riempipista. Basta questo? Naaaaa Prepari il tour, aggiungendo i fiati, e scambiando tutte le posizioni sul palco. Sembra una cazzata, ma 15 anni di tour insieme, sempre nelle stesse posizioni, avevano fatto nascere degli automatismi tra i musici che saltano e quindi casini sul palco errori ed omissioni assortite. Basta cosi? Naaaaaa. Riscrivi la setlist, elimini praticamente tutti i cavalli di battaglia precedenti all’84, a parte Hungry Heart, Born to Run la fai acustica, confini Rosalita a sporadiche apparizioni, Fai lo stesso show, con minime variazioni, per tutte le date usa. Ecco il menu è servito e la digressione terminata, tanto avrei dovuto aspettare 5 ore per riprendere il racconto. 
Anche a questo giro, Mamone si presenta sul palco, con la stessa maietta a strissie, a dare prova di come si calmano le folle indemoniate. Nessun risultato, come 3 anni prima. 
Roy inizia a ripetere uno strano riff di tastiere che ricorda quello di un luna park Entra il bigliettaio. A poco a poco entrano gli estreeter che prendono il biglietto e si aggiungono alle tastiere di roy… Entra la patta, con i palloncini… Entra brus, con giacca fucksia (sic) e si parte. 
Gia’ alla seconda canzone gia’ ti spiazza, arriva con la violenza di un treno lanciato la cover di Boom Boom.Ouch. 
Il treno rallenta un filo con la chiacchierata al parco pre All that heaven e il piccolo bambino di bigman, con il suo piccolo sasso-fono. E poi via…senza pause, tirando all’inverosimile. Seeds, la citazione di gimme sherlter in cover me, l’intro di piano di spare parts, piccolo capolavoro dimenticato, war e born in the usa a chiudere il primo set. 
25 anni fa suonava 2 set + i bis, ora suona per lo stesso tempo senza interruzioni, come cazpita fa? Siamo nell’intervallo, abbiamo mezzora da far passare, mentre riprendiamo fiato possiamo permetterci di aprire una parentesi e spantegare un po’ di spocchia. C’e’ qualcosa che non funziona nel primo set. Lasciamo perdere che tra seeds, war e bitusa forse ce ne una di troppo, sono anche fuori tema. Fai tutto il concerto con canzoni che parlano di relazioni, e poi ci schianti tre canzioni”politiche”. Boh, contento tu.
Riprendiamo il concerto, e estrai il bigino del rock, appare il jungle beat di she’s the one, il rockabilly di you can look, tornata simile alle prime outtakes di the river, il soul di i’m a coward when it cames to ammmore; appena finisce, visto che avevi appena dichiarato di avere due facce, ci porti nei luoghi oscuri di i’m on fire, one step up e because the night. 
Dopo backstreets, inizia la grande festa finale, light of the day ci dimostra un'altra volta la follia , tra tutte le canzoni che hai chiudi il concerto con un inedito regalato a joan jett, e che brano è! 
La born to run acustica diventa un sussurro di speranza , have love will travel ci schianta e la twist and shout finale chiude definitivamente la partita. E’ bello scrivere del passato,  sai gia’ cosa succedera’ dopo. Un mese dopo annuncia la sua partecipazione all’amnesty tour, ma il promoter e il mio docente di complementi di matematica non si accordano per una data comoda e mi tocca rinunciare al concerto. 4 anni dopo, nel settimo anniversario di sansiro, brus tornera’ ma senza e-street Per rivedere la estreet ci vorranno 3964 giorni. Tanto siamo pazienti.