mercoledì 3 luglio 2013

Le Avventure di Compare Cubeddu e lo stupro meritato





Una delle cose più belle di vivere in liguria è poter leggere il secolo decimonono.
No, davvero, per uno come me, leggere il secolo è una iniezione di autostima fantastica, del tipo, se certa gente scrive allora posso farlo anche io!!!

Avevo già scritto in passato delle marchettone fatte ad assessori vari, anche in situazioni francamente imbarazzanti, tipo assessori con figli pedofili come il povero stefano.

La mia idea del secolo è che non sia utile nemmeno per pulire i vetri, li lascerebbe sporchi. Forse per fasciare le uova va bene, ma c'è il rischio che l'uovo sodo non resti buono.

Arriva l'estate e sotto l'ombrellone la gente di liguria si aspetta anche rubriche spensierate, certo.


Ecco dunque che da lunedì si è aperta una entusiasmante nuova rubrica "Cubeddu 01" dal nome del brillantissimo giornalista Marco Cubeddu (e dal numero dei suoi neuroni, temo).

Esordio alla grandissima, titolo della prima puntata di questa avvincente rubrica:  Ragazze in shorts, vi siete viste?

Dai, una sferzata al dilagare del malcostume, una bastonata al cattivo gusto, una risata che seppellisca le mode frivole di cinguettanti ragazze o ex ragazze in cerca di avventure, che spasso!!!

Andiamo alla lettura:

Qualche settimana fa ero a Roma, per lavoro. Trascorrevo la pausa pranzo a Villa Borghese, sdraiato su una panchina. Quando, a un certo punto, sono stato travolto da una nube di “quartine” in shorts. Con “quartine”, a Roma, si intendono quelle di quarta ginnasio, cioè quattordicenni. Era appena finita la scuola. E le strade si sono riempite di ragazzine di 2a e 3a media. Non solo in shorts, ma anche in “minishorts” (il jeans arrivava molto più in alto della fine dei glutei). Alcune si toglievano le magliette e restavano in reggiseno. Altre, con le magliette bagnate per i gavettoni, il reggiseno non lo indossavano. Qualche giorno fa ero in Sardegna, in giro per paesi molto piccoli. Anche lì, ragazzine, giovanissime, con una parte consistente di chiappe in vista. Sono rientrato a Genova, per una rimpatriata con la mia classe delle medie. Non vedevo i miei compagni e le mie compagne da più di 10 anni. Siamo andati a bere qualcosa nei vicoli. Straripavano di minishorts. Ho chiesto alle mie compagne (non esattamente bigotte): da donne, erano perplesse. Secondo una di loro “non possono lamentarsi se poi le stuprano”. Ovviamente, non esiste e non deve esistere nessuna giustificazione o attenuante per azioni tanto barbare.

Alt, alt, ferma, time out, alt, aaalt!!!!
Cosa????? “non possono lamentarsi se poi le stuprano”??????
MASTIAMOSCHERZANDO????????????

Tra l'altro, mossa davvero vigliacca, questo messaggio allucinante è delegato alla presunta voce di una donna, non esattamente bigotta eh, sia chiaro. Troppo facile aggiungere DOPO la frase di rito sulla mancanza di giustificazioni caro cabeddu, troppo facile, hai tirato il sasso, anzi lo hai fatto tirare ad una donna volendo intendere che se detto da una donna tale abominio è più credibile. Che schifo.

L'articolo ovviamente va avanti, con una sfilza di banalità trite e ritrite vetero maschiliste, di quelle dette col sorrisino beota di chi allude, sottointende, ammicca.

La violenza sulle donne è disgustosa. (anche con gli shorts o no?) Anche se, personalmente, penso che femminicidio sia una parola idiota. (ad occhio sul discorso IDIOTA ti riconosco una certa competenza, lo ammetto). Ogni omicidio è un omicidio. (fabio volo docet). E dovremmo condannarlo senza ricorrere a ridicole discriminazioni di genere. Inoltre, anche se impopolare, bisogna dirlo: spesso, le violenze domestiche nascono da situazioni in cui, donne con scarsa personalità, si legano a zotici della peggior risma. (povere coglione, ve le cercate le botte) (e quindi anche se non avete gli shorts, ve le meritate).

Proseguiamo signori, che non abbiamo ancora finito

Più che una questione di genere, mi sembra una questione di mancanza di strumenti culturali. (belìn ha parlato l'erede naturale di hemingway) E, pur prendendo le distanze da ogni inqualificabile molestia, la questione rimane (rimane eh, molestie inqualificabili MA): perché le ragazzine si vestono così da sgualdrine?  (S.G.U.A.L.D.R.I.N.E.) Nessuno dei miei amici si fidanzerebbe con una che si veste così. (certo, come no,  il signorino frequenta solo il club di caccia alla volpe di oxford)  E nessuna delle mie amiche si vestirebbe così. (In entrambi i casi, amici ed amiche, la domanda è: eh, quindi?) Non si tratta di moralismo.  (no, in effetti prima di definirti moralista mi sono venute in mente un po' di altre parole. Un bel po'). Personalmente, sono grato a questa moda.(pensa se ti stava sulle palle) È un piacere vedere tutte queste Daisy Duke (chi guardava “Hazard” non può aver dimenticato) girare per le città. (che citazione dotta Cabè, prossima volta toccherà ad Happy Days) (e comunque per quanto Daisy Duke abbia popolato spesso i miei sogni adolescenziali non ricordo di aver mai sentito nessuno augurarle un meritato stupro) 

Pronti? Arriva il gran finale:

Ma non capisco perché una ragazzina dovrebbe voler apparire in questo modo. Cosa pensano di ottenere? (ma l'idea che magari vogliano solo piacere non ti sfiora?)

Le donne, nel mondo, ancora orrendamente fallocratico, (beh per un cabeddu con un lavoro ci sono milioni di donne disoccupate a confermare questa tua frase, giusto) stanno accrescendo la loro influenza. Esistono differenze biologiche e di genere che esaltano entrambi i sessi e non sono in contrasto con il successo, la serietà e le capacità delle donne. (Gramellini in confronto è  Alessandro Manzoni)  Che, anche in Italia, acquisiscono, forse troppo lentamente, una maggiore affermazione sociale. (lentamente)

Oggi impazzano le campagne per la parità. Alte cariche dello Stato si sono indignate per le parole di Franco Battiato, volutamente travisate dai media: troie in parlamento.

Un giudizio politico impugnato da chi, forse, ha la coda di paglia. Non è con il sensazionalismo che cambieranno le cose. La fine delle discriminazioni passa per l’esito di battaglie di lungo periodo, fragili processi storici e fasi di transizione, che muovono da basi profonde. Il primo motore dell’emancipazione femminile, più che la montagna fumante di reggiseni bruciati in piazza, è stata la salarializzazione della Seconda Guerra Mondiale .

(satira politica e analisi storica, così della frase DELLA SUA AMICA magari non se ne parla più)

Ma, almeno parte del proprio destino, è data da scelte individuali. (tipo scrivere una rubrica sul secolo decimonono) (o comprarsi degli shorts)

Siamo così convinti che mettersi il velo sia prigione e i minishorts siano libertà? (ecco cosa mancava!!! L'ISLAM!!!!!)

Siamo convinti non esista una via di mezzo in cui milioni di donne si trovano perfettamente a loro agio? (ma perchè, c'è una legge che obbliga le ragazze a mettere gli shorts???)

Fin da giovani si può decidere chi si vuole diventare da grandi. Care quartine, a voi la scelta: life is short(s).

(e dopo aver vigliaccamente fatto passare il messaggio che VE LO MERITATE LO STUPRO EH, POI NON LAMENTATEVI!!! Ecco che il mitico si trasforma in Zio Marco, amico e confidente delle quartine.)

(sipario applausi)

Non vedo l'ora esca la nuova puntata!!!

Ah, se pensate che mi sia inventato tutto, o solo qualcosa, ecco l'articolone:

http://www.ilsecoloxix.it/p/cultura/2013/07/01/APvyOAsF-ragazze_siete_shorts.shtml

martedì 2 luglio 2013

Vent'anni fa, a vent'anni (U2, Pearl Jam e Capitan Buffa a Verona)



Vent'anni, mezza vita fa, più o meno.
Vent'anni esatti da quella giornata, quella fuga, quel viaggio.
Vent'anni esatti dal concerto degli U2 al bentegodi di verona, una calda, caldissima giornata di luglio.
Vent'anni fa, a vent'anni mica era così semplice prendere e partire.
Vent'anni fa a vent'anni, almeno io, non è che avessi tutta sta libertà.
C'era già stato assago, a maggio dell'anno prima, il concerto rinviato, la sampdoria a wembley, il concerto rifatto, l'albergaccio in zona politecnico.
Io e capitan buffa, all'epoca ostaggio di collegi oltranzisti, insieme a noi un manipolo di valorosi.
L'idea che quella fosse davvero una giornata da godersi appieno, liberi da esami e libri.
La sensazione che la mia vita stesse indirizzandosi verso una strada utile, dopo il fallimento universitario dell'anno prima, dopo un'estate incredibilmente positiva per esami sostenuti.
Il viaggio in treno verso verona, i gestacci di capitan buffa verso i collegi oltranzisti, lo stadio, il caldo, la fila, la gente.
Il palco, spaventoso anche col sole, anche spento.
Era tutto così nuovo, così diverso dai nostri giorni provinciali, ci immagino ad occhi spalancati, per vedere e sentire e assaporare tutto questo, come spugne.
I ragazzi davanti a noi che consumano una quantità di marijuana che heidi ci si faceva il materasso a casa del nonno.
Gli stessi che quando nello stadio risuonano le note di bob marley partono per l'iperuranio e vengono scopati fuori dalla security.
Quei due bauli sospetti che ad un certo punto vengono spalancati per far uscire due finti Bono ed Edge. Gli elettrodomestici giganti della ZOOver.
Gli An emotional fish, gli stessi che 2 anni prima avevamo visto a londra in apertura per i simple minds, diventati famosi perché la loro Celebrate era stata rifatta nientepopodimenoche da vasco rossi ed intitolata Gli spari sopra.


I Pearl Jam. Cioè, i pearl jam capite? In apertura per gli U2 cazzu cazzu.
Gli stessi pearl jam che avevo scoperto l'anno prima grazie a Even flow, Alive e alla canotta dei bulls di eddie, gli stessi di cui avevo consumato l'album d'esordio. I pearl jam belìn. 
 
Un set breve, carico, con loro che sembrano scomparire in quel palco enorme, che sembra vogliano stare più vicini possibile per non farsi inghiottire dalla scenografia. Un set con qualche pezzo nuovo, del loro secondo album (VS), in uscita a breve.
I pearl jam cazzo.



E poi l'inno alla gioia e quelle due ore in cui la commistione tra musica, immagini, messaggi raggiunse il suo apice completo.
Mai come in quel tour l'esperienza fu davvero totale, davvero a 360°.
Le contraddizioni dell'europa, il freddo della germania dell'est, le trabant appese in una macabra mostra espositiva, la pornografia televisiva.
I suoni, la loro musica, le scritte sugli schermi, tutto ancora più grande, ancora più forte, ancora più intenso e diretto del tour dell'anno prima. 


Bullet the blue sky che riesce ad andare oltre la versione del Joshua tree tour, il flower of fire che diventa una svastica e Bono che in italiano urla NON DEVE SUCCEDERE MAI PIÙ. 


In quel momento Bono aveva il mondo in mano, aveva il mondo che pendeva dalle sue labbra. In quel momento Bono esercitava su di me un'influenza CLAMOROSA. Quello che ho provato in quel momento, quell'esaltazione, quel furore, quella sensazione di poter scalare le montagne se solo lui me lo avesse chiesto è una sensazione che raramente ho più provato in seguito, che mai avevo provato in precedenza, che nessun politico mi ha mai nemmeno lontanamente fatto provare.
Se qualche anno prima Bono scriveva sui muri che il rock fermava il traffico, in quel momento non era mai stato così vero il fatto che il rock potesse davvero cambiare il mondo.
La chiusura con Elvis, I can't help falling in love with you, in coda a Love is blindness, cantata quasi a cappella, cantata, l'ultima strofa, in un falsetto meraviglioso, quei 2 secondi di silenzio alla fine della canzone, perché tutto lo stadio tratteneva il respiro, Bono che saluta dicendo che Elvis è ancora nel palazzo (al termine dei concerti di Elvis, per convincere i fans ad andarsene, lo speaker diceva che “non era più nel palazzo”).

Se ho rinunciato ad andare ancora a vedere gli U2 in concerto negli ultimi anni (dal 2001), oltre che per il dispiacere di sentire la voce di Bono rovinata dall'incuria, dai sigari e dalla presunzione di non aver bisogno di aiuto è anche perché non credo che riuscirei più a provare certe cose.
Ma a vent'anni, vent'anni fa, una vita davanti, idee nuove, studi nuovi, un futuro da inventarsi ma che iniziava a prendere forma, beh vent'anni fa in uno stadio io posso dire di aver vissuto una serata memorabile, che ha dato grinta alle mie scelte e cibo alla mia anima.






Zoo Station
The Fly
Even Better Than The Real Thing
Mysterious Ways / Love To Love You Baby (snippet)
One / Unchained Melody (snippet)
Until The End Of The World
New Year's Day
Dirty Old Town
Tryin' To Throw Your Arms Around The World
Angel Of Harlem / My Girl (snippet)
When Love Comes To Town
Satellite Of Love
Bad / Fool To Cry (snippet) / All I Want Is You (snippet)
Bullet The Blue Sky
Running To Stand Still
Where The Streets Have No Name
Pride (In The Name Of Love)
I Still Haven't Found What I'm Looking For
Stand By Me 

encore(s):
Desire / You Make Me Feel So Young (snippet)
Happy Birthday
Ultra Violet (Light My Way) / My Way (snippet)
With Or Without You / Shine Like Stars (snippet)
Love Is Blindness
Can't Help Falling In Love

Un bootleg al giorno - 2 luglio - Johnny Cash (MP3)


Johnny Cash
Shepherds Bush Empire
London, UK
2nd July 1994

Disc 1: 

01 - Folsom Prison Blues
02 - Get Rhythm
03 - Sunday Morning Coming Down
04 - Ring Of Fire
05 - I Walk The Line
06 - I Guess Things Happen That Way
07 - Gotta Do My Time
08 - I Still Miss Someone
09 - Ghost Riders In The Sky
10 - Let The Train Blow The Whistle
11 - Delia
12 - The Beast In Me
13 - You're The One I Need
14 - Bird On A Wire

Disc 2: 

01 - Redemption
02 - Big River
03 - Jackson
04 - If I Were A Carpenter
05 - It Ain't Me Babe
06 - Will The Circle Be Unbroken?
07 - Orange Blossom Special
08 - Tennessee Stud
09 - Bury Me Not
10 - San Quentin
11 - I Got Stripes
12 - Don't Take Your Guns To Town
13 - A Boy Named Sue
14 - The Next Time I'm In Town

potete scaricare gli mp3 cliccando qua

lunedì 1 luglio 2013

Un bootleg al giorno - 1 luglio - Cat Stevens (MP3)



Cat Stevens
July 1, 1971 
Civic Auditorium
Santa Monica, CA


01 Moonshadow 
02 Where do the children play? 
03 Wild world 
04 Fill my eyes 
05 Into white 
06 On the road to find out 
07 Miles from nowhere 
08 Tuesday dead 
09 Longer boats 
10 Portobello Road 
11 Hard Headed Woman 
12 Changes IV 
13 The wind 
14 Peace train 
15 Katmandu 
16 Father & Son
17 Sad Lisa


potete scaricare gli mp3 cliccando qua

Giugno, Springsteen, Milano, Italia

San Siro, 5 volte San Siro, ma non solo.
In una statistica che spero nessuno faccia mai, ma temo esista già, giugno è probabilmente il mese dove Bruce ha più spesso tenuto concerti in italia, vai a sapere il perchè. (E soprattutto: eh, e quindi?) 

Chiudiamo dunque il mese springsteeniano italiano (oddio oddio oddio M.S.I.), con un super resoconto del nostro inviato Big Cat, presente, tra gli altri, a tutti e 5 i concerti di Bruce a San Siro.

Rilassatevi, apritevi 3\4 birre, sgombrate la mente da immagini fallaci, non nel senso di oriana, di gente tipo vascooooovascoooooooo o ligaaaaaaaaaligaaaaaaaaa o jovaaaaajovaaaaaaaaaaa che cantano tra le torri del meazza.

San Siro + musica = Bruce Springsteen

Tò, proprio perchè, ci metterei lì un Bob Marley dai.

Ma poi basta.

Buona lettura, ne vale la pena.






Milano,

san siro.

5 volte,

5 concerti,

28 anni

Mettevi comodi. Questa volta la prendo lunga, dannatamente lunga.





Back in the beginning.

Lo stadio di san siro aveva un anello in meno, c’era un palacrollato di più.

La mia età anagrafica, non quella mentale, mi collocherebbe in pieno nella generazione born in the usa, purtroppo o per fortuna è sempre una questione di punti di vista, ero già rovinato da anni, tra l'influenza degli amici più grandi, quelli con  il px125, lo stereo (!) e delle cose strane che chiamavano con tono da carbonari "butleg", e la trasmissione durante mister fantasy dei quindici minuti di no nukes, il danno era stato fatto più o meno alla fine del 1981

Nell'84, ero già dentro, Bitusa comprato il giorno dell'uscita, vinili assortiti, bootlegs, il mittico libro della Cevoli "buttati dalla finestra e lascia che il vento scompigli i tuoi capelli" ma sto, come al solito divagando.

Quando il fido spacciatore di vinile, nella primavera del 1985, mi estrae davanti un blocchetto di biglietti, con su brus che salta davanti alla bandiera americana, tento un esame di coscienza, cerco di fermarmi, di ragionare ma dopo qualche microsecondo l’acquisto  è concluso.

Riesco a convincere i miei genitori che non ci potrà mai essere un Heysel ad un concerto, siamo tutti tifosi della stessa squadra, beata innocenza, soprattutto Roskilde sarebbe arrivato 15 anni dopo e nessuno dei miei sapeva nulla di Altamont 68 (effettivamente allora nemmeno io)

Mi aiuta anche il ministero della difesa, la visita di naja, distretto di Alessandria, è fissata per il 28 giugno 1985.

partenza la mattina, si arriva davanti allo stadio e, nessuna transenna, nessun appello, nessuna lista.

solo code selvagge, compressioni e assistenza del dio degli accessi allo stadio, il fratello sportivo del dio dei ciucchi.

ad un certo punto, arriva pure un celerino, alto un metro e 12 cm,  con tanto di armamentario antisommossa, zioquestore, e si mette a sbraitare di cariche, ma siamo sicuri che abbia capito che si sia parlando di un concerto?

Dopo una serie di spostamenti indipendenti dalla nostra volontà ci ritroviamo all'interno della cancellata dello stadio e dobbiamo solamente trovare una sistemazione all'interno.

decidiamo di rimanere insieme e la maggioranza decide per quello che ora si chiama il primo anello blu e che una volta era solamente la curva sud.

Mancano almeno parecchie ore al concerto e la gente in transenna che è già compressa. Ogni tanto il servizio d’ordine bagna con gli idranti le prime file, qualcuno collassa e viene estratto.

L’attesa dell’inizio del conzierto è sempre la stessa, possiamo saltarla e perderci in una digressione.

Parlare del passato è una bastardata, più il tempo passa e più le cose diventano belle, anche il billy alla mela (cit.) bevuto a quel concerto è diventato un sidro artigianale.

Indosso per un attimo i panni dello spocchioso, concerto infilato tra i concerti tedeschi e quelli francesi, un paese nuovo, nessuna confidenza con la lingua, si va di scaletta standard e pedalare verso Montpellier.

La verità come sempre dovrebbe essere nel mezzo.

E poi i miracoli succedono per caso.

Prima dell’inizio, per cercare di placare la bolgia infernale delle prime file, sale sul palco uno strano figuro, con una maglietta a strisce orizzontali banche e rosse che esce dice “ gli ho parlato e bruce e’ carico”

Si,si,si Mamone, hai proprio fatto la scelta migliore per cercare di calmare gli animi.

Alle 19:25, manco era iniziato il ritardo, risona il primo colpo di grancassa di born in the usa…lo stadio esplode.

E poi giusto per accelerare ancora badlands, out in the streets, con il sole che tramonta sullo stadio.

I megaschermi dell’epoca, potevano essere usati solo al buio, dal fondo si vedono delle figure piccole, piccole, ce ne è una appena più grossa, tutta vestita di bianco..

La musica arriva, come un treno, non c’era ancora il comitato dei cagacazzi sansiresi.

Ricordo l’attacco di batteria di working che rimbombava nel mio plesso solare, cosa mai più provata in nessun altra occasione, i cori sul finale di glory days, lo stadio che cantava the river e la scivolata sulle ginocchia più famosa della storia del rock, mentre si spengono le ultime luci del giorno.

Si ricomincia e…

Parte l’angolino martella molella, luci viola dal palco, echi..cavermi…cavermi….

Si accendono pure gli schermi.

Il primo particolare che si nota è l’eleganza di Bigman, ora vestito da bandiera italiana. Pantaloni rossi, camicia bianca cappellino e polsini verdi.

Dopo la ragazza di dancin’, si chiude la balera e inizia la musica seria, macchese accende la caddy nella miliano night, il sombrero di Nils con scritto su Hoboken, Bruce inizia a chiamare i cori e tutto lo stadio esegue, arrivano pure Terry e Rosie per fuggire nella calda serata di inizio estate.


E poi …

I would like to take a moment and thanks everyone for coming down here in miliano…”

Wise man say….

Arriva la mazzata che non ti aspetti, Can’t help falling in love con solo roy al piano, ziopelledoca, e dopo tutto questo tempo la pelle d’oca continua a tornare.


E via, verso il primo set di bis

Born to run per tutti, Bobby jean per gli assenti.

“Good now we begun”

e inizia la vera devastazione, non tanto per varietà quanto per intensità, twist and shout/ do you love me dura quando un brano prog corto, ma senza ippogrifi. Ad un certo punto, mentre stanno eseguendo il passaggio verso Do you love me? parte un coro spontaneo, è l’istante in cui si accende la scintilla, abbiamo fatto la storia.

Quando Bruce chiede a tutto san siro do you love me? Non è nè per scherzo nè per finzione scenica ma è l’unica cosa che conta in quel momento.


Niente sarà più come prima.

Finisce twist, finisce il concerto.

Tutti schierati per il saluto finale, e no, barboni tornate al lavoro, si suona pure rocking all over the world

Game set, match.

Io ritornerà ancora


Eccome se tornerai. Si, svariate volte, da solo, con gli zozzoni, con la e-street, ma prima che tu rimetta piede a sansiro, dovranno passare 18 anni

Una vita.

Hard times come hard times go (cit.)



E’ cambiato tutto.

Lo stadio si è alzato, Italia 90 gli ha regalato un terzo anello.

Il palco si è spostato sotto la tribuna arancio

E’ arrivata internet, ci sono le mailing lists, le reunion di Reggello, i blabbrada, addirittura il pit.

I primi cento di ogni cancello, avranno il braccialetto per accedervi.

Giusto per aumentare l’attesa dell’evento, è l’ultima data del tour europeo,

siamo nell’estate più calda da anni, non c’è una nuvola da settimane.

Almeno fino alla notte prima del concerto.

Arrivando alla mattina presto, si vedono strani avvenimenti, gente sfatta da una notte tra le zanzare ed il primo temporale da tempo, che si lava i denti sopra un tombino, altri che arrivano in bicicletta per conquistare il posto in coda.

L’attesa è una festa, vedi gente, fai cose, chi è fuori dai 100 prediletti vaga tra le code a cercare i conoscenti.

Il soundcheck di follow that dream ci svela una delle soprese della serata.

L’afa aumenta, finalmente si entra nel prato, camminando senza nessuna pressione, come cambiano i tempi.

Chi è entrato tra i primi, io quella volta rimasi fuori, ricorda una lotta epica con la security per entrare all’interno delle transenne del pit, giusto per ricordare i tempi passati.

Partono le note di c’era un volta il west di Morricone, la band sale sul palco e inizia The promised land.

Si ricomincia. La scaletta e’ quella classica del rising tour, almeno inizialmente.

There is a dark cloud rising

Si iniziano a vedere dei lampi in lontananza, e durante the River arrivano i primi goccioloni.

Tempo 3 millisecondi e sembra di essere finiti sotto le cascate del Niagara.

Il diluvio universale non è nulla

C’è chi fugge al riparo e chi avanza verso il palco per rimpiazzare chi cede. I casi della vita.

Durante sunny day, la pioggia è ancora più copiosa

Ci becchiamo pure l’unica canzone che vorrei sempre solo ascoltare su bootleg, Who’ll stop the rain, ma l’esorcismo non riesce,

piove,

piove,

continua a piovere ma Growin’up scalda il cuore dei vecchi fanz, (anche di quelli nuovi, ma a noi di più). Growin’up, in tempi non sospetti, veniva rallentata e dilatata con una storia, potevano essere degli ufo, Dio in persona barba e batteria comprese, vecchie zingare, orsi ballerini, che consegnavano a Bruce il segreto dell’universo.

Questa volta, growin up rallenta, brus prende il microfono e ricorda, in italiano, il 1985 e i mille fanz pazzi molto pazzi….

bang, un altro passo che ci porta fuori dalla storia per entrare nella leggenda (cit.)

Chissenefotte della pioggia abbiamo appena trovato le chiavi dell’universo.



il concerto poteva anche terminare qui e invece no,

continua eccome se continua, nel sapiente mix di pezzi vecchi e nuovi. Niente scaletta pazza questa sera.

Arriviamo felici ai bis, Bruce, si mette al piano, per suonare My city of ruin.

Ovviamente troppi normaloidi per ascoltarla in religioso silenzio.

Ma abbastanza per esplodere nel primo come on rise up. La faccia di brus vista nel megaschermo vale da sola il prezzo del biglietto.

E alla fine ritorna a casa pure la nostra amica Rosie.

“ci vediamo ancora”

Per fortuna passano meno anni, solo 5.



Sempre fine giugno, sempre caldo, il pit è un istituzione, anche se ogni volta, diventa sempre più complicato arrivarci, ogni anno, il numero di chi si presenta ad orari improbabili davanti alla location (si, ce l’ho fatta, sono riuscito a scrivere una frase contenente location, anzi 2 di fila) aumenta in maniera esponenziale.

Oramai l’accesso è routine, arrivi presto, ti accodi per il pit, prendi il braccialetto, quest’anno in una sciccosa plastica rosa, e poi cazzeggi fino a quando non decidi di entrare.

Più il tempo passa, più brus diventa pigro, siamo passati dai 5 minuti di anticipo alla classica mezz’ora di ritardo.

Poi finalmente le note di The Daring Young Man on the Flying Trapeze introducono la band. Max, parte secco, ma secco e via con Summertime Blues, manco fossimo all’Agora 30 anni prima. Zio macchina del tempo.

Bruce inizia il miglior concerto a san siro, non ha l’aura mitica dell’85 ne il diluvio universale del 2003, dovremmo essere nel magic tour, almeno il calendario dice questo, ma in realtà ci becchiamo un concerto in puro darkness style.

Tirato, secco

senza fronzoli

senza sunny day,

Un concerto a Milano senza sunny day, ha già 10 punti di figosità (cit.) di vantaggio su qualunque altro.

Esiste una canzone, che vorresti sempre ascoltare ad un concerto di Brus, per qualcuno è Jungleland, per altri è Thunder Road, per qualcun altro è Pony boy, e questo vorrei conoscerlo, per me questa canzone è Racing in the streets.

in 23 anni di concerti, non ero mai riuscito ad ascoltarla, nel 2005 l’aveva pure fatta in Italia.

Nell’unico concerto in cui non ero presente.

Nel momento in cui pronunciando “Finally” alza il cartellone con su scritto Racin’….il cerchio si chiude.

Sono 10 minuti che durano un ora.



Il duetto con Steve durante long walk home, i’m on fire seduto su una sedia sulla passerella, il solo devastante di nils in because the night. Hungry heart che parte acustica prima del tripudio cantereccio, None but the brave e basta il titolo.

Ogni canzone è un highlight.

8 bis, sforamento del coprifuoco di 20 minuti, con grande gioia di Trotta che vince una denunzia da parte dei cagacazzi di quartiere.

Dopo il 25 giugno 2008, non ho mai più detto che il miglior concerto di Springsteen sarebbe stato il prossimo.

Siete stenchi?

Su dai che ce la facciamo, manca poco.



Altri quattro anni, e siamo di nuovo davanti alle porte di San Siro.

Più o meno un anno fa (ho iniziato a digitare questa mostruosità ‘il 6/6) ci ritroviamo ancora davanti a questo ammasso di cemento armato.

Oltre al pit, il buon promoter italiano, ha importato dagli usa pure la lotteria, nella speranza che scoraggi i campeggiatori a presentarsi 12 mesi prima, con appelli ogni 4 ore per avere il numero 1.

Apriti cielo!

I teorici del non può esserci transenna senza soffrire le pene dell’inferno sono sconvolti, anche se all’estero accettano le regole senza dire una parola.

Parentesi, l’unica lottery statunitense a cui ho partecipato era l’anno scorso al Metlife era uguale, braccialetto ai primi 1000 arrivati e quindi estrazione per il numero.

Meglio tornare in tema.

l’unico risultato della lotteria all’italiana è aver anticipato l’orario di arrivo davanti allo stadio delle persone.

Se nel 2008 arrivando alle 9 prendevi il braccialetto, a questo giro, gli ultimi che lo hanno preso sono quelli arrivati verso 8, e giusto per chiudere l’argomento, nel 2013, nonostante l’organizzazione avesse aumentato il numero dei braccialetti distribuiti, se sei arrivato dopo le 6 e 45, sei finito nella coda normale a sperare che sant’ambrous ti faccia l’indulgenza plenaria.

Robb de matt. Lasciamo perdere,

non consideriamo le ore di tedio passate prima nelle code al cancello 15, e poi nel pit, dato che il santo ha dato l’indulgenza, e l’area si è riempita a dismisura già 5 ore prima dell’inizio.

E il concerto?

Dai il concerto?

In inglese la parola migliore per definirlo è disappointing

Ma come? Uno dei concerti più lunghi della carriera del brus, 10 bis, the promise al piano, di che ti lamenti?

Una doverosa premessa.

Ai concerti, vado per divertirmi, sempre.

Non mi porto il cilicio, e le puntine su cui inginocchiarmi.

A quella sera milanese ero arrivato sdraiato dai casini e ogni canzone che ascoltavo mi toglieva un pezzo dell’orango dalle spalle,

ma

ma

ma quello non era il concerto di Springsteen al quale ero abituato, e questa sensazione l’abbiamo avuta in tanti, forse troppi.

Lo sappiamo, Bruce legge il pubblico e adatta quello che fa sul palco alle reazioni della gente, a Milano ha chiamato una serie di audibles che manco Peyton Manning chiama in una partita (ok per quelli che non masticano di football americano, Peytone è un quarterback, famoso per adattare il suo attacco alle difese avversarie modificando gli schemi d’attacco a squadre schierate con istruzioni a voce chiamate audibles)

Risultato, la set list è stata una sequenza di classiconi riempipista senza nessun filo loggico ‘mportante(cit.)

Anzi il filo logico era far cantare gli spalti di san siro.

Alla fine un concerto ogni tanto è solo un concerto.

Ma come? Sansiro always primo?

Non per questa data.

Basta, caliamo un velo pietroso e proseguiamo.




Ci ritroviamo a lunedì scorso, levataccia, parcheggio tattico con gratta e parcheggia annesso, coda apocalittica sotto la curva nord.

Deja vu all over again (cit.)

Tra una gestione oculata dei flussi verso il braccialetto (si legge becco la corsia giusta e sorpasso almeno 100 persone in una curva del serpentone) e un’estrazione abbastanza favorevole, solo 330 persone davanti, mi ritrovo con un’ottima posizione di partenza per questo nuovo viaggio

Le solite 7 ore da far passare, per fortuna i vicini di casa sono persone simpatiche.

Alle 5, ci fanno lo scherzone,

esce il cameraman,

esce la camerawoman,

si accendono gli schermi….

Tutti in piedi, a momenti mi asfalto un ambulante che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato.

E poi un cazzo, falso allarme.

Tutti amabilmente compressi, tanto fa freschetto e mancano solo due ore e mezza all’inizio del ritardo.

Apro una parentesi sulle previsioni meteo, ai simpatici meteurologi del meteo.it potrebbe venire un cagaccio? Annunciano pioggia, nubi, in quella che si rivelerà la prima giornata di tarda primavera. La piantassero con sta cazzo di mania di dare sempre la previsione peggiore, anche se ha lo 0,0002% di avverarsi.

End of public service announcement.

Finalmente la si va ad iniziare.

Il solito Morricone per salire sul palco, e arriva la coreografia, ammetto mi sono sbagleujfsdfj, quando pensavo che fosse una cagata, complimenti a chi si è fatto il culo per realizzarla. Basta che adesso non diventi tradizione come l’angolo dello zecchino d’oro.

Quando i musici si riprendono parte il concerto.

La prima canzone è inquietante.

Land of hopes and dreams, si quella che se va bene arriva alla fine del set regolare, o nei bis.

Opener. OUCH. This one hurts.

E via come se fossero I bis, una canzone dietro l’altra, senza respiro, raccoglie i cartelloni, e ci compone una sequenza da infarto, American land, recuperata fresca fresca dai bis, long tall sally e loose ends.

Ok, inizia con i bis, tanto poi quelli reali saranno i soliti noti. Questa sera si dimentica pure di we take care, e crazy janey rimane a casa, niente gita al greasy lake per lei.

Arrivano Atlantic City e River, con tanto di ripresa finale del coro del pubblico.

La scaletta pazza!!!

Un flashback, in circa 16500 battute non ne ho fatto nemmeno uno, e non va per niente bene.

Torniamo un attimo a Stoccolma, al primo concerto, quando ha introdotto l’esecuzione completa di born to run, come omaggio ad una delle prime città europee dove ha suonato, (21/11/75 per gli statistici).

Io e tanti altri, abbiamo pensato “ A Milano farà born in the usa”.

Detto detto, fatto fatto.

La mia prima previsione su un concerto di Bruce esatta.

Vista la partenza sparata, e la presenza di tutto bitusa, che detto per inciso avrebbe compiuto 29 anni il giorno dopo, la set list non può che essere ye-ye (nonostante tutto quello che raccontano quelle canzoni, veterani disoccupati, abbandoni, fallimenti, desideri non realizzati, fabbriche che chiudono)

Come ho già detto, ai concerti si va innanzitutto per divertirsi, divertiamoci e fuck the world.

Riscopro Cover me, con un solo devastante di Nils, e metto nell’album delle figurine pure going down.

Dopo un altro graditissimo ritorno, My hometown, inizia l’angolo hulk hogan, ovvero le canzoni che non potranno mai essere sconfitte, quelle che noi minoranza transumante vorremmo dimenticate, e che il pubblico normale accoglie con gioia.

Il set regolare si chiude con Hungry heart (sic.) First time ever.

Giacomino arriva con il tamburo a tracolla. Questo significa solo una cosa il ritorno di we are alive, la introduce richiamando l’immagine dei fantasmi del passato che ci parlano. E poi attacca this land is your land…

Zioudygatri. Qualcuno piu’ bravo di me, magari riuscirà a dare un senso a questo accostamento io me lo godo e basta

Born to run e 10th avenue sembrano portare il concerto verso la solita chiusura.

Non è Milano senza twist and shout, oramai lo sappiamo. Quello che nessun altro sa è che nei bis ci finisce pure Shout.

Un toga party da 60000 persone, vedere, tutto il prato che si abbassa su little bit softer fa ritornare i brividi.

Saluti finali

Finito.

No

Kevin porta un reggi armonica e un acustica a Bruce, che attacca Thunder road acustica, invitando tutto il pubblico a cantare con lui.

Immagini che sfumano, titoli di coda, commozione finale.



The future is unwritten