lunedì 21 marzo 2011

introduzione





Nel mese di febbraio 1994 avevo appena iniziato il mio primo anno di tirocinio professionale come assistente sociale, presso un Servizio di Salute Mentale di Genova.
Mi ero recato presso l'ex ospedale psichiatrico di Genova Quarto, dove con cadenza mensile tutti gli assistenti sociali dei Servizi di Salute Mentale genovesi si riunivano per un incontro di coordinamento.
Non avevo ancora imparato uno dei cardini della professione, cioè che l'assistente sociale “arriva sempre in ritardo”, né ancora conoscevo bene la città, quindi ero arrivato con un certo anticipo e per ingannare l'attesa avevo cercato all'interno della struttura un bar per un caffè.
Ho trovato un bar gestito e frequentato praticamente solo da ex utenti dell'ex ospedale psichiatrico. Ho bevuto il mio caffè più rapidamente possibile e sono uscito, con negli occhi e nel cuore delle immagini che ancora adesso non mi hanno abbandonato. Si può essere morti pur vivendo? Si può guardare senza vedere? Si può rappresentare il vuoto dell'anima e del cuore? In quei 5 minuti passati in compagnia di quelle (ex?) persone ho trovato purtroppo le risposte a queste domande.
Persone abbandonate, svuotate, appoggiate su una sedia, ecco il mio impatto con gli utenti della Salute Mentale, ecco il “manicomio”, ecco uno spaccato del disagio che stavo studiando come affrontare, che avevo scelto come componente fondamentale della mia futura vita lavorativa.
Nessuna differenza tra chi stava da una parte o dall'altra del bancone, a parte la (minima) capacità di fare un (pessimo) caffè. Chissà, forse quella era la caratteristica che faceva del barista un qualcuno, qualcuno che spiccava tra gli altri compagni.

Al di là delle battute sull'arrivare in ritardo, quel giorno ho imparato due cose, che ancora oggi mi sforzo di avere sempre a mente, soprattutto al lavoro.
La prima è che comunque vada la mia vita, difficilmente e raramente avrò il diritto di lamentarmene, soprattutto per motivi futili e banali.
La seconda è che nessuna malattia, fisica, psichica o, perché no, sociale deve ridurre un uomo e la sua dignità in uno stato come quello degli avventori di quel “maledetto” bar.
La mia tesi, sia quella del 1996, sia quella odierna, forse ho iniziato a scriverla quel giorno.

Ottobre 2003, lavoro come assistente sociale in un Comune ligure e viene ricoverato in ospedale Johnny.
Johnny è quello che in passato era definito “il matto del paese”, persona con evidente ritardo mentale (ha 48 anni e ne dimostra 10), ma amata da tutti, da tutti aiutata e rispettata. Johnny viene da una vita di insulti, minacce e botte, che se non lo hanno ridotto così da sole, forse ne sono una delle principali concause.
L'ufficio servizi sociali è per Johnny la sua seconda casa, qui lavorano le due assistenti domiciliari che lo vanno a trovare ogni giorno, qui ci siamo io ed il mio collega a cui puntualmente ogni lunedì Johnny viene a raccontare il Gran Premio di Formula 1 del giorno prima.
Io e Johnny siamo andati insieme a comprare le scarpe da ginnastica, siamo andati insieme a comprare l'orologio nuovo, il televisore.
Io e Johnny, quando lo avevano dimesso dopo un breve ricovero, avevamo fatto il giro del paese suonando il clacson perché tutti sapessero che era tornato.
Johnny sta male e viene ricoverato; mentre aspettiamo l'ambulanza, sdraiato sul pavimento dove ha dormito tutta la notte perché non riusciva né ad alzarsi, né a chiedere aiuto, Johnny piange e mi tiene la mano (spesso penso a lui anche oggi come il figlio maschio che non ho ancora avuto).
Cerco di consolarlo e quando lo caricano sull'ambulanza lui, rasserenato, mi dice che si, ho ragione, tornerà a casa meglio di prima “perchè ormai ho una certa età e mi devo trovare una moglie ed un lavoro”.
Una moglie ed un lavoro. Per farsi forza, Johnny sognava queste due cose, una famiglia e qualcosa da fare durante il giorno.
Johnny, che purtroppo a casa non è più tornato, nella sua mente ingenua aveva comunque chiaro cosa voleva dire “essere adulti”. Il lavoro è “una cosa da grandi”, il lavoro ti rende adulto. E normale.

Nel mese di marzo 2009 sono a Torino per una serata con gli amici; un gruppo di loro suona le canzoni di Bruce Springsteen, in un circolo in centro.
Il Caffè Basaglia lo conosco così, grazie ai miei amici ed alla mia passione per la musica.
Ma il Basaglia, scopro quella sera, è molto di più. Circolo ARCI, nato e coordinato da uno psichiatra, gestito unicamente da suoi ex pazienti.
Così tra una birra ed una canzone li vedo all'opera, camerieri, baristi, cuochi.

E subito penso al bar di Genova Quarto, dove aleggiava la morte se non del corpo, sicuramente dell'anima; mentre qui il barista oltre a fare un caffè migliore, ha stampata in fronte la gioia di essere lì in quel preciso momento a fare (bene) quelle precise cose.
Mentre uno dei camerieri mi confessa in segreto di essere il figlio di Al Bano e che uno dei cuochi in realtà è Osama Bin Laden, penso a Johnny, alla sua voglia di essere in mezzo alla gente, di parlare, raccontare, scherzare, giocare.

Sono di nuovo iscritto all'università da pochi mesi, non ho ancora sostenuto esami, ma quella sera al Basaglia capisco quale sarà, di nuovo, l'argomento della mia prova finale, quella che avevo in un certo modo iniziato a scrivere al bar di Genova Quarto.

Come mai è così importante lavorare? Certo, senza soldi non si va vanti, ma davvero è solo questo il motivo?
Molto spesso parlo del mio lavoro sotto due punti di vista.
Il primo è il fatto lampante, che io sono un dipendente pubblico, il che mi porta ad essere oggetto di battute e luoghi comuni sul fare poco e niente, sull'aspettare il 27 del mese.
Però spesso sottolineo l'aspetto “morale” del mio lavoro e la fortuna che ho nello svolgerlo. Fortuna, e non merito, perché grazie al mio lavoro, alle situazioni che mi fa affrontare, alle persone che mi fa conoscere, mi ricorda sempre quanto io sia comunque un privilegiato e mi aiuta a capire quali siano le cose davvero importanti nella vita.
Ma è così per tutti?
Spesso, quando il lavoro mi pesa, quando la giornata sembra non finire mai, cerco di ricordare almeno un paio degli episodi che ho raccontato sopra, per capire realmente chi sono e quanta fatica sto facendo.
Il lavoro di per sé è comunque uno status.
Tu sei in quanto lavori.
Tu sei in quanto fai.
Tu sei in quanto produci (e spesso quanto più HAI quanto meno SEI).
Se queste regole sono valide per tutti, a maggior ragione lo sono per chi deve lottare per guadagnarsi quantomeno lo status di “normale”, male che vada di “solo un po' strano”.
Se queste regole sono vere, per i pazienti psichiatrici valgono molto di più, perché il lavoro è uno strumento con il quale cambiare la propria condizione, con il quale cambiare il modo in cui si appare agli altri, il loro status, spesso addirittura la loro vita.
L'aspetto economico forse ha un ruolo limitato in questo discorso, forse assume importanza solo ad fase del percorso riabilitativo più avanzata; fatto sta che il lavoro è una “patente” che ci permette di entrare in posti ed in situazioni magari sempre soltanto immaginati.
Così come anni fa c'era il mito del “posto fisso”, ora è forte la suggestione dell'indipendenza, soprattutto economica.
Tale suggestione non può non riflettersi su ogni fascia di popolazione, anche le più deboli, anche le più bisognose di protezione.
Al giorno d'oggi, tanto è forte il mito del lavoro, quanto lo è la crisi che attanaglia il suo mondo.
L'immobilismo in cui sembra versare in modo irreversibile il nostro paese rende una sfida difficilissima l'ottenimento di un lavoro che renda davvero autonomi e che, parlando da un punto di vista “professionale”, metta in grado la persona di autodeterminarsi.
Così, lo stesso concetto di “fasce protette”, sotto la cui ala si riparavano molte categorie, tra cui i pazienti psichiatrici, sta perdendo non solo importanza, ma urgenza, significato e priorità.
In un mondo che non assicura un lavoro a chi compie percorsi scolastici a volte decennali, come si possono tutelare le fasce protette? Che spazi, che mansioni possono essere dedicate a loro, senza sottrarle ad altri, magari più titolati?
All'interno della drammatica partita che generazioni intere stanno giocando per ritagliarsi un ruolo lavorativo, si corre il rischio di considerare automaticamente “in panchina” chi non è in grado di fare da solo.
L'importanza della riabilitazione spinge dunque a chiedersi se e quanto il lavoro sia utile, specie alle attuali condizioni.
Nella mia prova finale ho voluto affrontare questi temi, con lo sguardo privilegiato di chi cerca di occuparsene, insieme ai servizi specialistici.
Alternerò quindi l'imprescindibile teoria, alla pratica con cui io ed alcuni colleghi, che con estrema gentilezza si sono resi disponibili a condividere con me le loro esperienze nel settore, ci confrontiamo giorno dopo giorno, per capire come realmente lavoro e psichiatria possano convivere.
Del resto, penso di essere in debito, con Johnny e con i baristi, camerieri e clienti, di circoli o bar all'interno di ex ospedali psichiatrici e questo lavoro, nel tentativo di dare loro un minimo di visibilità, è il mio modo per ringraziarli.

1 commento:

Chiara ha detto...

Wow!

Il Caffè Basaglia lo conosco.
Sento una passione nelle tue parole, meraviglioso, profuma di sincerità e di voglia di fare, fare col cuore e con consapevolezza.

Grazie per avermi fatto leggere questo tuo scritto, io inizierò a fare volontariato in un gruppo appartamento abitato da persone che hanno disturbi psichiatrici e quindi avremo qualcosa in comune.

E sai, mi sono rivista, nel tuo racconto. Anche io, in tirocinio, ho scoperto un mondo, sconosciuto. Quel mondo, quei ragazzi, quelle persone, i sorrisi e le lacrime (che hanno fatto parte del mio lavoro, dopo il tirocinio) non li dimenticherò mai, a loro ho dedicato la tesi ed ancora oggi, quando sento o vedo, cosa che vanno contro ogni logica...le denuncio.

Loro mi hanno regalato qualcosa, a loro devo rendere "giustizia".

Un abbraccio ed ancora grazie.

Chiara