giovedì 28 dicembre 2017

Trasferimenti lavorativi e nuovi stimoli



Con la giornata di oggi, termino a tutti gli effetti di essere un dipendente comunale.

Dopo quasi 18 anni e due Comuni, da domani inizierò a lavorare per l'ASL 2, all'ospedale S.Corona di Pietra Ligure.

È strano vivere queste ore con l'impazienza di incominciare e l'ansia di non aver ben chiaro a cosa stia andando incontro.
Di certo so che la mia strada in Comune era conclusa e non parlo del comune specifico dove ho lavorato fino ad oggi, ma in senso più ampio.
Premesso che non mi considero un dipendente modello e quindi non starò a fare le morali su impegno e dedizione, lavorare in un comune per noi assistenti sociali sta diventando ogni giorno più difficile.
Il volontario e scientifico smantellamento dello stato sociale da parte di tutte le forze parlamentari, abbinato ad una costante costruzione di impalcature non visibili ma dannatamente concrete come l'abuso di burocrazia e di rimbalzi tra uffici, ha avuto nel corso degli anni il risultato di isolare gli uffici stessi, lasciandoli soli in una immaginaria trincea, riducendo però gradualmente ogni tipo di strumento e risposta a loro disposizione.
La crisi economica, la nascita di nuove fasce deboli ( i miei coetanei ad esempio, 40\50enni che escono dal mondo dl lavoro e non riescono più a rientrarvi, con la prospettiva di 20\25 anni di disoccupazione o lavoro nero prima di una nemmeno così probabile pensione) hanno scavato un solco profondo tra i cittadini e le istituzioni.
Cercano di resistere le amministrazioni comunali di piccole realtà, dove i sindaci e gli assessori non sono solo "un ruolo", ma sono persone radicate in quell'ambiente.
Massima considerazione quindi alle giunte comunali con cui ho lavorato, agli assessori che sebbene distanti anni luce dalle mie idee politiche non hanno mai mancato di rispetto nè a me, nè tantomeno al nostro ruolo. Rispetto che è sempre stato reciproco.

Però il nostro è un lavoro che si basa sugli stimoli molto, ma molto più che sulle gratificazioni, quindi esaurendosi i primi e mancando quasi totalmente le seconde, il rischio di spegnersi è forte.
Pur tenendo presente quanto detto prima sul mio non essere un dipendente modello, penso di poter dire che mai ho dimenticato, anche nei momenti di maggior demotivazione di avere davanti persone, famiglie, storie che non meritavano nulla di meno del mio 100% di impegno, qualunque fosse il risultato a cui potesse portare.
Quando poi mi sono accorto che non solo il mio 100% non era più così garantito, ma le risposte che le istituzioni offrivano ai cittadini attraverso la mia scrivania erano in ogni caso insufficienti, ecco che non ho potuto non guardarmi intorno e cercare una alternativa.
Nel momento in cui i nostri uffici, i distretti, gli ATS hanno incominciato a diventare dei "rispostifici" retorici e spesso inconcludenti, lo stato sociale era bello che morto, da tempo.
Morto lo stato sociale, il rischio è veder morire anche la nostra professione, ridotta a megafono perfino mezzo scarico di proclami buoni solo per la stampa e composti da facciate talmente sottili da essere ormai trasparenti.
È arrivata allora la possibilità di una esperienza nuova, che messa a confronto con la possibilità di vivacchiare nascondendomi dietro a chi "in alto" rende impossibile svolgere il nostro lavoro in modo soddisfacente, ha stravinto la sfida.
Mi era già successo 9 anni fa, il ritrovarmi a girare a vuoto, a concludere poco e niente, a vivere le ore lavorative col pilota automatico, e anche allora ebbi la fortuna di poter cambiare ufficio, di andare a lavorare in un comune più grande, con più colleghi con i quali confrontarmi ed ovviamente nuovi stimoli.
Certo, le prospettive allora erano tanto buone quanto, col senno di poi, poco concrete, ma ho la fortuna di avere un buon senso autocritico e ho perfettamente chiaro i miei sbagli e le mie mancanze, che hanno contribuito al non realizzarsi di quelle prospettive.
Da domani lavorerò in un ospedale, in un ambiente a stragrande maggioranza sanitario, con un ruolo non ancora definito e dalla grammatica ancora incerta.
Non sono così ingenuo da negare i problemi della sanità e di s.corona in particolare, ma credo che lavorare in settori "a rischio" sia una componente inevitabile della mia professione.
Un posto dove tra le tante cose, avrò spero la possibilità di concretizzare quel discorso di RETE SOCIALE che mi segue dal primo anno di università, svolgendo una funzione di raccordo tra l'ospedale ed il territorio, creando i presupposti per una dimissione protetta e "morbida", per una collaborazione tra servizi e cittadinanza di cui tanto si parla negli ambienti professionali.
Ovviamente ci saranno delusioni, magari ripensamenti, incazzature e ridimensionamenti delle aspettative, ma sono tutte cose che già ho provato e che avendo ben presenti posso quantomeno tentare di evitare o ridurre.
Tanti dubbi, ma la sottile eccitazione di avere davanti una pagina bianca, vuota, e la libertà di poterci scrivere una storia nuova.
La mia collega neo pensionata della quale prenderò il posto, mi ha detto, estremizzando, che in 30 anni non le è mai capitato di passare un giorno senza fare qualcosa che non aveva mai fatto prima.
Ecco gli stimoli!

Con incoscienza e voglia di cambiare, prendo la rincorsa e mi butto, sono abituato agli atterraggi difficoltosi, magari prima o poi andrà bene.

sabato 23 dicembre 2017

Trovare un senso nell'alzare la testa (Festival, varie ed eventuali)



In questa foto, fatta nei camerini del Teatro Ambra la seconda sera di Su La testa 2017, sta per me molto se non tutto del senso del festival stesso.

L'uomo con la maglietta dei Gang e l'importante accoppiata pantaloni - camicia è Jono Manson ed insomma, se vi interessa un certo tipo di musica lo conoscete per forza, bluesman, rocker, produttore (anche di artisti italiani come Edoardo Bennato e gli stessi Gang), uomo di una umiltà di una simpatia e di una disponibilità più uniche che rare.

Il ragazzo piegato sulla chitarra invece si chiama Francesco De Maria, non ha ancora 20 anni e suona nei Seawards insieme a Giulia Benvenuto, nemmeno lei ventenne.

Nella foto sta suonando la chitarra di Jono, dopo che Jono ci ha raccontato la storia di quella chitarra, l'età di quella chitarra ed indirettamente il valore di quella chitarra; poi lo ha guardato e gli ha detto di provarla.

Su La testa è quella cosa che provoca scene del genere, tra musicisti che non si conoscevano fino a pochi minuti prima, tra amanti della musica, della cultura e del bello, per le quali è del tutto normale, come è giusto che sia, condividere emozioni, impressioni, strumenti musicali.

Su La testa è quella cosa che ad una trentina di persone inizia a ronzare in testa dai primi di settembre; riaprono le scuole, finisce l'estate, si inizia a pensare al festival, ormai le stagioni sono cadenzate così e l'autunno vuol dire questo, vuol dire riunioni, pizze, scazzi, polemiche, malumori, entusiasmo che cresce, legami.

Poi all'avvicinarsi dell'inverno, ecco che per tre giorni quelle 30 persone diventano una squadra, ognuna con il suo ruolo e la magia si ripete.

E la magia contagia anche chi al festival viene a suonare, se è vero come è vero che in 5 anni che ne faccio parte, momenti come quello di jono e francesco ne ho visti accadere parecchi.

Su La Testa è una dichiarazione d'amore, che dura 3 giorni ma che viene studiata almeno 4 mesi.

Una dichiarazione d'amore ad Albenga, da dove più o meno veniamo tutti.
Una dichiarazione d'amore ed una sfida, il portare qualcosa di bello e profondo nella distratta provincia.

Una sfida che ancora non siamo riusciti a vincere, ma che nel nostro ostinarci a combatterla ci vede comunque vincitori, nonostante le difficoltà e i posti vuoti in teatro.

Amore & sfida, queste due caratteristiche mai come quest'anno mi sono sembrate evidenti.

La voglia e la testardaggine con cui continuiamo a proporre musica magari non semplice ma di sicuro valore è appunto la sfida che pensiamo sia giusto affrontare, affrontarla per amore, come ho detto, perchè ad un posto che si ama si cerca di portare qualcosa di bello, di grande, di meglio.

Tre giorni pieni, iniziati con il pop intelligente di Hugolini a cui ha fatto da contraltare l'incrocio tra folk irlandese e napoletanità verace dei Blindur, proseguita con l'eleganza di L'Aura e con la grinta dei Perturbazione.

Ma Su La Testa non è solo 3 sere di musica, ma anche dei pomeriggi in cui ascoltare. E guardare. E venerdì abbiamo guardato, con gli occhi di Valentina Tamborra, fotoreporter che ha documentato la situazione al confine di Ventimiglia come di Como o di Bardonecchia, che ha raccontato le storie dietro a quegli occhi, a quelle tende, a quei piedi scalzi. Insieme a lei 3 ragazzi che quelle storie le hanno vissute hanno ammutolito un salone pieno di gente, mentre chi traduceva le loro parole faticava a renderne per intero la drammaticità e la veridicità. 

Mi emoziono sempre al festival, vuoi per una canzone in un momento particolare, vuoi per qualcuno che sale sul palco ed incanta; ma quest'anno mentre la stessa Valentina si doveva interrompere per calmare il pianto, i miei occhi si sono riempiti di lacrime per i racconti di padri e figlie che combattono fianco a fianco.

Da lì in poi è stato più facile vincere l'ansia da presentatore, avendo toccato con mano quelli che sono i veri ostacoli e le vere difficoltà di vite che per quanto provino a tenerci lontane, sono a pochi passi da noi.

È stata poi la volta dei Gnu Quartet e della loro maestria, la bellezza di 4 persone che rispondono SI all'invito fatto in extremis e salgono su un palco dove non erano stati annunciati, in un festival che non ha fatto loro la minima pubblicità senza battere ciglio, con la loro simpatia ed enorme generosità, offrendo una ennesima dimostrazione del loro grandissimo talento.

Spazio poi a Jono Manson e ai suoi 3 amici (Jaime Michaels, Radoslav Lorkovic e Paolo Ercoli) che si sono messi in cerchio come davanti ad un falò e ci hanno raccontato storie e suoni di tempi passati.

È stata la volta dei Seawards, di Giulia & Francesco, che in due hanno meno della mia età, ma le idee ce le hanno ben chiare e solo con la chitarra e la (bellissima) voce sembravano due veterani. Ero dietro le quinte durante il loro set e guardavo Giulia, concentrata, tesa, ma totalmente DENTRO le sue canzoni, la guardavo muoversi per il palco quasi affrontando un nemico, scacciare i timori gesticolando nervosamente, avvicinarsi a Francesco quasi a dare ed offrire protezione, per uscire poi dal palco con lui completamente da vincitori.

Capisco che l'elettronica sia uno strumento a cui oggi è difficile dire di no, ma le già interessanti canzoni del loro EP 85bpm, nella veste acustica mi entusiasmano molto di più, anche se buona parte del motivo sta nel fatto che, come ho detto, loro due insieme hanno meno dei miei anni.

Ginevra Di Marco insieme a Jono era l'ospite che aspettavo di più e la mezz'ora passata con lei nei camerini, il trovarla così disponibile, mi ha fatto apprezzare ancora di più la sua trascinante esibizione.

Ginevra per me è l'emblema femminile degli anni 90, la sua voce al servizio dei CSI e poi quella ricerca di radici e qualità che l'ha portata ad omaggiare con una credibilità sorprendente una gigantessa come Mercedes Sosa

Ma soprattutto è il ricordo della prima volta che andai a Su la testa da spettatore e lei fece un set bellissimo, concluso da una trascinante versione di Malarazza di Modugno.

Le chiedono il bis e lei ci (mi) regala di nuovo Malarazza, facendo alzare in piedi il pubblico.

L'ultima serata poi è stata all'insegna della dolcezza, da quella di Giua  a quella di Federica e Marilena, anche loro napoletane doc, in arte Fede'n'Marlen.

Di loro avevo ascoltato l'album Mandorle, napoletano nel midollo ma senza diventare neomelodico; ritmo, fascino e due bellissime voci.

Poi arrivano, ed oltre al duo che conquisterà il pubblico di Su la testa scopro tante altre cose belle di Federica e Marilena, che sono quasi timide, che è la prima volta che vengono in Liguria e che soprattutto hanno quella cadenza, quel dialetto, quelle espressioni che mi riscaldano il cuore ed il sangue, proprio nel giorno in cui ricordo l'anniversario della scomparsa del mio beneventanissimo papà.

Sul palco poi sono formidabili, seducono l'ambra in pochi istanti, con le loro canzoni ma anche portandosi sul palco con sincerità, simpatia e perchè no, un filo di cazzimma che male non fa.

Hanno pure il coraggio di cantare un pezzo del Principe De Curtis, alternando dialetto e spagnolo.

Prima di loro Giua, una tempesta di capelli biondi sopra un bellissimo viso sempre sorridente e disponibile.

Una voce particolare ed un senso dell'umorismo sottile ed irresistibile.

Apre l'ultima serata di Su la testa insieme a Stefano Cabrera incantandoci con la sua ironia dopo aver scherzato nel backstage come fossimo vecchi amici.

A lei è legato uno dei ricordi più belli delle edizioni del festival a cui ho partecipato, quando prima del suo concerto con il maestro Armando Corsi, nel 2012, feci 4 chiacchiere con loro su punti di contatto e differenze tra i due centri storici più belli d'Italia, Genova ed Albenga.

Un capitolo a parte meriterebbe Paolo Benvegnù.
Da quando ho iniziato a far parte dello Zoo ho sempre osservato la distanza tra la persona e l'artista e di fronte a delusioni abbastanza cocenti, molte volte sono rimasto stupito della semplicità di cantanti e musicisti talentuosi.

Benvegnù forse va oltre.

La sua non è solo educazione, disponibilità, simpatia.

Quando leggemmo le note di presentazione del suo ufficio stampa, noi presentatori iniziammo a vedere la figura di Paolo Benvegnù come un mistico eremita che camminasse avvolto da una scia di vapore che lo potesse isolare dal mondo terreno e volgare.

La complessità dei suoi testi, la presunzione (ben riposta) di avere qualcosa da dire che meritasse una attenzione maggiore della media, l'arroganza sfrontata con cui si ostinava a volerlo dire nonostante, beh nonostante tutto dai, ci fece temere di trovarci di fronte alla quintessenza dello snobismo.

Nulla di più sbagliato.

Già dal pomeriggio, durante il soundcheck, ha iniziato a comportarsi con l'umiltà del debuttante, con la gentilezza dell'ospite, con una educazione quasi imbarazzante.

Nei camerini poi poco mancava che si scusasse per il rischio di rovinare la serata con la sua musica, mentre non si risparmiava in complimenti per chi si era appena esibito (cosa più unica che rara, specie se fatta con tale trasporto, da parte di un musicista verso dei colleghi)

Un uomo meraviglioso, che ha steso la platea investendola con le sue liriche importanti avvolte in un pathos creato ad arte dai suoi bravissimi musicisti.

Seduto, quasi a non disturbare con la sua fisicità l'importanza delle parole.

Conclusione danzereccia con gli Statuto che hanno trasformato l'Ambra in una bella pista da ballo, con la gente che pian piano è arrivata a ballare sotto il palco durante la conclusiva "One step beyond".

Loro restano fedeli alla filosofia mod, si muovono come fossero una banda, li immagino che avrebbero voluto parcheggiare le Lambretta fuori dal teatro e poi una volta dentro non fanno prigionieri.

Alla fine, mentre osservavo i volti delle persone al dopofestival, trovavo in molti il piacere di sentirsi parte di una comunità, unita dalla voglia di passare una serata diversa, dalla voglia di divertirsi senza replicare i soliti schemi da sabato sera.

Ed ecco che il senso di tutto questo l'ho ritrovato nel gesto semplice ma intenso di un chitarrista che porge il suo strumento ad un giovanissimo collega, nelle persone che dal nulla si inventano cassieri, presentatori, baristi, cuochi, accompagnatori, nel desiderio di lasciare un segno tangibile della propria esistenza a chi ci esiste di fianco e magari non ci conosce.

Ed ecco che Su La Testa non è solo uno slogan, una citazione, un invito, ma diventa la sfida di cui parlavo prima: diventa l'importanza di dimostrare a tutti di essere vivi e di dimostrarlo rendendo la propria città migliore e di conseguenza più viva.

Allora i rancori, i malumori, gli scazzi che inevitabilmente ci portiamo dietro non devono più esserci di ostacolo, ma fanno parte anch'essi di questa sfida.

Una sfida che vinciamo tutti assieme e che continueremo a combattere insistendo affinchè sempre più persone si uniscano a noi.

mercoledì 29 novembre 2017

Long Time Comin' - Di prevendite, dediche, sms e gravidanze



Primavera 2005.
La famiglia Calandriello attende il primo figlio.

Mia moglie sta bene, io sono agitato, il tutto avvolto in quell'ovatta dentro la quale le coppie vivono l'attesa per il\la primogenita.

All'improvviso, dal nulla, Springsteen pubblica Devils and Dust e la tranquilla ovattata serena armonia familiare viene messa a dura prova.

Tre date, Bologna, Roma e Milano.

Prezzi alti per un tour acustico con ambizioni "teatrali" ma suonato in palazzetti tipo il palamalaguti.

Sale impetuosa l'indignazione del popolo springsteeniano, tra cui il sottoscritto: è ora di smetterla!!!!

Alla fne però, sto concerto lo voglio vedere eccome, quindi nella nostra ovattata cucina nel paesello, io e mia moglie decidiamo di andare IN TRE a Bologna, che è sabato, così dormiamo lì e torniamo con calma, che poi è un concerto da star seduti e non si suda e così la sposa e la nascitura non si affaticano.

La prevendita parte di lunedì ed il cala prende ferie, non si capisce bene perchè, dato che al paesello "ancun grassie" se arriva la 56k e poi non abbiamo la carta di credito, però oh, va bene, mi piazzerò davanti al pc a tessere relazioni nel meraviglioso mondo springsteeniano (leggasi: elemosinerò biglietti).

La sposa esce per andare a lavorare che son manco le 8 ed il Cala è già in postazione, salcazzo a far cosa, che ticketone apre alle 10, ma tant'è.

Ovviamente il tentativo di acquisto on line non va a buon fine, però tra amici, brada, amici degli amici, brada dei brada, i due biglietti per Bologna saltano fuori, allè.

Ora, la mattinata era conclusa, non avevo bisogno di altro, potevo staccare il computer e rilassarmi.

Ma.

Ma appena prima di schiacciare DISCONNETTI il buon beppe da roma mi chiama per dirmi che oh, ho preso dei biglietti per Roma spettacolari, li vuoi?

E Cazzo.

manco faccio in tempo ad azionare il neurone che mi chiama gian da genova e mi fa oh cala qui in coda per i biglietti per Milano non c'è un cazzo di nessuno, perchè non vieni?

E Cazzo

ma torniamo all'ovatta, ai campanellini ed ai petali di rosa che accompagnavano la mia sposa ogni volta che, portando seco la nostra primogenita, la vedevo entrare in casa: come fare a combinare ovatta, petali e campanellini con 3 date in 5 giorni, specialmente dopo la sfuriata contro il caro biglietti?

Voi ricordate quale sia il messaggio più bello che avete mai ricevuto?
E quello che avete mai mandato?

Ecco, nel mio personalissimo cartellino (cit) dei messaggi inviati, questo è in assoluto il migliore for ever and ever.

Perchè praticamente già con un piede fuori dalla porta per andare a prendere la macchina e spararmi a Genova - via fieschi - ricordi, perchè non appena finito di parlare con beppe da roma per dirgli TIENIMIIBBIGLIETTIIIIII e spararmi a Genova - via fieschi - ricordi per prendere anche quelli di milano (Genova - via fieschi - ricordi dove mi presentai in tuta con sotto il pigiama, sia detto), io dovevo dire la verità a mia moglie.

Lo feci

Giuro.

Le mandai un messaggio dove le raccontavo la verità, senza timore.

La verità e poi anche notizie importanti per il nostro tran tran familiare, perchè la musica è importante, ma ci sono cose che contano di più e poi noi siamo persone concrete, con la testa sulle spalle e con i piedi ben piantati per terra.

"Bologna presi, ho preso anche roma ed ora vado a genova a prendere quelli per milano. LAVATRICE PARTITA"

Bologna 4 giugno 2005, anzi casalecchio di reno

Io e la sposa, recante seco la nostra primogenita, siamo al concerto di Bruce.

Per presentare la canzone successiva, Bruce fa una dedica ai genitori, "in bocca al lupo con i vostri figli", io stringo la mano di mia moglie e per un secondo, un secondo solo, penso che Bruce stia per dedicare A NOI DUE QUASI TRE la canzone.

Non succede, ovviamente, ma è un secondo bellissimo.

Parte Long Time Comin'

Resta solo la scintilla di un fuoco da campo a bruciare 
Due ragazzi in un sacco a pelo lì vicino 
Mi insinuo sotto alla tua maglietta, stendo le mani sul tuo ventre 
e sento qualcun altro che scalcia 
Stavolta non manderò tutto a puttane 


lunedì 27 novembre 2017

Al Ballo del Bataclan - Zachary Richard




Grazie al consiglio dell'amico ed ottimo suggeritore Luca Rovini, mi sono imbattuto ieri sera nel nuovo album di Zachary Richard.
Un bel disco, ricco e variegato, che ho ascoltato con piacere.
Ma tra le canzoni, una mi ha inchiodato alla sedia e si intitola "Au bal du bataclan" ed è dedicata come si capisce, alla strage del 13 novembre 2015.
Una ballata, romantica e malinconica, di quella malinconia romantica di cui sono imbevute, tanto per sparare alto anzi altissimo, diverse canzoni di Leonard Cohen
Una storia d'amore dentro a quel massacro, una storia piccola dentro ad un dramma enorme, una vita spezzata che ancora chiede cosa ne sarebbe stata di lei se quell'incontro non fosse mai avvenuto.
Ne ho azzardato una traduzione, di certo non precisa, ma che penso lasci intendere la bellezza del testo
Ci siamo incontrati, è stato un caso
In questo cabaret sul viale.
Abbiamo ballato come due pianeti,
intorno allo stesso sole.
Il sole di mezzanotte, che splende sui nostri desideri.

Stavo cercando le parole che usano gli uccelli.
Mi hai detto che mi amavi.
Te l'ho detto anch'io.
Sulla pista da ballo in mezzo alla folla ammassata
Per la prima volta ci siamo baciati.

Eravamo in piedi, non potevamo sentire nessuno.
Quando improvvisamente esplosero i colpi.
La vita è così fragile e l'amore non viene spesso.
L'abbiamo trovato la sera in cui abbiamo ballato al Bataclan.

Ti ho dato la mia mano. Siamo fuggiti.
Per avanzare nella notte, cammina per dimenticare.
Abbiamo ripetuto un centinaio di volte, "Stai bene? "
Ci siamo avvicinati ad ogni passo.

Mi chiedo quale sarebbe la mia vita
se non me ne fossi andato,
se per caso non ci fossimo incontrati
La vita è così fragile e l'amore non viene spesso.
L'abbiamo trovato la sera in cui abbiamo ballato al Bataclan.

martedì 14 novembre 2017

L'Eredità e la Coerenza. Premio Pierangelo Bertoli.



Non aspettatevi da me una cronaca imparziale ed obbiettiva sulla serata finale del 5° Premio Pierangelo Bertoli a cui abbiamo partecipato sabato scorso.

Non posso essere obiettivo parlando della famiglia Bertoli.

Non posso essere obiettivo parlando dei figli di Pierangelo Bertoli, visto che con il maggiore di loro sono legato da una bella amicizia da qualche anno.

Non posso essere obiettivo perchè con l'altro figlio maschio, Alberto pure lui, che fa il musicista ho condiviso alcuni momenti molto intensi, a partire dalla sua canzone "E così, sei con me".

Questa canzone non è un pezzo che parla della scomparsa del celebre cantautore Pierangelo Bertoli, no. Questa canzone parla di un padre che se ne va e lascia al figlio che canta una ricchezza di esempi, consigli, coerenza tale che è impossibile pensarlo lontano.

Un pezzo che non conoscevo fino al momento in cui gliela sentii cantare a Su La Testa, pochi giorni prima del decimo anniversario della scomparsa di mio padre.

Una tranvata dritta tra stomaco e cuore, seguita a ruota da una versione splendida di A Muso Duro, a completare una rapida ma chiara dimostrazione di come il sangue non sia acqua, mai.

Questa canzone mi diede il coraggio di scrivergli e di ringraziarlo per quello che mi aveva fatto provare, dando il là ad un rapporto basato sul rock e sulla condivisione di questa mancanza.

Lo scorso anno, sempre a Su La Testa, Alberto venne a trovarci e al Teatro Ambra suonò una versione acustica di questa canzone, dedicandomela. L'abbraccio al termine della sua breve esibizione lo porto tra i ricordi più cari.

E da questa eredità, di coerenza e verità, nascerà libertà


Chiusa questa parentesi doverosa, per evitare che qualcuno legga queste righe come fossero una recensione, aggiungerei anche che siamo stati ospiti della famiglia Bertoli sabato, con una accoglienza deliziosa e che abbiamo assistito allo spettacolo con nella borsa di mia moglie una teglia di lasagne (che ci siamo spazzolati il giorno successivo a cena) di una bontà indescrivibile a parole, consegnateci dalla Chef dell'evento in persona, l'amica Lorna, persona tanto bella quanto brava ai fornelli.

Ma, alla fine, a Modena ci siamo andati per la serata musicale, quindi, descritto il "contorno" ecco alcune impressioni.

Il premio è arrivato alla quinta edizione ed inizia ad avere una certa eco a livello nazionale, eco a mio avviso in chiaro aumento dopo sabato scorso.

L'eredità artistica ed umana di Bertoli trova in questo premio una simbolo ed uno strumento perfetti, perchè unisce il riconoscimento a musicisti affermati che hanno dimostrato di sostenere gli stessi valori da sempre presenti nelle canzoni di Bertoli alla valorizzazione dei giovani cantautori, che nel percorso importante di Bertoli possono trovare direzione e soprattutto spunti da trasformare in musica.

I premiati di quest'anno erano nomi importanti, davvero.

Simone Cristicchi è un altro a cui forse dovrei scrivere perchè sabato mentre cantava Ti regalerò una rosa, forse ascoltandola come mai in passato, ho rivisto diverse mie esperienze lavorative, di cui scrissi anche nella mia tesi di laurea.
Un pop delicato ma tagliente, anche nel secondo brano L'ultimo valzer, durissimo nel raccontare il dramma e la dignità di tanti anziani.

Anche gli Zen Circus si sono ovviamente esibiti in acustico, ma non hanno risparmiato in energia ed essendo la prima volta che li vedevo dal vivo, mi hanno stupito per il modo in cui tengono il palco.

Non era pensabile che un premio dedicato a cotanto nome trascurasse i Tazenda, cosa che infatti non è avvenuta.
Due brani tratti da duetti celebri e poi la magia del ricreare QUEL duetto, con Alberto che sostituisce ottimamente il padre in Spunta la luna dal monte (la sua voce assomiglia molto a quella di Pierangelo, ma mai come in questa canzone, dove sembra davvero di sentire lui).

a volte sciogliendosi in pianto



Ospite principale, inutile negarlo era comunque Francesco Guccini, accolto da una standing ovation di tutto il teatro. 

Nella nebbia modenese finito lo show, io e mia moglie quasi contemporaneamente abbiamo espresso il desiderio di non volerlo più vedere, di ricordarcelo nei diversi concerti a cui abbiamo assistito e in questa ultima occasione; il motivo è la pessima sensazione provata vedendolo entrare sul palco sorretto da Alberto, quasi camminando a fatica. 
Per fortuna è stato un attimo, poi il calore del teatro lo ha scaldato e in effetti si è dimostrato brillante come suo solito, però insomma, la sua scelta dell'esilio credo trovi radici in questi piccoli momenti di difficoltà. 
L'uomo c'è eccome, la lingua è sempre pronta, gli aneddoti riempirebbero serate intere, ma tolto l'evidente piacere di essere a Modena e di parlare di persone care come Bonvi e lo stesso Bertoli, appare chiaro che sia stanco della vita pubblica.
Ad introdurlo, un momento musicale che potremmo definire "Bertoli canta Guccini" che voglio dire, mica roba da niente eh, con Alberto in gran spolvero in un medley che da Canzone per un'Amica ha scatenato l'entusiasmo del pubblico fino a Dio è morto.



Ma il Premio Bertoli è anche o forse soprattutto questo concorso nazionale per giovani cantautori. 
In questo aspetto della manifestazione germoglia più chiaramente il senso stesso del Premio, quel voler proseguire un discorso di qualità e coerenza che deve essere una coordinata fondamentale nella carriera di un musicista che voglia dire qualcosa di importante.

Eredità e coerenza quindi, espressi in modo lampante sul palco del bellissimo Teatro Storchi.

La cosa che più ho apprezzato è stata la scelta di far accompagnare i concorrenti dalla band che per anni suonò con Bertoli.
Un'idea vincente, che caratterizza questa manifestazione e ne è un vero fiore all'occhiello.

Perchè il discorso non è solo "oh che figata, suono con quelli che suonavano con un musicista famoso", NO, affatto, il senso è di voler letteralmente accompagnare questi ragazzi nel mondo della musica, mettendo a disposizione gli stessi musicisti che Bertoli usava per raccontare le sue storie. Una dimostrazione pratica e tangibile di condivisione, termine ricorrente quando si parla del cantautore di Sassuolo.

Vince un ragazzo di Taranto emigrato a Torino, che dal quartiere dove vive ha preso il nome, Salvario; un brano che è una sorta di collage di nomi e frasi tipiche della musica italiana più recente, spunto interessante che nel suo disco (che mi sono andato ad ascoltare il giorno seguente) si rafforza, grazie ad una buona scrittura.

Mi è piaciuto molto anche un altro ragazzo, Alessandro Zanolini, che ha cantato un suo brano forse troppo cupo, ma che mi ha impressionato nella versione di Chiama Piano, una gran voce davvero.

Non faccio altri nomi per non fare torto a nessuno, il concorso prevedeva otto finalisti che cantavano un proprio pezzo e quattro di loro, accedendo alla fase finale, si sarebbero esibiti in un pezzo di Bertoli.

Eredità e coerenza, appunto.

Lo show è stato gestito benissimo e nonostante sia durato ben tre ore abbondanti non ha mai avuto momenti di stanca, grazie ad un presentatore esperto e vivace ed alla direzione artistica impeccabile di Riccardo Benini e dello stesso Alberto 

Una serata meravigliosa, dove, come nella canzone di suo figlio, a me così cara, non si poteva non pensare che Pierangelo Bertoli fosse con noi.

Non so com'è, però vi invito a berlo



venerdì 3 novembre 2017

L'introduzione a The River nel Live 75/85


Nei giorni scorsi è tornata spesso nei discorsi questa versione di The River, tratta dal Live 75/85; una versione che comprende una lunga introduzione, molto lunga ed altrettanto personale.

The River, a mio avviso, è l'album in cui non solo Bruce, neo trentenne, ma anche i personaggi delle sue canzoni raggiungono la maturità e si scontrano con quello che possiamo superficialmente definire il mondo degli adulti.

Le corse per trovare un senso a sè stessi e le ferite dei due album precedenti qui sublimano in una presa di coscienza di ciò che ci accade attorno.

Il Grande Romanzo Americano ha in questo strabordante doppio disco uno dei capitoli più affascinanti.

La title track poi è essa stessa un romanzo, la storia del protagonista, di mary, gravidanze inattese, lavori mal sopportati, separazioni, ricordi di gioventù.

Ma, attenzione, QUESTA versione di The River è oltre, è altro.

La storia che Bruce racconta nei 4 minuti prima del brano, si fonde assieme al brano stesso e diventa un simbolo fortissimo del concetto di famiglia, di affetto paterno, di piccola comunità.

Un nucleo di cui poco si era parlato nei dischi precedenti, se non per le difficoltà di relazione.

Il ragazzo insofferente che porta i capelli lunghi in spregio alle regole imposte dai genitori cerca di allontanarsi da casa e piuttosto che rientrarci passa le fredde notti invernali in una cabina telefonica dove con pochi spiccioli può parlare tutta la notte con la sua ragazza.

Dal silenzio con cui affronta il padre alle tonnellate di parole con la sua amata, è chiara la poca voglia del giovane Springsteen di stare dentro le mura casalinghe.

Però la storia ci dice altro, ci dice di come Bruce non riesca affatto a trovare un modo per esprimere cosa vuol fare di sè stesso e noi questo lo abbiamo letto e riletto e soprattutto ascoltato in diversi brani, la fatica nell'accettarsi e nel costruirsi una identità precisa, esclusivamente in compagnia della sua chitarra.

Ma l'apice arriva dopo, quando lo sbruffone che offende il padre dicendo di odiarlo si ritrova, proprio come i protagonisti di The River, catapultato in una storia più grande, esercito, uniformi, non è solo l'augurio del padre, fosse solo per togliersi da casa quello scansafatiche, ma è anche vietnam, guerra, amici che non tornano a casa o ci tornano rovinati per sempre.

Bruce scappa, in un gesto talmente antieroico da colpirci per la sua enorme umanità. 

Scappa, per 3 giorni e si ritrova sul pullman che porta alla visita medica insieme ad altri amici spaventati; questa immagine vale più di ogni campagna retorica di arruolamento patriottico, WE WERE SO SCARED, è tutto qui, eravamo così spaventati; una cosa così sincera che l'esito negativo della visita viene accolto da applausi di festa, quasi, col cuore in gola per il racconto, che il pubblico temesse che le cose potessero andare diversamente; lo stesso Bruce si accorge di questo e con estrema serietà capisce che non è giusto trasformare quel racconto così intimo in un discorso antimilitarista e dice che non c'è nulla da applaudire.

L'ultimo momento del racconto è clamoroso.

Vediamo la scena, con poche note di organo e chitarra sotto, Bruce in pochissime parole racconta una scena in modo assolutamente cinematografico, vediamo i suoi genitori in cucina, lui che arriva zaino in spalla, entra e c'è quello scambio di battute che da solo racconta un mondo, quello appunto della famiglia, dei rapporti padre e figlio.

Dove sei stato?
A fare la visita militare
Come è andata?
Non mi hanno preso
Bene.

Bene, quel THAT'S GOOD di  Douglas da solo spiega le difficoltà di comunicazione tra lui ed il figlio, ma anche che l'amore di un padre va oltre qualunque cosa, qualunque desiderio, qualunque tensione.

Meno male, per anni ti ho ripetuto che non vedevo l'ora che l'esercito facesse di te un uomo, ma alla fine, di fronte a quello che sta succedendo oggi, nel 1968, MENO MALE che resti qui con noi, è il padre che parla, è l'amore del padre per il figlio, nonostante quel figlio faccia di tutto per farsi mandare via.

La stessa paura di bruce sul pullman, l'ha provata suo padre nel sapere della visita 

THAT'S GOOD

Ci sono un paio di secondi di silenzio, dove la gente realizza, dove noi realizziamo quello a cui abbiamo appena assistito, fosse solo in camera nostra con le cuffie, di notte, a migliaia di km da dove queste parole sono collocate.

Un paio di secondi nel quale comprendiamo anche che questo fiume, di cui sta per iniziare a cantare, è comunque una parte indelebile dell'anima del suo autore; un fiume che scorre lentamente, ma inesorabilmente, un fiume dentro il quale l'uomo deve per forza bagnarsi.

E poi arriva quell'armonica che ti squarcia l'anima ed inizia il Grande Romanzo Americano.

Sono nato in fondo alla valle dove da ragazzo - signore - 
t'insegnano a non far altro che ciò che ha fatto tuo padre.


giovedì 2 novembre 2017

Pro e contro di Spotify, secondo me





contro

fondamentalmente anche se so di raggiungere vette inesplorate di ipocrisia dicendo questo, a me fa molto strano il discorso che con 10 euro hai tutta la musica che vuoi (tutta, cazzo, tutta!).

Io ricordo da ragazzino, le 20mila lire mensili da dedicare all'acquisto di UN disco. UNO.

E dovevi sceglierlo bene, pensarci a fondo, e spesso dovevi decidere da solo, che in provincia le riviste specializzate non arrivavano sempre.
Avevi un colpo solo e doveva andare a segno, per forza.
Perchè non ne avresti avuto altri fino al mese successivo.

E quando lo sceglievi, tra l'altro tra una gamma di titoli ridotta perchè in provincia i negozi erano quello che erano, beh dovevi sfruttarle fino in fondo, le tue 20mila lire.

Quel disco, per giorni, settimane intere diventava l'ascolto principale, spesso l'unico.
Quel disco, 50\60 minuti, diventava il tuo mondo, una, tre, 5 volte al giorno.

E questo, aveva, tra le altre cose, l'effetto di farti entrare quel disco dentro, in profondità, le parole, il tono della voce, quelli più tecnici anche la qualità del suono e la bravura dei musicisti, tutto questo ti restava addosso, con la foga e l'intensità di chi in qualche modo doveva quasi giustificare a sé stesso i soldi spesi.

Chi ha passato quella fase, chi l'ha vissuta, specialmente da ragazzino, sono sicuro che quei dischi li sa ancora a memoria, tutti, da cima a fondo.

A me è capitato con due album di musicisti che adesso non ascolto più e che anzi, evito come la peste:
Blue's di Zucchero e Liberi Liberi di Vasco.
Li ho riascoltati tempo fa e sapevo ogni singola parola di ogni singola strofa di ogni singola canzone.

il cofanetto live di springsteen del 1986? pfffffffffff roba da matti guardate.

Qualche giorno fa su Facebook qualcuno ha citato la versione di The River contenuta su quel live ed io non solo mi ricordo le parole che introducevano il brano (di cui poi trovai la traduzione in italiano in un libro di MARIO CAPANNA), mi ricordo i momenti in cui il pubblico applaude, in cui si sente qualche urlo, o quando cala il silenzio dopo che bruce dice che non c'è motivo di applaudire se lui venne scartato dall'esercito.

Tutto questo per dire che, anche per via di un discorso economico, ma più in generale per una questione di scarsità di materia prima, quello che avevamo a disposizione lo facevamo rendere al 2000%.

Oggi mi accorgo che non faccio più così, primo perchè economicamente posso magari prendermi più di un album al mese, ma soprattutto, facciamo cadere sto velo ipocrita, perchè il percorso che dal registratore a doppia cassetta ha portato ai siti da cui scaricare l'inimmaginabile io l'ho fatto tutto e vi assicuro senza risparmiarmi.

E mi sono accorto che ho reagito come un bambino lasciato da solo in un negozio di caramelle, mi sono fiondato sulla qualunque, ricavandone magari non una indigestione, ma un accumulo seriale di dischi, artisti, gruppi a cui ho dedicato, nemmeno sempre, un unico ascolto.

E questo ha cambiato il mio approccio alla musica, purtroppo, perchè da avere una cartuccia al mese ho iniziato a poterne sparare quante ne volevo, e pure gratis. In questo modo ho svalutato sia il disco in sé, che la mia attenzione al disco stesso.

Direte, beh fatti tuoi.

Certo, però, guardandomi un po' intorno, credo che questa perdita di attenzione verso la musica, sia molto diffusa ed a lungo andare abbia avuto pesanti ripercussioni proprio sulla qualità della musica nuova.

Scendendo l'attenzione, scemando la passione con cui si leggevano i testi, si studiavano gli accordi, si approfondivano gli argomenti, è scesa anche la voglia dei musicisti di creare prodotti di qualità, è diminuito l'impegno, è scemata anche l'idea che dentro un disco uno potesse giocarsi (e salvare) la propria vita.

Chi crede più al fatto che si impari di più da un disco di 3 minuti che dalla scuola? (Con tutto che la scuola è in crisi eh)

In tutto questo discorso, Spotify magari non è la causa, ma è l'effetto più devastante.

Perchè quel mondo così misterioso, fatto di scoperte mensili, studi, ricerche, riviste, amici che avevano fratelli\sorelle più grandi che vivevano in posti lontanissimi tipo MILANO e portavano album nuovi, tutto questo, tutti i gruppi di ascolto perchè compravamo un disco in 5 e ce lo passavamo, tutto ciò oggi dista solo NOVENOVANTANOVE AL MESE!!!

MA SEI SCEMO????

Me lo dico da solo eh, tranquilli, lo so che l'idea di poter accedere a tutta la musica che si vuole, legalmente, al costo di quel benedetto album mensile sembra un paradiso e sotto certi aspetti forse lo è.

Però.

Però nella mia testa c'è qualcosa che non torna, specialmente, soprattutto, dal punto di vista degli autori.

Se la mia musica, mia di me, cantante esordiente che magari ho delle cose interessanti da dire e anche un bel modo di dirle, viene offerta insieme a TUTTA LA MUSICA DELL'UNIVERSO a 10 euro, che valore viene dato ai miei sforzi?

Se ormai viene legittimato il concetto che la musica è gratis o quasi, chi me lo fa fare di giocarmi dentro 7\8 canzoni? Chi ci crederà più al fatto che il suo prossimo disco gli cambierà la vita? 

Tutto questo porterà ad un costante abbassamento della qualità della musica, perchè chi si sbatterà per fare cose valide quando comunque non avrebbe nessun ritorno?

Poi, che è lunga.

Comodo, rapido, esaustivo, certo, ma cazzo, la soddisfazione di trovare QUELL'ALBUM dopo anni, ce la ricordiamo? L'avete mai provata? L'odore dei mercatini, dei negozietti polverosi, il male alle dita per l troppo movimento a far scorrere i vinili, ce li ricordiamo? Li avete mai provati?

A me sto concetto che la musica sia gratis disturba un po', anche se pensando ai soldi che ci ho speso e a quello che avrei potuto fare spendendoli diversamente mi scappa da ridere, però il concetto mi disturba, lo trovo, se estremizzato ed istituzionalizzato, sbagliato.

I pro.

Belin, su Spotify c'è tutto, davvero.

Il che mi fa pensare che se ormai ci sono tutti, su spotify, perchè mi devo fare degli scrupoli io?

Durante nemmeno metà del mese di prova ho spulciato ogni nome, ogni genere di quelli che ascolto, il blues anni 30\40, il punk, il garage-rock, gli esordienti, i gruppi anni 60 da una botta e via.

C'è tutto, cazzo. 

Segui artista ---> artisti simili ---> segui artista ---> artisti simili ---> segui artista ---> artisti simili ---> segui artista ho una libreria personale sul mio account che quel cesso a pedali del mio pc ci mette una vita a caricarmela

E ho aumentato di brutto gli ascolti, davvero.

Dice, la qualità del suono.

Giustissimo, sacrosanto.

però io a casa ascolto quasi sempre mp3 (e vinili) quindi audio dal pc certo, ma collegato all'impianto stereo, questo perchè non sono esperto di audiofilia, non ho i soldi per avere un bell'impianto (uso ancora quello che mi regalarono i miei a 16 anni) e, soprattutto, anni di ascolto in cuffia mi hanno regalato un bell'abbassamento dell'udito tipo che quando la gente mi parla io faccio fatica a capire, quindi di che alta fedeltà parliamo?

con l'abbonamento poi anche il discorso dell'ascoltare musica in giro, che ora risolvo grazie all'ipod (120 giga perchè sono bulimico anche in questo) ed al lettore mp3 nuovo che ascolta anche i flac, non sarebbe un problema

perfino la fase "ascolto in macchina" con spotify viene migliorata, perchè comunque in auto ascolto quasi sempre cd, però (e questo vale per ogni occasione), mi capita di aver voglia di un certo brano all'improvviso e non posso avere 200 cd a disposizione quindi ecco la comoda soluzione.

alla fine, degli artisti che davvero amo, mi mette male immaginare di non comprare più il cd e\o il vinile, ma alla fine quelli di cui sento il bisogno dell'oggetto concreto si conteranno sulle dita di una mano, massimo due.

Concludendo, se è vero che ritengo spotify molto dannoso, per i motivi suesposti, altrettanto penso di poter essere immune a tali contaminazioni, avendo ormai sviluppato per la musica una ossessione totale.

Vedremo.