martedì 25 marzo 2014

Creuza de mà: l'Odissea in genovese di De Andrè e Pagani





Ho avuto il piacere di vedere questo mio scritto pubblicato su Il Sussidiario, la settimana scorsa:

Il cofanetto celebrativo dei 30 anni dalla pubblicazione, mi da la possibilità di approfondire e continuare a meravigliarmi davanti alla bellezza di Creuza de mà, album che in poco più di mezz'ora ha dettato un nuovo vocabolario, nel quale viene declinata nella maniera migliore l'espressione World Music. 
Se a tale espressione associamo suoni senza confini e dalla geografia illimitata, senza fermarci a sterili ed autocompiacenti esercizi di stile alla Peter Gabriel, Creuza de mà ne rappresenta l'alfa e l'omega, poiché mai tale concetto è stato sviscerato e rappresentato meglio che in queste sette canzoni.
Il matrimonio artistico tra De Andrè e Pagani ha prodotto una sorta di Odissea in salsa ligure, un'elegia del Mediterraneo mare, padre, madre e matrigna di una umanità che lontana dalla maestosità degli oceani ha creato un suo mondo e soprattutto un suo linguaggio.
Lingua che non poteva essere altro che lingua di porto, lingua dialettale, dalle mille influenze e derivazioni, lingua che avvolge, con la sua musicalità, che addolcisce le volgarità e le asprezze con l'eleganza imbastardita di quel “belìn” così crudo nel suo significato carnale, ma altrettanto accettabile con un sorriso anche in ambienti più sofisticati.
Un disco di acqua, di strade, viaggi, fughe, lontananze e malinconie, ma di acqua, principalmente, a partire dal titolo.
Quella Creuza, sentiero o mulattiera, che viene intesa come rotta, magari non visibile subito e ad occhio nudo, come corrente d'aria che muove le vele e porta avanti il marinaio, verso luoghi sconosciuti.
Perchè Genova, come tutte le città di mare, dal mare è costantemente influenzata, attratta, sedotta. Tutte le strade, perfino i vicoli più ostici, al mare portano, nel mare trovano sbocco.
E come tutte le popolazioni di mare, i genovesi, i liguri hanno dentro di sé l'inquietudine delle maree, l'ansia del viaggio, la voglia di ripartire dei marinai.
La creuza, che simboleggia anche un confine, l'estremo prima di una nuova proprietà, da il titolo all'album e ne inizia il racconto, parlando proprio di quei figli inquieti, che sentono la mancanza di casa, ma non riescono a fermarcisi più di tanto: emigranti della risata, legati a quella corda che trattiene l'ancora, che li lega e li fa partire verso nuovi sentieri, nuove creuze, appunto.
Il genovese, scelta qui come lingua universale di una ipotetica popolazione unica del mediterraneo, risponde perfettamente alle caratteristiche che De Andrè e Pagani cercavano, al punto da pensare di doversi inventare un linguaggio nuovo tout court: nella mia piccola esperienza di ligure in viaggio, ricordo perfettamente la musicalità della parlata portoghese, che sorprese me e mia moglie in luna di miele, al porto di Lisbona, quando pensammo, mangiando bacalau e bevendo porto, di essere seduti di fianco a due signori di Genova Molassana, quando in realtà erano due anziani nativi, che parlavano un poroghese strettissimo e meravigliosamente “genovese”.

Una lingua musicale appunto, che nel corso degli anni verrà riutilizzata da De Andrè per altre composizioni.

Nel corso di questo viaggio lungo la creuza, incontriamo personaggi che sublimano quell'universo di uomini, donne, anziani, giovani da sempre presenti nei testi di Faber.

A partire da Jamin-a, prostituta di colore, che riceve i suoi clienti in un “basso”, magari non a Genova, ma sicuramente vicino ad un qualche porto; possiamo sentire, possiamo respirare nel ritmo caraibico della canzone l'umidità della stanza, il suo arredamento povero, possiamo sentire il sudore del rapporto consumato magari in pieno giorno, al caldo soffocante del sole estivo, l'eccitazione del cliente che trova in questa Sultana delle bagasce una fugace consolazione per un amore lontano. Una canzone che meglio di ogni altra mette in musica il sesso; lo fa utilizzando un ritmo del sud, dove la passione è gioia ed il sesso una festa, lo fa con una chiarezza di termini tale da far sembrare “Whole lotta love” un pezzo morigerato.
Ma si sa, i marinai non vanno tanto per il sottile.

Di tutt'altro tenore è, purtroppo, Sidùn, che prende spunto dal massacro ordito dalle truppe israeliane in Libano, nel 1982. La “piccola morte” del bambino, cantata con voce straziante e straziata dal padre, simboleggia non solo i tanti “piccoli” drammi che la popolazione civile vittima di stragi come questa deve subire, senza avere nemmeno la soddisfazione della considerazione che quantomeno meriterebbe, ma la silenziosa scomparsa di una intera cultura, quella Libanese, cancellata a forza, schiacciata anch'essa sotto i carri armati di chi aveva deciso che in quelle terre, dei loro padroni legittimi non avrebbero dovuto più crescere né alberi, né frutti, né tanto meno vite umane.
Le voci registrate ad inizio brano, notiziari accaldati e rumori di elicotteri, ma soprattutto il lamento funebre finale, ovviamente con voci femminili, con voci di madri rendono perfettamente la drammaticità della situazione.

L'astuzia, la furbizia e l'opportunismo del genere umano hanno sempre ispirato le canzoni di De Andrè, che qui ci fa conoscere Cicala, personaggio realmente esistito, la cui storia ci dimostra come alla fine, non sempre, anzi raramente siano gli ideali a far muovere il mondo.
Cicala decide di non combattere contro gli arabi che assaltano la sua barca, per non “remenarlo alla fortuna” ed accetta che il suo lavoro si trasformi in “travaggiu dùu” (schiavitù), perchè alla fine che i suoi padroni siano arabi o genovesi, a lui poco importa. 
Tale atteggiamento gli consentirà, stando alla leggenda, di diventare addirittura Gran Visir, cambiando il nome, appunto in Sinàn Capudàn Pascià, nome con il quale vorrebbe essere ricordato; non fa niente, dice lui, se mi chiamano traditore o rinnegato, le mie ricchezze io le ho guadagnate lavorando allo stesso modo, cambiando solamente il destinatario delle mie bestemmie.
La durezza, la volgarità del linguaggio portuale, dei cosiddetti “scaricatori di porto” serve qui come metafora per raccontare questo atteggiamento cinico e disincantato di chi non fa distinzione di colore tra i suoi padroni, perchè sempre padroni restano. Quindi, per lui, prendersela con Maometto o con Gesù è esattamente lo stesso. Macchiavelli avrebbe avuto molto da imparare.

Un altro personaggio caratteristico, ricco di contraddizioni ma anche di umanità è la pittima, sgradevole nomignolo affibbiato a chi era talmente noioso, insistente e petulante da fare come lavoro il riscossore dei crediti altrui. 
Questa sorta di Equitalia ante litteram ha comunque una sua morale, dovuta magari anche dai limiti fisici che la natura gli ha imposto. Essere magro, non avere spalle larghe né pugni forti lo ha ridotto a fare questo lavoro, nel quale però lui cerca di ottenere un po' di rispetto, perchè, con logica da venditore impeccabile, vivere è caro, ma tutto sommato a buon mercato. 
L'umanità della pittima, come spesso accade nei personaggi più scomodi delle canzoni di Faber, emerge in chiusura, quando ci racconta che se proprio il debitore è uno straccione, lui gli da del suo. 
L'abito non fa il monaco, a quante delle canzoni di De Andrè potremmo applicare questo luogo comune, personaggi magari a prima vista impeccabili o irrecuperabili, che ribaltano il pregiudizio iniziale, sorprendendoci e, come in questo caso, regalandoci una grande lezione di solidarietà.

L'amore di Faber per gli ultimi, per gli emarginati, ha sempre trovato nelle prostitute un simbolo per cui combattere; ecco quindi che il racconto di questa tradizione, la passeggiata in città delle ragazze costrette a lavorare nella zona portuale (e dove sennò?), è il pretesto per sottolineare l'ipocrisia dei perbenisti. Perchè alla fine di questa lunga passeggiata nei quartieri “bene” della città, queste ragazze, vittime di ogni tipo di insulto e dileggio, per colpa della loro professione, ma, si badi bene, insultate e dileggiate dai loro stessi clienti, da chi grazie a loro si arricchisce ed addirittura dai loro mariti ottusi, sono le persone più pulite, più limpide e più oneste di tutte quelle incontrate nelle vie cittadine, tra direttori di porto e beghini da processione. 
Siamo negli stessi vicoli e davanti alle stesse persone che popolano “La città vecchia”, dove non a caso si diceva “quella che di giorno chiami con disprezzo, pubblica moglie \ quella che di notte stabilisce il prezzo, alle tue voglie”.

L'album si chiude con la struggente D'à me riva, canto di amore e malinconia, che il viaggiatore, lo stesso che magari sfoga i suoi istinti in quartieri malfamati e rinnega il suo Dio, dedica alla sua terra, al porto di casa da cui si sente lontano. La nave si sta allontanando e della sua amata ormai riesce a scorgere solo il fazzoletto che serve a salutare ed a nascondere le lacrime, le stesse che riempiono gli occhi del protagonista, causate dall'ostinazione con cui guarda contro sole, per non perdere il contatto, almeno visivo, con lei.
Una lei che rappresenta la casa, gli affetti, le radici, i legami che, nel momento della separazione assumono importanza enorme.
Il marinaio soffre per questo distacco, ma sa che, come si capisce dal suo misero bagaglio, il suo sarà un ritorno temporaneo, perchè il mare chiama e i baci di cui sente già la mancanza li potrà dare soltanto sulla fotografia della sua amata.

Le versioni remixate di alcuni pezzi non aggiungono granchè alla bellezza del disco; anzi in alcuni casi, jamin-a e la stessa Creuza de mà, ottengono risultati assolutamente inferiori all'originale.

Molto interessante è la compilation live in genovese del secondo cd, dove, oltre a buona parte dell'album, con alcuni interventi parlati che approfondiscono le tematiche dell'album, troviamo una bella versione di due pezzi de “Le nuvole”, il seguito di Creuza de mà, quali “A' cimma” e il rock blues di Megu Megun, il cui protagonista, tra intrecci, inciuci e sotterfugi, poteva benissimo far parte dell'odissea ligure del disco precedente.

A chiudere una versione di D'a mae riva di una bellezza abbagliante, con la voce del compianto Andrea Parodi a toccare vette di pura emozione, mentre racconta le pene di chi si sta allontanando; il video facilmente recuperabile di quella esibizione, registrata a Siena nell'estate 2004, mostra un Parodi già malato e sofferente, la cui interpretazione commuove dopo pochi versi.

La sirena del porto che apre l'album simboleggia l'ingresso, ma anche l'uscita dal porto di una imbarcazione.
Si resta incantati, davanti alla banchina, nel vedere il movimento delle navi, immaginando chissà quali creuze seguiranno, prima di ritornare a destinazione.

Un disco attuale, come non può che essere un disco che parla di movimento, di emigrazione, di intreccio e miscuglio di gente, parole, suoni, odori e vite. 
Un disco eterno.





lunedì 17 marzo 2014

Come un insetto



mi muovo lungo un ipotetico perimetro
percorsi spigolosi, solo a me visibili
svolte improvvise, curve a gomito
cerco l'uscita, ma non cambio andatura
mi ostino sugli angoli
mi arrovello su linee spezzate
ma so di non essere destinato qui
però giro, svolto e ritorno
quadrati concentrici
rombi inspiegabili
a mezzo metro da me, la libertà
ma nessuno può indicarmela
come un insetto traccio le mie rotte
e da solo cerco i traguardi
se devo restare costretto
in un quadrato impalpabile di prigionia
per lo meno fingo di averlo scelto
fingo che la scelta sia stata mia

venerdì 14 marzo 2014

Bruce, i Bee Gees e gli anni 70 a New York - Brisbane 26 febbraio 2014



Nel corso del recente tour in sudafrica, australia e nuova zelanda, più di una volta bruce ha iniziato il concerto con una cover "vicina" al paese dove stavano suonando.
Una bella consuetudine, già sperimentata in sudamerica, dove bruce eseguì pezzi di victor jara, leon gieco e raul seixas.
Il tour, partito da johannesburg, ha esordito con un pezzo degli specials dal titolo "nelson mandela", per poi approdare in australia, dove sono stati "ringraziati" gli ac\dc con highway to hell, i saints, la cui "just like fire would" compare nel recente album, per poi finire in nuova zelanda con una imprevista digressione nella hit parade attuale, con il pezzo di lorde, royals.
In tutto questo, la data di brisbane ha però un valore diverso, a partire dalla cover scelta.
L'inizio di quel concerto è stato affidato, incredibile a dirsi, ad un pezzo dei bee gees, la famosa stayin' alive, colonna sonora de "la febbre del sabato sera".

Quello che mi colpisce di quel concerto non è solo la scelta curiosa della cover, quanto l'atmosfera che, partendo da quel pezzo, si è creata allo stadio di brisbane.

Stayin alive può sembrare una scelta lontana anni luce dall'immaginario springsteeniano, ma leggendo il testo ho scoperto esattamente il contrario. Le aspirazioni, i sogni, la voglia di emergere del protagonista della canzone e del film non si distanziano poi così tanto da quelle di altri protagonisti, di altre canzoni.

Ecco perchè, quella sera a brisbane, per una buona parte del concerto, bruce ha messo in scena una meravigliosa rappresentazione della new york anni 70, quella magari meno luminosa, quella dei vicoli, quella con gli sbuffi di vapore che escono dai tombini, quella in bianco e nero o virata seppia, quella dei bidoni all'angolo, appena a fianco delle scale che scendono verso la metropolitana.

Ed in un infantile gioco, mi piace immaginare che l'idea gli sia venuta partendo dal testo dei bee gees

Well, you can tell by the way I use my walk,
I'm a woman's man: no time to talk.
Music loud and women warm, I've been kicked around
Since I was born.
And now it's all right. It's OK.
And you may look the other way.
We can try to understand
The New York Times' effect on man.

chi parla è sicuramente un uomo che combatte, che perde spesso, ma non si dà per vinto, che crede di potercela fare grazie anche alla comunità dove vive

Whether you're a brother or whether you're a mother,
You're stayin' alive, stayin' alive.
Feel the city breakin' and everybody shakin',
And we're stayin' alive, stayin' alive.

ma soprattutto

life goes nowhere, somebody help me

Una versione meravigliosa del brano, che spogliato dal ritmo dance, diventa un soul accattivante, grazie soprattutto ai tre coristi.

Ma stiamo sul pezzo, perchè la canzone successiva è questa

I had skin like leather and the diamond-hard look of a cobra
I was born blue and weathered but I burst just like a supernova
I could walk like Brando right into the sun, then dance just like a Casanova
With my blackjack and jacket and hair slicked sweet
Silver star studs on my duds, just like a Harley in heat
When I strut down the street, I could feel its heart beat
The sisters fell back and said, "Don't that man look pretty"
The cripple on the corner cried out, "Nickels for your pity"
Them gasoline boys downtown sure talk gritty
It's so hard to be a saint in the city

Il legame c'è, mi sembra evidente, i due protagonisti forse non sono la stessa persona, ma camminano sulle stesse strade, ballano entrambi, perchè tony manero voleva essere come casanova in effetti, hanno la grinta necessaria per resistere in quei vicoli, in quelle stazioni della metro abbandonate, circondati da prostitute e delinquenti. 
Anche il protagonista di stayin' alive sa, sa benissimo, quanto sia duro essere un santo, qui in città.

Ma la NY di quel periodo non è solo dura, sa essere anche ricca di colori, suoni, e personaggi curiosi, di quelli che si incontrano solo lì, ma unicamente in certi orari, ed ecco quindi che il nostro autista di pullman ce li introduce

Wizard imps and sweat sock pimps 
Interstellar mongrel nymphs 
Rex said that lady left him limp 
Love's like that (sure it is) 
Queen of diamonds, ace of spades 
Newly discovered lovers of the Everglades 
They take out a full-page ad in the trades 
To announce their arrival 
And Mary Lou, she found out how to cope 
She rides to heaven on a gyroscope 
The Daily News asks her for the dope 
She said, "Man, the dope's that there's still hope" 

tornando al secondo pezzo, insieme a questi strani figuri, sembra di vedere anche i saggi della metropoltana che sembrano degli zombie ed insomma il o i nostri protagonisti sembrano quasi perdersi, attorniati da cotanta umanità.
Non a caso, sempre secondo il mio futile giochino iniziale, il pezzo successivo dice questo:

I stood stone-like at midnight, suspended in my masquerade
I combed my hair till it was just right and commanded the night brigade
I was open to pain and crossed by the rain and I walked on a crooked crutch
I strolled all alone through a fallout zone and come out with my soul untouched
I hid in the clouded wrath of the crowd, but when they said, "Sit down," I stood up
Ooh... growin' up

come dire, che se dobbiamo giocarci la vita, in questa new york che sembra uscita da un film di scorsese con sceneggiatura di frank zappa, usiamo le nostri armi migliori: cuore, anima e fantasia, quella ne serve proprio tanta, per restare vivi, per provare ad essere santi, per resistere:

I swear I found the key to the universe in the engine of an old parked car
I hid in the mother breast of the crowd, but when they said, "Pull down," I pulled up

La prima parte di concerto si chiude con una festa, una festa di compleanno di chi sta crescendo, una festa dove troviamo altri personaggi che starebbero bene nelle discoteche anni 70, dove magari cambierebbero la musica, ma sarebbero sicuramente in pista a trascinare gli altri:

Crazy Janey and her mission man
Were back in the alley tradin' hands
'Long came Wild Billy with his friend G-Man
All duded up for Saturday night
Well, Billy slammed on his coaster brakes
And said, "Anybody wanna go on up to Greasy Lake?
It's about a mile down on the dark side of Route 88
I got a bottle of ros so let's try it
We'll pick up Hazy Davy and Killer Joe
And I'll take you all out to where the gypsy angels go

gli spiriti nella notte sono quelli che riescono a resistere meglio, forse, in questo delirio, in questo calderone, sono quelli vivi, gli unici che vivono veramente. 
5 canzoni e un  mondo, 5 pezzi e un firmamento di ipotetiche stelle del cinema, di un cinema sotteraneo e clandestino, dove gli spettatori sono pazzi come gli attori, pazzi ma splendidi.

Se proprio dobbiamo tornare agli anni 70, ecco che tutti questi personaggi, dal ballerino dei bee gees a janey la pazza, possiamo immaginare di trovarli in una scuola d'arte, come quella di "fame", dove ognuno per la sua strada, cercano un posto nel mondo, un modo per andarsene, la chiave dell'universo. 
E si, tra il ballerino pieno di brillantina e il timido e visionario ragazzo con la chitarra sempre a tracolla, ora, la differenza sembra molto ma molto meno evidente

Sembra logico pensare, leggendo la scaletta, che questa prima mezz'ora di concerto abbia poi fatto pensare a bruce di riproporre per intero il suo secondo album, quel "the wild the innocent and the e street shuffle" così pieno di personaggi, luoghi e situazioni del tutto simili a quelle di cui ho raccontato sopra.
Così a brisbane si sono ritrovati anche kitty, catlong, rosalita, spanish johnny, puertorican jane, diamond jackie, billy e tutta quella carovana di magnifici perdenti che hanno riempito la prima parte della carriera di bruce.

Spanish Johnny drove in from the underworld last night 
With bruised arms and broken rhythm in a beat-up old Buick 
But dressed just like dynamite 

Forse incident tra tutte, qui a brisbane eseguita in modo stellare, è la più vicina alle tematiche di stayin' alive, a partire dalla presenza forte della comunità sudamericana e dalla presunta brutta fine che farà il protagonista.

Quello che sta succedendo a brisbane è, come detto, la rappresentazione di una buona parte dell'universo che ha popolato le canzoni di bruce, nel luogo che a loro più si confà, quella new york che per un volgare ragazzotto di rumson appare enorme, cattiva, spaventosa, ma proprio per questo terribilmente affascinante e stimolante.

She says "Those romantic young boys 
All they ever want to do is fight" 
Those romantic young boys 
They're callin' through the window 
"Hey Spanish Johnny, you want to make a little easy money tonight?" 

Il tutto si conclude, come potrebbe essere altrimenti? con un inno a questa madre\matrigna, santa e puttana, cannibale e ricca di opportunità.
Con una serenata.

Billy he's down by the railroad tracks 
Sittin' low in the back seat of his Cadillac 
Diamond Jackie, she's so intact 
As she falls so softly beneath him 
Jackie's heels are stacked 
Billy's got cleats on his boots 
Together they're gonna boogaloo down Broadway and come back home with the loot 
It's midnight in Manhattan, this is no time to get cute 
It's a mad dog's promenade 
So walk tall or baby don't walk at all


Cala dunque il sipario, su questo viaggio a ritroso, in un posto ed in un tempo che non ci sono più.
Ciao New York, ciao anni 70.

Hei baby, non vuoi prendere la mia mano?
Fatti una camminata con me per Broadway


mercoledì 5 marzo 2014

il pagellone - febbraio


Omar Pedrini - Che ci vado a fare a Londra (Storie dal pianeta blu): 6,5



Old Memphis Kings - Haven't you heard vol.1: 7



Benmont Tench - You should be so lucky: 7



David Grissom - How it feels to fly: 7



Nobraino - L'ultimo dei Nobraino: 6,5



Zen Circus - Canzoni contro la natura: 6,5



Alberto Bertoli - Bertoli: 7



Eugenio Finardi - Fibrillante: 5



David Crosby - Croz: 8



John Butler Trio - Flesh and blood: 6,5