giovedì 5 luglio 2018

Padova ed il diritto alla felicità (nostra e dei Pearl Jam)


(Foto di Graziella Russo)



Per provare a spiegare cosa pensi io dei Pearl Jam oggi, nel 2018, 26 anni dopo averli conosciuti, vi racconto due episodi del concerto di Padova di qualche settimana fa.

Black, cantata come al solito insieme al pubblico, che si conclude con l’ormai classico coretto che pian piano sostituisce i musicisti e allunga la canzone a seconda dello stato d’animo di Eddie.

A Milano nel 2006 la cosa fu talmente spontanea e partecipata che Vedder si commosse e ringraziò dicendo “avete sistemato il mio cuore infranto”.
A Padova, 12 anni dopo, Eddie ha guardato il pubblico, lo ha incitato a cantare e poi è scoppiato in una risata felice.

Ancora più chiaro, per la mia spiegazione è il momento di Alive, a tutt’oggi indiscusso simbolo della loro carriera, con il suo carico di turbe giovanili, dubbi pesantissimi (sei ancora vivo, mi disse, ma me lo merito? E se fosse così chi potrebbe dirlo?) e catarsi.

Per introdurla, cosa già particolare, perché soprattutto ad inizio carriera Eddie parlava pochissimo, Vedder si lancia in un aneddoto relativo alla sfortunata serata di Venezia di qualche anno fa, quella del nubifragio e del concerto annullato, racconta di amici, di cene andate per le lunghe, battelli persi e necessità di trovare un posto per dormire, racconta di personaggi poco raccomandabili e mogli incazzate.

Un paio di minuti dove nonostante la difficoltà della lingua (sopperita in parte dal tentativo sempre apprezzabile di leggere le traduzioni in italiano) in pochi all’Euganeo non scoppiano a ridere, vuoi per i padroni di casa cocainomani, vuoi per quel “Oh Jesus Christ!”  così spontaneo ed empatico.
Il tutto senza capire dove volesse andare a parare.

“E quella volta esclamai sono felice di essere ancora vivo!” dice mentre Stone attacca il loro riff più celebre.

Ma come? Un brano così drammatico, che parla di padri ignoti e di quello già detto sopra, introdotto da una storia da bar?

Il punto, a mio avviso, è questo: Eddie Vedder oggi è una persona felice, felice e serena. Consapevole del suo ruolo, consapevole della situazione del suo paese, niente affatto impaurito nel prendere posizione.
Ma felice.

Di fronte a questo, ci si può allontanare da un gruppo che partendo dai malesseri e dall’introspezione anche molto cupa riusciva ad arrivare ad una catarsi molto positiva e che forse oggi in certi brani, di quelli più recenti, viaggia col pilota automatico (Can’t deny è proprio leggerina).

Oppure, preso atto di questo, si può apprezzare la loro professionalità, la loro grande carica e la loro passione nel riproporre i loro brani più vecchi senza che questi perdano di credibilità, nemmeno dopo introduzioni semiserie. Oppure si può essere contenti per lui, per loro e in qualche modo con loro; loro che hai conosciuto da ragazzo parecchio disorientato e che ti hanno accompagnato, non importa se con album più o meno memorabili (più i primi dei secondi, comunque) ma con quella onestà di fondo, quella capacità di parlarti che non è mai venuta meno, nemmeno nella succitata Can’t deny, leggerina si, ma utile nel ricordare di metterci la faccia, sempre.

A Padova sono arrivato molto, ma molto impaurito per le condizioni della voce di Eddie, il concerto di Londra annullato, quello di Milano a mezzo servizio, forse meno. Preoccupato al punto da rilassarmi solo quando sulla pagina ufficiale del gruppo è comparso il manifesto della serata, a conferma che il concerto si sarebbe tenuto, evento che almeno io non davo affatto per scontato.

A 25 anni dalla prima volta, nemmeno troppo distante da qui, Verona in apertura degli U2, i PJ sono oggi  dei classici del Rock; lo si capisce da come stanno sul palco, da come suonano, dall’età media del pubblico, oltre che dalla loro.

Musicisti incredibili che per 2 ore e 45 minuti mi hanno rinfrescato la memoria sui tanti motivi per cui li ho amati da subito.
Fugati rapidamente i dubbi sulla voce di Eddie, dopo la partenza tranquilla esplodono in un vortice di rock che pesca a piene mani dai loro primi dischi, con Daughter utile a tirare il fiato e a dichiarare ancora la propria posizione politica, prima di una meravigliosa e da me inaspettata Red Mosquito (insieme a God’s dice la sorpresa della serata).

Mind Your Manners mostra il fianco alla produzione antecedente ad essa, ma Down riassume in una sola strofa quello che è il loro insegnamento a me più caro “Non puoi essere neutrale, su un treno in movimento”, frase nemmeno loro, ma adattissima alla loro storia ed ai miei ideali.

Spin the black circle e Porch mettono a dura prova la resistenza del pubblico, in un Euganeo orribile da un punto di vista estetico, ma funzionale e soprattutto parecchio pieno.

Primo bis che inizia riflessivo con il quadretto familiare e comunitario di Small Town e la psicanalisi in note di Inside Job (capolavoro a firma del gigantesco Mike McCready), prosegue con Once e Betterman, oltre alla Black di cui ho già raccontato.

Accoppiata clamorosa Crazy Mary e Rearviewmirror, la prima in una versione dilatata da assoli preziosi di Boom e Mike, che si alternano ed accavallano per una decina di minuti di assoluto godimento.

“Quello che ti fa più paura, potresti trovarlo a metà strada” cantava la brava Victoria Williams in questo splendido ritratto americano, tra i matti del villaggio, i vagabondi ed una bottiglia che in ogni caso si deve condividere.

Lascio che la musica mi avvolga e mi investa, gustandomi ogni singolo istante, come si capisce dalla foto, scattata proprio durante questa canzone.

RVM frantuma ogni resistenza, brano che adoro da sempre, porta con sé una forza che nessuna valvola di sfogo ha mai eguagliato, finalmente le ombre si stanno diradando canta Eddie, frase oggi ancor più vera di allora, per lui, ma anche per me, che con le loro canzoni sono passato attraverso momenti brutti, pessimi e orrendi, ma che ora posso godermela senza sentirmi dentro quella rabbia che spesso tiravo fuori grazie all’ugola di Vedder.

Si riprende con Smile e la già citata Alive, che introduzione a parte è comunque un pezzo che non dovrebbe mai mancare nei loro concerti; sui dubbi sul meritarsi di essere vivo non ci hanno costruito solo loro qualcosa, ma ancora oggi spesso è un quesito che mi torna alla mente, soprattutto da quando lavoro a contatto molto più stretto di prima con il dolore e la morte stessa.

Un brano che mi si è appiccicato addosso da quando la ascoltai nella mia “young man’s room” e che funziona benissimo da personale cartina di tornasole.

Baba O’Riley ed Indifference chiudono la serata, perché sarà pur vero che qui è tutta una “teenage wasteland”, ma queste tre ore mi hanno ricordato l’importanza di urlare fino a riempire le stanze di quella che chiamo casa e che per quanto veleno si possa ingoiare, arriverà il momento in cui ne diventeremo immuni.

Questa è la differenza, la differenza tra uno spettacolo rock ed un loro concerto. Il fatto che alla fine, il motivo per continuare a credere in quello che si fa, nelle proprie idee, sia più forte di ogni pugno ricevuto.

Ed allora come cantava Daltrey, abbiamo diritto ad una Sally da tenere per mano, per raggiungere un posto là, verso sud, prima di essere troppo vecchi.
Fa strano cantare questo brano, in uno stadio dove l’età media è ben oltre quel “hope I die before I get old” degli stessi Who; strano ma intenso, perché alla fine ben più della carta di identità, sono i nostri valori e le nostre emozioni a tenerci se non giovani, sicuramente vivi, valori per i quali debba valere la pena combattere, canzoni per le quali valga la pena commuoversi, dentro le quali vedersi e conoscersi meglio.

Sono un gruppo felice oggi i PJ, suonano rilassati, consapevoli di essere per certi versi dei sopravvissuti, ma non per questo appagati o annoiati. La loro ferocia sugli strumenti mi ha confermato quella che io ritengo la loro dote principale, che va oltre la qualità dei singoli brani, ossia la buonafede.

Cantare Alive a 50 anni suonati non è la stessa cosa che cantarla a 25, ovvio, ma cantarla oggi significa avere ancora chiara la responsabilità che ci si assume salendo su un palco davanti a persone, ragazzi, uomini e donne, che dentro i tuoi pezzi cercano motivi e spunti per dire si, mi merito di essere ancora vivo.



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