martedì 5 gennaio 2016

Non è mai stato qui - Geddo ed il manuale delle istruzioni



Quando avevamo 14 anni, quelli che ne avevano 16 o ADDIRITTURA 17 sembrava che venissero da altri pianeti.
Noi maschietti mediamente brufolosi e terribilmente segaioli li guardavamo come si guarda un alieno appena entrato in un bar.
Le ragazze nostre coetanee ovviamente se ne innamoravano follemente, sempre, il che credo fosse una cosa normale se non che poi due anni dopo, di me non si innamorò nessuna quattordicenne, come ritenevo giusto, anzi come PRETENDEVO che accadesse.
I nostri “alieni” me li ricordo eccome, erano tanti, erano una compagnia enorme, si divertivano, erano alla moda e soprattutto con loro c'era TANTA FIGA.
Le nostre coetanee ovviamente, oltre a tutte, ma proprio tutte le protagoniste dei nostri sogni (auto)erotici dell'epoca.
Me li ricordo eccome, c'era il bello, il simpatico, il brillante, lo sportivo, il divertente.
E il cantautore.

Si, il cantautore, quello ironico, che sembrava perfino riservato. Quello che suonava la chitarra e  incantava tutti come cobra dentro le ceste. Non quello triste tipo scena del toga party in animal house, sia chiaro, no no.
Il cantautore in questione ora che di anni ne abbiamo parecchi di più e la differenza conta molto meno è un mio caro amico nonché colui che ha dato il via al mio incessante ed apparentemente interminabile giro su questa giostra fatta di riviste, libri, concerti, festival, serate, video, associazioni culturali, poesie.

Davide Geddo, in arte solo Geddo canta, suona e scrive da quei giorni là, degli alieni e delle fighe.
Innamorato da sempre di Dylan, voce nasale, scrive di cosa e di chi gli sta attorno con una intelligenza ed una ironia rare.
In effetti mi ricordo una sua canzone intitolata “Io li ho visti crescere” dedicata ai suoi amici e cantata nei primi anni 90 ad uno spettacolo parrocchiale.
Ricordo di averlo visto suonare con un gruppo  rock-blues chiamato Fine Cats e soprattutto da qualche anno, apprezzo molto il suo stile cantautorale che pur avendo dei riferimenti ben precisi, ha spunti originali e a volte spiazzanti.

Sta lavorando al suo terzo disco, ma anche se con estremo ritardo, tipo appunto un disco di ritardo, vorrei parlare del suo album “Non sono mai stato qui”, uscito a fine 2012.

Pur affermando di non esserci mai stato, Geddo “qui” sa bene come funzionano le cose ed io ho sempre letto in questo album una sorta di manuale di sopravvivenza proprio per quelli costretti a stare QUI, anche se non vorrebbero e preferiscono negarlo, soprattutto a se stessi.

Venezia apre il disco con coordinate geografiche e di pensiero ben precise; l'impossibilità di cancellare sentimenti e persone tornerà ancora nell'album, ma qui si racconta attraverso la metafora di una città troppo impegnata a specchiarsi in un passato ingombrante da dimenticare di curare il suo presente; la donna che vive questa situazione probabilmente non se ne rende conto, ma si sta spegnendo, anche se chi canta sa che con lui c'erano sogni, progetti e canzoni di Guccini, a differenza di oggi quando le resta solo una passeggiata per mano con un fesso.
Dicono che io è invece una bellissima esortazione ad una persona cara, sia un amore, un'amicizia o addirittura, visione mia, un figlio. Credo forte in te, non perdere il messaggio, Geddo sprona il destinatario del pezzo, rivendicando una presenza ed una vicinanza che ben si sposano a diversi tipi di relazione.

Angela e il Cinema invece si colloca al centro di un incrocio dove confluisce il Ligabue di Bambolina e Barracuda, Fred Buscaglione e Joliet Jake Blues che parla alla sposa abbandonata sull'altare. Pezzo dal sound quasi anni 50, racconta una situazione tragicomica aggiungendoci swing e humour, al punto che quasi ci viene voglia di stare col fedifrago, la cui simpatia dovrebbe salvargli la vita.

Tristano si che sa come ci si comporta. Quindi da lui ci facciamo volentieri dettare delle regole da rispettare con attenzione e se qualcuno si stesse chiedendo se dico sul serio, gli basti sapere che la prima regola è EVVIVA IL VINO. Una canzone che sembra uscita dai provini del primo Capossela, prima che si perdesse in deliri di onnipotenza, sia per il testo che per il ritmo.

Quando dico che questo album è in realtà un manuale di istruzioni, Stare Bene è il primo esempio che mi viene in mente. Ballata acustica in punta di chitarra, traccia una soluzione talmente semplice da essere geniale: per stare bene, in effetti, basta stare bene. Insomma, dice anche altro però il discorso è questo, abbiamo mille modi per stare bene, dal giocare con un bambino all'andare ad un concerto, usiamoli.

Per quanto riguarda l'amore, Geddo ci racconta e ci spiega come affrontare non tanto la fase propria dell'innamoramento tra simili, bensì la fase immediatamente successiva: il Post Amore, appunto.
Invece di abbruttirci tra confezioni maxi di fazzolettini per il pianto e di gelato doppia panna, accompagnato dalla bellissima voce di Chiara Ragnini, Davide propone una strada diversa, dove mantenere la dignità, la lucidità e l'autocritica. Che poi diciamolo, tra i tanti danni che sta facendo facebook all'universo, le giaculatorie degli innamorati respinti sono peggio delle sette piaghe d'Egitto.

Equilibrio è a mio avviso il capolavoro dell'album, amore e rimpianti, una storia amara e non conclusa, le difficoltà di mantenere saldi i rapporti mentre tutto attorno sembrano tutti pazzi e le stelle “se ne battono i coglioni”. I due protagonisti si attraggono e respingono, e la vernice blues che esplode ci ricopre di amarezza. Le tematiche presenti nel disco qui vengono condensate in 6 minuti di forte intensità.

Dall'amore alleggerisce un po' l'atmosfera, ma sia Geddo che l'amico cantautore Sergio Pennavaria si ritrovano intrappolati in un traffico di equivoci e sentimenti travisati. Le rotonde potrebbero salvarci, l'ironia lo fa sicuramente, del resto a noi che ce ne frega, l'amore è un incidente.

Altra perla assoluta del disco è La campionessa mondiale di sollevamento pesi; esercizio non facile, Geddo si immedesima perfettamente nella protagonista femminile, una di quelle persone che spesso si incontrano, pronte ad annullarsi davanti a chi le considera solo dei ripieghi o appunto strumenti per reggere pesi e frustrazioni. Non è da tutti riuscire ad essere credibili in contesti del genere, ma Geddo qui dimostra qualità importanti. Alla fine si tifa comunque per la protagonista, un po' per immedesimazione, un po' per senso di colpa, resta il fatto che tutti vogliamo che lei lo lasci in mezzo alla strada coi suoi mille chili di merda.

Piccolina è forse l'altra faccia della medaglia del pezzo precedente, Una gara di velocità verbale per raccontare quei momenti dove si ha bisogno solo di qualcuno che ci tenga compagnia, senza pretese o impegni. Una sveltina divertente e corroborante insomma, che male non fa. Mai.

Con Sole Rotto invece si torna al guardarsi indietro, con malinconia ma soprattutto con serenità, si cerca quantomeno di accettare che il destino non sempre ci porta dove e con chi avremmo voluto, ma ci lascia comunque la possibilità di ricordi che anche se vanno sfumando sono sempre agrodolci ed in fondo piacevoli.

Un pugno in un muro cambia per un attimo le carte in tavola e racconta con una precisione fantastica quello che succede a fidarsi dei cantanti e soprattutto delle canzoni; Geddo ci mette in guardia, ma sa benissimo di essere lui stesso vittima e carnefice, intrappolato in quel suono un po' oscuro che alla fine quel muro a noi che dalla musica chiediamo sempre troppo, ci viene voglia di buttarlo giù.
Amori veri, finiti o sognati, Nancy fa forse parte di questa ultima categoria, ma resta il fatto che è ben presente nella mente del protagonista. Pezzo dove emergono riferimenti musicali ben definiti, Guccini e Fossati su tutti.

L'astronave di provincia è autobiografica e racconta meglio di come ho fatto io ad inizio articolo il contrasto tra amicizia e disorientamento nella riviera ligure.
La title track chiude il disco con un gioco di sovrapposizioni e flussi di coscienza, una sbornia o una riflessione forse troppo profonda causano confusione e disorientamento. Non è chiaro se il non essere mai stato qui sia un dato di fatto o alla fine un desiderio.

L'impressione alla fine di questo disco è appunto quella di aver ricevuto ottimi consigli, di quelli che si danno e si ascoltano ad una tavola imbandita e apparecchiata per gli amici. 
Sono molto curioso di capire che direzione prenderà la musica di Geddo nel prossimo album, perchè in questo da l'impressione di padroneggiare diversi linguaggi e di saperli sapientemente dosare per una formula originale e coinvolgente.
Anche se dice di non essere mai stato qui, date retta alle sue canzoni e qui forse almeno noi ci staremo un po' meglio.


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