mercoledì 30 novembre 2016

UNDICI VOLTE SU LA TESTA!!!




Su BRG Radio una puntata dedicata interamente all'undicesima edizione di Su la testa, che inizia giovedì al Cinema Teatro Ambra - Albenga (SV)
Una breve presentazione a cui seguiranno i brani degli artisti partecipanti a questi 3 giorni di musica e teatro.

Ecco i brani trasmessi

Vincenzo Costantino Cinaski - Niente è grande come le piccole cose
Margherita Zanin - Travel Crazy
La Scapigliatura - Margherita
Mario Venuti - Veramente
Sam & the Band - Dear Grace
Giacomo Toni - Come una specie di mezzo matto
Le Canzoni da Marciapiede - Voglio un uomo
Antonella Ruggiero - Vacanze Romane
Pinzone - Riflessi
Elisa Rossi - Da qui
Têtes des bois - Avanti Pop
L'Orage - Skyline

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lunedì 21 novembre 2016

Belìn che canzoni! Su la Testa On the Road!!



Domenica 20 novembre, invece del mio programma sulla storia del rock Championship Vinyl, ho dedicato su BRG Radio una puntata al Festival Su La Testa ed in particolare alla rassegna Su la Testa On the Road che si sta tenendo in questi giorni in diversi locali della riviera e che ho contribuito ad organizzare.

Un mese dedicato alla "Musica che ci gira intorno", ai musicisti locali che cercano di emergere, al talento nascosto nella nostra provincia e che con ostinazione cerchiamo di valorizzare.

Un mese in posti vecchi e nuovi, con amici vecchi e nuovi e soprattutto tanta bella musica.

Ecco i musicisti coinvolti


  1. Ivano Fossati - La musica che gira intorno
  2. Geddo - Cammina cammina
  3. Michele Savino - L'ultimo giorno di stage
  4. 4REAL - Change my mind
  5. Ginez - Rapina
  6. Vico 28 - Gufi e rondini
  7. Sergio Pennavaria - Il Collasso
  8. 4sixtyfive - Consapevole
  9. Dagma Sogna - La tua verità
  10. Chiara Ragnini - Tra le Foglie
  11. Edoardo Chiesa - Ti rispondo
  12. Blue Scarlet - Lei
  13. The Londonpride - Mr. Kind


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venerdì 18 novembre 2016

L'ambizione mangia le unghie del successo - 25 anni di Achtung Baby



25 anni da Achtung baby!!!!

25 anni oggi dalla pubblicazione di quel disco metallico, oscuro, affascinante, con il quale gli u2 diedero una svolta inaspettata alla propria carriera, dopo i fasti di The Joshua Tree e l'apoteosi di Rattle and Hum.

Si parte con Zoo Station, sono pronto dice Bono in pelle nera e distorsore per la voce.
Avevano salutato il nuovo decennio con i concerti a dublino, dimentica il passato, celebriamo il futuro, diceva all'inizio dello show.

Sono pronto per il gas esilarante, sono pronto per dire di essere contento di vivere.

Achtung, però, state attenti, le cose sono cambiate.
Ed in effetti l'epica degli ultimi album lascia il posto ad un sarcasmo feroce e tagliente, che poi troverà la giusta dimensione nei tour successivi, più quello di Zooropa, che sviluppò ed ampliò le idee dello zoo tv tour fino ad un punto di non ritorno.

Dopo aver celebrato e corteggiato l'america, gli u2 tornano all'europa, quella delle mille possibilità ed incognite, del muro crollato, delle frontiere che sembrano cadere, sembra un sogno, anche meglio della realtà.

Siamo uno, ma non siamo la stessa cosa, dobbiamo sostenerci, canta Bono in One, che diventa un classico non appena uscito, le differenze sono risorse, ma anche pericoli, se non ci sosteniamo.

Attenzione, Achtung, Love is a temple

Amore e tradimento, achtung, attenzione, c'è cascato pure Nostro Signore, come racconta lo stesso Giuda

Nel giardino stavo facendo la puttana
Ti ho baciato le labbra ed infranto il cuore

sarà questo, che ci porterà alla fine del mondo

Amore, libertà, sesso, mistero, il tutto raccontato attraverso cavalli da domare e donne crudeli, testi obliqui ed aperti a diverse interpretazioni, un suono nuovo, europeo, a volte quasi gotico

La mosca che vola attorno all'uomo per dimostrarne la vacuità, cinismo purissimo, distillato come veleno, la disillusione dopo le battaglie, gli occhiali neri dopo aver impugnato la bandiera bianca, ci sono un sacco di cose che rifarei, se solo potessi.

Cinismo e mistero, vie misteriose per crescere ed innamorarsi, la vita non è così definita come sembrava, ci sono vicoli e c'è del buio, 

A capofitto, attraverso messaggi trasversali e richieste di aiuto, un nuovo millennio alle porte, dubbi e paure, curiosità e timore, si cerca una guida, ci prova ad essere una guida, chiamami, non vedo l'ora

E devo essere
Un acrobata
Per parlare così
Poi comportarmi in quel modo
E puoi sognare
Allora sogna forte
non lasciare che i bastardi ti schiaccino

conclusione dedicata all'amore, che con l'arrivo dei tempi nuovi diventa quasi un difetto, un limite, ma comunque da difendere, sono cieco, cieco per colpa tua, cieco perchè non voglio vedere, abbracciami.

Con questo album gli u2 svoltarono decisamente rispetto ai dischi precedenti, come detto, accantonando l'anima rock ed americana per la costruzione di un suono più introspettivo, come se cercassero un momento di analisi e riflessione.

Ricordo perfettamente con che impazienza attesi la prima visione del video di Zoo Station ed altrettanto perfettamente mi ricordo la mia reazione, spiazzato, confuso, incredulo: EH????

Un brano che sembra sul punto di accelerare ma che non lo fa mai, quasi a dirti beffardo che no, non andrà come pensavi, c'è qualcosa di diverso nell'aria. 
Non si riferiva solo alla musica.

Un momento di rottura molto forte e coraggioso, un disco che ancora oggi rappresenta benissimo quell'epoca piena di aspettative ma anche di presagi.
Peccato che le prime siano andate deluse ed i secondi fossero fin troppo ottimistici.

L'alba arriva come sangue al naso
Ti fa male la testa e non riesci a respirare
Stavi cercando di gettar le braccia intorno al mondo
Quanto lontano arriverai 
Prima di perdere la strada di casa?


giovedì 17 novembre 2016

Born in the USA e l'edonismo reaganiano



Eppure Bruce ci aveva provato in tutti i modi, a spiegarcelo.

Mi riferisco alla regina assoluta delle canzoni travisate, Born in the USA
Già ben equivocata appena uscito l'omonimo album, questa canzone continua tuttoggi ad essere presa come una manifestazione di edonismo (termine a cui spesso viene affiancato l'aggettivo "reaganiano", già dimostrando di essere fuori strada) iper patriottico in piena guerra fredda.
Non è così, basta leggerne il testo per capirlo.

nato in una città di morti, il primo calcio lo presi non appena venni al mondo

Dopo aver scritto del trentennale del live 75/85, mi sono piazzato il cofanetto in macchina e me lo sono riascoltato tutto per bene
(aprire parentesi lunghissima sull'ascolto in macchina come unica salvezza per un minimo di godimento della musica)
Ed a parte che la divisione delle tracce nei cd fa cagare, vi faccio notare la seguente sequenza, supponendo di trovarci davanti ad un unico disco

Born in the usa + seeds + the river + war

Anzi, facciamo qualche passo indietro e vediamo come a fare da ponte tra le registrazioni del tour 80/81 e quelle 84/85 ci sia woody guthrie con this land is your land (presentata come una canzone arrabbiata) e poi di seguito i 3 pezzi di nebraska, acustici e spettrali.

Dopo di che deflagra Born in the USA, quell'urlo così frainteso di un figlio respinto, manco il tempo di prendere fiato ed ecco Seeds, l'epopea dei senza casa, in cerca di un futuro per sè stessi e per i figli malconci, costretti a dormire in strada da una crisi che già nei meravigliosi anni 80 mieteva le sue vittime. Un anticipo di The Ghost of Tom Joad, una trasposizione all'attualità dei temi trattati da Steinbeck e John Ford

Ci sono degli uomini accovacciati lungo i binari
L'Elkhorn Special mi soffia i capelli indietro
Tende piazzate sull'autostrada alla sporca luce della luna
E non so dove dormirò stanotte

Non è più semplice, ora che questo brano le è attaccato, capire che il protagonista di quella canzone è un reduce, un reietto, un respinto?

Andiamo oltre, un arpeggio di chitarra ci porta a quella lunghissima introduzione a The River, dove troviamo cose che poi Bruce approfondirà nella sua recente autobiografia: il rapporto col padre, il sentirsi impopolare a casa sua, la paura di andare in vietnam, la morte del batterista di un suo vecchio gruppo. 

Non mi hanno preso
Molto bene.

lo spettro della guerra evidentemente terrorizzava anche il padre, nonostante dicesse di non vedere l'ora di vedere Bruce nell'esercito ed il sospiro di sollievo finisce dritto nell'armonica introduttiva.

The River racconta di un'America povera, che combatte ogni giorno, di gente che vuole continuare a sognare nonostante tutto, nonostante la paura di capire che il suo sogno non era altro che un incubo (o qualcosa di peggio). Siamo sempre lì, siamo sempre nel cortile del reduce, che magari ha la bandiera esposta, ma scopre con dolore che il suo amore verso la patria non è ricambiato. Cosa c'è di edonista in tutto ciò?

Non abbiamo ancora finito.

La chitarra di Nils geme e Bruce ritorna a parlare della sua giovinezza, per dirci che la fede cieca nei nostri leaders ci porterà alla morte. La folla non ha il tempo di ruggire la sua approvazione verso questo monito che la ESB esplode in War, il pezzo di Edwin Starr trasformato in un monolite granitico con il suo testo semplice ma diretto, con le sue domande banali, a cui però non si riesce a trovare una risposta.

Guerra
A cosa serve?
Assolutamente a nulla
Dillo di nuovo
Guerra
A cosa serve?
Assolutamente a nulla

E siamo dunque tornati al vietnam, alla guerra, alla sofferenza, ma anche e soprattutto a questa idea dell'america che è tutto tranne che edonistica, che non mostra i muscoli ma le cicatrici, che i muscoli se li fa venire per arrivare a sera, c'è un'umanità che da sempre cerca di rigare dritto, che non giudica chi come Johnny 99 non ci riesce, che non condanna perchè sa che non spetta a loro condannare, perchè per loro è già difficile vivere, perchè come diceva nel disco precedente "penso che ci sia tanta malvagità in questo mondo"

Questo è a mio avviso il messaggio di Born in the USA, sia della canzone che di tutto il disco, un album che racconta l'America anni 80 si, ma quella che sta ai margini dei riflettori.

Una volta esploso il "fenomeno Bruce" era difficile tenere certe cose sotto controllo, ma anche nel live il messaggio c'era, bastava provare a leggerlo

Son, don't you understand now?





lunedì 14 novembre 2016

Championship Vinyl 23 - Live is Better





Domenica 13 novembre è andata in onda la ventitreesima puntata di Championship Vinyl, il mio programma dedicato al rock and roll in onda su BRG Radio 

In occasione del primo anniversario degli attentati terroristici a Parigi, tra cui il più grave avvenne al teatro Bataclan, per sottolineare la bellezza della vita e della musica, da contrapporre alla morte ed all'odio, BRG Radio per tutta la settimana trasmetterà solo brani registrati dal vivo.

Championship Vinyl ha quindi dedicato la puntata ad alcuni pezzi degli artisti fin qui trattati, ovviamente suonati in concerto, dalla prima esibizione di Elvis, al famoso battibecco tra Bob Dylan ed un fan a Manchester, nel 1966.

Anche Belin Che Canzone era dedicata ad un brano live e l'artista della settimana è Chiara Ragnini



Ecco i brani andati in onda

  1. Elvis Presley - That's Alright, Mama
  2. Chiara Ragnini - Un colpo di pistola
  3. Elvis Presley - Heartbreak Hotel
  4. Elvis Presley - Lawdy Miss Claudy
  5. Johnny Cash - Jackson
  6. Johnny Cash - 25 minutes to go 
  7. Jerry Lee Lewis -  whole lotta shakin goin' on
  8. Jerry Lee Lewis - High School Confidential
  9. Carl Perkins - Matchbox 
  10. Roy Orbison - Only the Lonely
  11. Muddy Waters - Rolling Stone
  12. Bob Dylan - Like a Rolling Stone

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giovedì 10 novembre 2016

Ladies and gentleman, Bruce Springsteen & the E Street Band (30 anni da Live 75-85)



Il 10 novembre 1986 veniva pubblicato Live 1975-85, il primo attesissimo disco dal vivo ufficiale di Bruce Springsteen & the E Street Band.

Già protagonista di numerosissimi bootleg, che ne alimentavano la fama di grande performer, Bruce nel 1986 era una via di mezzo tra Re Mida ed una qualche divinità.
Born in The USA aveva fatto il botto, quello grande ed ora il passo del disco dal vivo era inevitabile.
Vennero fatte diverse supposizioni sulla scaletta del disco e successivamente altrettante polemiche.

Invece di un concerto intero o quantomeno di una serie di pezzi tratti dall'ultimo maestoso tour, Bruce scelse una retrospettiva che partisse dal roxy ed arrivasse al los angeles coliseum.

Colui che già dal 1975 era soprannominato il Jersey Devil per via delle sue performance dal vivo, raccoglieva la prima parte della sua carriera in 40 brani registrati in 10 anni.

L'autunno successivo sarebbe arrivato Tunnel of Love e la storia sarebbe cambiata.

Ladies and Gentleman, Bruce Springsteen & the e street band.


Mettetevi comodi, sembra dire il presentatore della serata al roxy theater di West Hollywood, California, mettetevi comodi che inizia un viaggio lungo ed importante

La mia macchina è qua fuori, se sei pronta per questo lungo viaggio, canta bruce nel pezzo di apertura.

Thunder Road, ovviamente, il pezzo di apertura per ogni cosa, almeno per quanto mi riguarda.

18 ottobre 1975, la storia inizia qui.

Ben prima dei bootleg ufficiali, ben prima del Live in nyc o del Plugged,il primo album dal vivo di Bruce (e di quella ESB tagliata fuori dalla copertina) è ancora oggi il suo live che preferisco; 3 cassette o 3 cd o 5 vinili (ce le ho tutte, ste versioni, quella in cd pure doppia, che vuoi mica non avere l'edizione GIAPPONESE?) con dentro l'epopea di un artista e della sua band, che dai timidi e sparuti applausi di un locale in cui si sentono tintinnare i bicchieri, passano al ruggito di uno stadio da football americano stracolmo, attraverso palazzetti dati alle fiamme da tour irripetibili.

Non sto a farvi la recensione del cofanetto, se avete anche solo sentito nominare bruce sapete di cosa sto parlando.

Vi racconto però una cosa che riguarda soprattutto me.

Nell'inverno del 1986, di rimbalzo, il nome di bruce entrò per la prima volta in casa mia. Probabilmente lo fece già l'estate dell'85, quella del primo san siro, perchè lo lessi sulla mia unica fonte di informazione dell'epoca: la gazzetta dello sport.
Appassionato com'ero di calcio, avevo letto un articolo di quelli da fine estate dove ai calciatori di serie a venivano fatte domande tipo chi è il tuo cantante preferito ed all'epoca molti risposero bruce.
Quindi bruce doveva essere bravo, se i calciatori lo ascoltavano, no?



Lasciato a mantecare lì per un pò, bruce tornò in casa mia l'anno successivo e con l'avvicinarsi del Natale fu inserito nella letterina.
La mattina del 25 dicembre trovai sotto l'albero il cofanetto, versione 3 cassette, che in casa nostra il primo giradischi lo ebbi io, 2 anni dopo.

Avete presente l'espressione CONSUMARE UN ALBUM? ecco, così.

Partendo dalle registrazioni più recenti, perchè ero impallato con Born in the USA e War, entrai per la prima volta nel mondo springsteeniano, per non uscirne più.




Ora sta storia l'hanno già raccontata in tanti e magari anche meglio di me, ma voi dovete immaginarvi le ore, i pomeriggi, le serate INTERE passate attaccate al radione dei miei (quello grande tipo video dei rapper neri, presente?) a sognare di essere a quel concerto, uno qualunque dei tanti inseriti nel cofanetto.
Ricordo perfettamente, lo stereo era tra l'armadio ed il letto, incastrato sotto, io mi sdraiavo, schiacciavo play e partivo.
Era un periodo di crescita, forse anche un po' di maturazione, di sogni, il tutto in un ambiente provinciale e semplice, nella seconda metà degli anni 80.
Tra giacche con le spalline, timberland e pettinature improbabili, quelle ore erano una fuga.

La provincia assorbe con cronico ritardo tutto, nel bene e nel male, quindi della storia del rock io ero ancora all'oscuro, ma dentro quelle canzoni, capisco ora, c'era già tutto, l'alfa e l'omega del mondo da cui oggi sono così ossessionato.

C'era il dolore, la sofferenza, la cupezza dei brani acustici e spettrali, c'era il divertimento dentro quei ritmi frenetici (la seconda cassetta, quella dei tour darkness/river), c'era l'impegno, anche se non soprattutto in quell'urlo straziato e lancinate così clamorosamente frainteso, SONO NATO QUI, SONO FIGLIO TUO, AMERICA NON TRATTARMI COSÌ!

C'era il sesso, cazzo IL SESSO!!!!
Puoi guardare, ma è meglio che non tocchi ragazzo!!! 
La frustrazione di rifiuti e mani allontanate, ehi, ma sta parlando di me!!! Mi è successo l'altra sera!!!! C'era la possibilità che si andasse oltre quindi, si ammicca, si lascia intuire, si fa capire che c'è una dirty annie da chiamare per fare quelle cose!! (mai trovata eh)

Una sera mentre ero dentro ad uno di questi viaggi, lo stereo si mangiò letteralmente la cassetta 2, quella 78\80, quella di cadillac ranch e you can look.
Un dramma, assoluto.
Il nastro era incastrato e a nulla valsero gli sforzi di tutti, ZAC!!

Nell'estate successiva nacque la mia ossessione (UN'ALTRA!!!) per le magliette rock, ma non riuscendo a trovarne una di Bruce feci una scelta diversa; ad Albenga aveva aperto un piccolo laboratorio di una artista che disegnava su stoffa ed io mi feci fare su un vecchio paio di jeans la copertina del live, i jeans ovviamente non li ho più, ma quel disegno deve essere in casa mia, da qualche parte.

Ho regalato quelle cassette alla mia fidanzata un giorno ed ancora oggi sono lì, nella sua camera, quella che ogni tanto diventa la camera delle nostre figlie, quando andiamo dai nonni.

L'intro di pianoforte di Roy che apre il cofanetto è quindi il regalo e l'invito migliore che potessi ricevere.

Ladies and gentleman, salite su, è ora di entrare, il mondo del rock ti aspetta, non fa niente se non ne sai granchè, ci sarà tutto il tempo.

Trovo ancora oggi insopportabile l'esclusivismo springsteeniano, non solo perchè ascoltare solo e sempre un cantante alla fine è noioso, ma soprattutto perchè la musica di Bruce è fortemente educativa proprio di quel mondo che da quel natale iniziai a voler conoscere.
E visto che lui stesso una volta parlò di Thunder Road come di una canzone che apre delle porte, beh la traccia 1 disco 1 di questo regalone mi spalancò un intero universo.

Benvenuto a bordo, dice la voce di inizio cassetta 1, forse non sai cosa sta per succedere, forse non lo capirai subito, ma fidati, sarà qualcosa di speciale.

E speciale continua ad esserlo, 30 anni dopo.

martedì 8 novembre 2016

Championship Vinyl 22 - Indies Nobel Night



Domenica 6 novembre è andata in onda la ventiduesima puntata di Championship Vinyl, il mio programma dedicato al rock and roll in onda su BRG Radio 

Puntata dedicata alle cover dei pezzi di Bob Dylan eseguiti da artisti del rock-folk alternativo, condotta insieme all'amico ed esperto di indie Ivano Tortarolo.

La BELIN CHE CANZONE della settimana è YOU ARE PARANOID dei BRAIN LESS






Ecco i brani andati in onda

  1. You are paranoid - Brain Less 
  2. Dark Eyes - Iron and Wine Calexico
  3. Tangled Up In Blue - Indigo Girls 
  4. Ring Them Bells - Sufjan Stevens 
  5. Leopard-Skin Pill-Box Hat - Beck 
  6. Fourth Time Around - Yo La Tengo 
  7. Stuck Inside of Mobile With The Memphis Blues Again - Cat Power 
  8. Highway 61 Revisited - PJ Harvey 
  9. Knocking on Heaven's door - Anthony and the Johnsons 
  10. One More Cup of Coffee - The White Stripes 
  11. Maggie's Farm - Rage Against the Machine 

Se avete l'audio del pc attivo, è quella che state ascoltando ora e che parte in automatico, oppure, se ciò non accade, potete trovarla qui:

lunedì 7 novembre 2016

Born to Run - L'autobiografia di Bruce Springsteen



Dopo quintali e quintali di libri sul tema, non tutti (per usare un eufemismo) necessari, mister Springsteen decide finalmente di raccontare la sua versione dei fatti.

La vita di Bruce è ovviamente argomento di massimo interesse per chi come me dentro alla sua produzione musicale ci ha vissuto centinaia forse migliaia di vite diverse, di amori, avventure, successi, delusioni consolate e quant'altro sia possibile vivere dentro a delle canzoni talmente radicate nel tuo cuore da essere davvero parte di te stesso.

Bono Vox, quando nel 1999 introdusse Bruce nella  Rock and Roll Hall of Fame, disse che non c'era bisogno di leggere nel gossip per avere informazioni piccanti su Springsteen, perchè la sua vita era dentro le sue canzoni; pur smentendo parzialmente questa affermazione, dicendo che la vita e l'arte sono due cose ben distinte, Bruce però dà ragione all'amico irlandese, in quanto in queste righe ci racconta molte cose che avevamo già intuito nei suoi album.



Il primo punto da affrontare, a mio avviso sta nella volontà dell'autore di smontare molta della epicità che i suoi brani, in special modo quelli più carichi di enfasi, trasmettono tuttora. Il racconto, soprattutto dei primi anni, ha la sua forza nella assoluta normalità, tendente alla sfiga, della vita degli Springsteen. Bruce è una persona che riconoscerà presto di avere un talento e saprà farlo fruttare, ma passando prima attraverso periodi di crescita, sofferenza e dolore che ne forgeranno il carattere e gli saranno di continua ispirazione per tutta la carriera.

Della giovinezza si capisce  principalmente la convinzione e la passione con cui si ostinò a raggiungere quel traguardo, che forse inizialmente non aveva nemmeno ben chiaro, grazie alla sua creatività ed al suo talento. La fatica con cui la sua famiglia sbarcava il lunario segnò profondamente l'immaginario con il quale creare i personaggi che da subito popolavano le sue canzoni, personaggi veri, umani e soprattutto credibili; credibilità che affonda le sue radici, anche oggi dall'alto del suo conto in banca, dall'aver sentito davvero vicino quell'umanità disperata di cui canta da 40 anni. 

Basti pensare a Factory, la canzone perfetta per rappresentare la classe operaia, così piena della vita del padre.



Da un punto di vista "musicale", a prescindere dall'apprezzamento che si può avere verso la sua discografia, questo è un libro da leggere e memorizzare come si fa con i manuali di istruzioni, una sorta di tutorial dove Bruce, novello Aranzulla, raccontando la sua carriera spiega cosa voglia dire davvero combattere per raggiungere un traguardo, senza perderlo mai di vista.

Si dà molta importanza a questo aspetto nel libro, passando sopra spesso ai rapporti familiari, di cui Bruce racconterà molto, ma sempre con pudore e discrezione e soprattutto lasciando inevitabilmente trasparire la sofferenza provata a causa dei problemi del padre, la mancanza del suo amore e l'attaccamento fortissimo alla madre. 

Pudore e dignità, una grande signorilità che appare chiara in diversi passaggi del libro, soprattutto in quelli più delicati, come la causa con Appel ed il divorzio; nel primo caso Bruce non nega i torti subiti, ma riesce comunque a far emergere gli aspetti positivi del ruolo del suo primo manager, senza per questo nascondere il dolore che gli causò. Nei confronti di Julianne Philips invece colpisce la delicatezza con cui si addossa interamente le colpe del fallimento, ancora prima del tradimento, per via dei retaggi infantili che gli facevano, parole sue, aver paura di essere amato.

Viene da sé che dal libro emerga fortissima l'importanza nella sua vita della moglie Patti, persona presente da moltissimo tempo nella sua vita e che qui esce fuori come vera "padrona di casa", capace di accettare ed aiutare Bruce nelle sue versioni peggiori.

Trovo molto più interessante leggere del sostegno reciproco che i due si sono dati e si danno tuttora, piuttosto che ipotizzare nuove relazioni e scappatelle da tour. 
Patti ha sempre dimostrato di meritarsi un posto su quel palco e in questo libro il merito ovviamente viene confermato ed aumentato.



Anche nel menàge familiare colpisce la capacità di Bruce di raccontare la sua vita in modo normale, senza falsa modestia, senza nascondere i privilegi di cui gode, ma senza che questi diventino argomenti eccessivamente interessanti.

La musica, la musica, ecco cosa interessa, la musica!!

Il racconto della domenica sera in cui Elvis si esibì all'Ed Sullivan Show, intriso di quell'enfasi che altrove è smorzata, con quel senso di unicità che rende benissimo l'idea di cosa possa essere stato, per gli americani, quella prima volta.



Andatevelo a leggere, poi cercate la parte della biografia di Keith Richards in cui racconta della prima volta in cui ascoltò Heartbreak Hotel, poi ditemi se non vi viene voglia di metter su un disco a tutto volume o, ancora meglio, fondare una rock band.



Andare via dalla città dei perdenti per vincere! Anche se lo cantò solo al terzo disco, è chiaro che fosse questo l'obbiettivo di Bruce sin dal primo momento in cui iniziò ad interessarsi di musica! La vita da solo, i viaggi in California in cerca di successo, i tentativi, le delusioni, la determinazione. Tutto contribuì a chiarire in lui dove voler arrivare e come, trovando nella ESB il gruppo ideale.

Gruppo ideale che viene descritto con franchezza, giù dal palco non è il caso di offrire presentazioni pompose, di parlare di fantasmi, padrini, uomini mitici, perchè quello lo possiamo trovare dappertutto, nei loro live; la bellezza di queste pagine sta proprio nel non nascondere che dietro a THE E STREET BAAAAAAAAAAAAAAAAND ci sono persone che hanno litigato, si sono offese, hanno portato rancore, ma che nonostante questo, sopra un palco hanno scritto pagine indelebili del rock and roll.

Certo, la dolcezza con cui racconta dei casini che combinò Danny, dei suoi problemi con dipendenze varie, parla di un profondo affetto, quello che si riserva alle persone importanti nella propria vita.

Il racconto dell'ultima serata passata a suonare assieme, con Danny che chiede di imbracciare la fisarmonica ad Indianapolis e portare per l'ultima volta (e sapevano tutti che era l'ultima volta) tutti sulle spiagge di Asbury Park è un colpo duro e commuove; in questi frangenti, appare evidente la bravura di Bruce come narratore, perchè è incredibile il modo in cui riesca a farti sentire vicino a loro, sotto a quel palco.



La parte dedicata alla morte di Clarence, se possibile, è ancora più dura; mi sono ritrovato a singhiozzare mentre leggevo delle ultime ore di vita del Big Man, non tanto per via degli episodi, più o meno conosciuti, ma per quel senso di smarrimento che ancora oggi attanaglia Bruce nel non averlo più accanto. La nuotata nell'oceano che Bruce fa dopo la morte di C, per come la racconta, vale un paio di singoli da classifica.



Altrettanto si dica per il percorso che portò Jake ad entrare nella band; in quelle righe ritrovo la mia stessa sofferenza e successiva difficoltà nell'accettarlo, ricordo perfettamente cosa provai a san siro nel 2012 e di come solo pochi giorni dopo, a Firenze, capii qualcosa che ho poi ritrovato nelle pagine di questo libro.

La parte più dolorosa e spiazzante è ovviamente quella dedicata alla sua depressione, alla fatica di scendere dal palco e vivere normalmente, alla paura di essere amato e contemporaneamente a quella di non riuscire a contraccambiare. Colpisce il modo in cui senza timore Bruce smonti la sua immagine pubblica, non solo quella "con la bandana" ma anche quella più recente, per raccontarci un'altra verità, fatta di medici, medicine, silenzi, fughe, assenze. Emoziona anche il modo in cui ci spiega come sua moglie gli abbia insegnato a diventare un padre migliore e come contemporaneamente sia riuscito ad essere anche un figlio più completo.

La nascita dei figli, specialmente del primo è nuovamente un punto da brividi, grazie alla sua capacità di trasmetterti la più piccola scossa emotiva. Living Proof.



La scrittura, punto forte del suo successo, qui è molto intima ed accogliente, ci fa entrare dentro una casa della quale non ci mostra tutto, ma comunque molto, dove vengono visitate di sfuggita le sale dei trofei e ci si sofferma di più in quelle delle emozioni, del lavoro, dei sogni.

Una delle chiavi del successo di Springsteen, sta anche in quello che emerge, verso la fine, dal suo recente incontro con gli Stones. Il capitolo dedicato alle prove in una saletta scarna ed essenziale è il manifesto di un vero prigioniero del rock and roll, che ancora oggi, dopo una carriera simile, si emoziona per un duetto e, soprattutto, per quella alchimia magica che il rock riesce a creare in situazioni minime come appunto la saletta dove provò Tumbling dice.



Altrettanto emozionante è l'umiltà con cui si mette sempre un passo indietro rispetto ai suoi eroi, gli stones appunto, elvis, gli who, tutti i gruppi visti, ascoltati e sognati da ragazzo.

Loro sono i geni, lui si definisce uno che lavora duro; ovviamente sono troppo partigiano per essere d'accordo con questa frase, ma credo che anche questo atteggiamento sia uno dei motivi che lo hanno portato dove è arrivato; serietà, caparbietà, tenacia, una capacità di scrittura che ha pochi eguali.

Proprio lui disse che Elvis liberò il corpo e Bob Dylan la mente, proprio lui che al primo ascolto di Like a rolling stone sobbalzò come avesse già capito tutto, in un lampo, proprio lui, a mio avviso è uno dei pochi che, pur non avendo inventato nulla, è riuscito a creare una musica che liberasse SIA il corpo CHE la mente, contemporaneamente.

Non so quanti capitoli restino da scrivere a questa storia, però un libro del genere, come ho detto all'inizio, andrebbe preso ad esempio per tutti quelli che oggi cercano di farsi strada nel mondo della musica; andrebbe studiato, bisognerebbe confrontarsi con questo percorso e verificare con queste righe dove si sta cercando di andare.

Un romanzo americano, che grazie al filo conduttore del rock racconta una storia più grande, che ci coinvolge anche se siamo lontani, che parla di noi anche se non ci conosciamo, come capita spessissimo nelle sue canzoni.

Un grande regalo, l'ennesimo, da parte di una figura unica e temo irripetibile.

So Mary, climb in.

giovedì 3 novembre 2016

Anime che ambiscono a volare - I frammenti di identità dei Dagma Sogna




(antefatto)
Un paio di estati fa, alla fine di una serata di poesia, la mia amica Vera mi si avvicina insieme ad un tizio poco raccomandabile. Calvo, dal bicipite importante, occhiali a specchio anche se è da un pezzo passata la mezzanotte, ma non è ancora l'alba. 
Il minaccioso mi guarda attraverso le sue lenti e mi indica col dito: mi ha detto lei che a te potrebbe interessare il nostro cd!
Remissivo e pavido acquistai il dischetto, di un gruppo che avevo sentito nominare, ma di cui non avevo ascoltato nulla.
Dopo qualche giorno, passato lo spavento, mi decido ad ascoltarlo, ma temendo che la musica riflettesse l'aggressività di almeno uno dei suoi componenti, per garantirne la sicurezza, ordino a mia moglie di uscire e portarsi via la bambine e dicendole, temendo che dal dischetto uscisse chtulu a scatenare l'armageddon, “Se tra 30 minuti non ti chiamo, avvisa la polizia, i vigili del fuoco, la protezione civile e la legione straniera; ricordati che ti ho amata tanto, ma se provi a buttarmi i cd mando qualcuno a spaccarti la testa”



(secondo antefatto)
settembre 2016, in un elegante bar di Savona, sono seduto di fianco ai Dagma Sogna, che presentano in anteprima il loro nuovo album e mi hanno chiesto di accompagnarli in questo tardo pomeriggio, tra chitarre acustiche, magliette e domande.



Metti insieme la D di Daniele Ferro e Davide Garbarino, la A di Alessandro Giusto, la G di Gabriele Lenti, la M di Matteo Marsella e unisci il tutto con un ingrediente indispensabile al giorno d'oggi, specialmente per chi vuol fare musica, addirittura musica propria: il sogno.

Il gruppo savonese, attivo da più di un anno, pubblica oggi il primo album “Frammenti di Identità”, che segue ed ampia l'EP “Elefanti di Nuvole”, autoprodotto la scorsa estate ed i cui brani confluiscono nel loro disco d'esordio, prodotto da Areasonica Records.


Il quintetto propone negli 11 brani dell'album una formula melodica accattivante, che prende spunto dal rock italiano, senza vergognarsi di scendere a compromessi con il pop di qualità e soprattutto dimostrando grande impegno sui testi, diretti ma non banali né alla ricerca di rime facili.

Lo stile elegante e tranquillo della loro musica infatti si pone nei confronti degli ascoltatori in modo da catturarne l'attenzione, poiché ogni pezzo è frutto di scelte accurate sia musicali che linguistiche.

La band basa il proprio suono sul pianoforte e le tastiere di Davide Garbarino, che tesse con sapienza le trame delle varie canzoni, creando quel tappeto sonoro indispensabile per legare assieme parole e musica.

L'atmosfera del disco è agrodolce, i testi sono in maggior parte malinconici ed amari, come se lo scriverne ed il cantarne rappresentasse uno strumento di analisi e di catarsi per fare il punto della situazione sulla propria vita

I punti fondamentali a livello tematico sono fondamentalmente due: la difficoltà di relazione e l'insoddisfazione di fronte ai bilanci della vita; grava su tutto il disco un senso di ineluttabilità, come se il fallimento in certi contesti fosse una fase del tutto inevitabile nella vita di ciascuno di noi; a questo si contrappone però la tensione al miglioramento e la volontà di non arrendersi a tali fallimenti, accettati, analizzati, masticati, digeriti, ma soprattutto tenuti bene a mente per riuscire a ripartire.

Fallimenti e ripartenze, difficoltà ed esami di coscienza, da questi conflitti emergono le canzoni dei Dagma Sogna, che parlano di situazioni comuni ad ognuno di noi e per questo entrano facilmente dentro a chi le ascolta, che può tranquillamente immedesimarsi nei protagonisti.

Altro senso del disco è la ricerca di una identità, come suggerisce il titolo dell'album, una identità spesso frammentata e frammentaria, divisi come siamo tra mille cose diverse.
Sia la copertina di questo album che quella dell'EP (opere dell'artista Francesco Quadri) sono composte da colori pastello, tenui, soffusi, poco definiti, così come le figure in esse presenti; quasi a sottolineare la sfuggevolezza dell'esistere e la voglia dei ragazzi di trovare invece una definizione chiara e comprensibile.

A tal proposito appare curioso ed indicativo di quanto ho appena detto, il modo in cui in diversi titoli si contrappongano elementi ben delineati ed altri molto più sfumati o di difficile catalogazione, come elefanti e nuvole, l'uomo e la latta, l'anima e la sabbia: la band chiede e cerca una solidità ed un'istantanea che li definisca ed assegni loro un posto preciso.

Si scende a patti con il proprio essere, con i propri limiti e le proprie debolezze, ci si cerca di accettare come siamo, ma sempre e comunque dando tutto di noi stessi; anche a costo di rimpiangere di averlo fatto, ma preferendo questa scelta al rimorso di dover pensare “e se lo avessi fatto?”.

Amore e realizzazione quindi; in un album dove si percepiscono chiaramente gli alti e bassi tipici di una vita intensa e vissuta senza compromessi; a volte sembra che la felicità faccia quasi paura, ma sia un traguardo a cui è impossibile rinunciare.

L'amore stesso è vissuto con fatica e spesso finisce tra dolore e rimpianti, al punto che, per via della paura della felicità di cui sopra, l'unico momento in cui il protagonista è con una donna e la passione sta per avere il sopravvento, il temporale arriva a disturbare la coppia ed a simboleggiare un senso di colpa insito nell'animo umano e forse congenito ed atavico.

Il temporale è il brano che apre il disco, unico brano in cui l'azione si svolge “qui ed ora” e non basato su riflessioni dolci-amare; forse proprio per questo dà il la all'album, scatenando, come un elemento atmosferico dell'anima, tutte le riflessioni che seguiranno. La pioggia svolge il suo tradizionale ruolo purificatore, lavando via però anche momenti intimi e passionali.

Adesso no invece propone una sorta di sliding doors spazio-temporale, con il protagonista che nella convinzione di riuscire (non si sa come o quando) a raggiungere i suoi sogni, vive il presente accavallandolo ad una dimensione a metà tra il sogno ed un futuro da costruire

L'impossibilità guarda indietro, ricorda tempi migliori ed utilizza anch'essa il sogno per volare sopra il quotidiano; ennesimo esempio di come la musica sappia spingerci più in alto rispetto al nostro difficile e poco poetico oggi.

Prendo tempo è la mia preferita, già dai tempi dell'EP, dove si intitolava Ormai è tardi perchè cristallizza un momento, un fermo immagine, un istante di un amore clandestino, segreto ma intensissimo, nel quale ci stupisce l'arrendevolezza del protagonista, che pur consapevole della forza del suo sentimento verso la donna che sta per tornare alla sua vita “ufficiale”, la lascia andare via, prendendo atto che “I miei vorrei, chiederanno dove sei” e che lei per quanto sia grande il loro amore resterà “uno spazio perso”. Ecco l'ineluttabilità della vita e del destino, rendersi conto di aver vicino la persona giusta ma contemporaneamente capire che non la si avrà mai. Non è ironico? cantava Alanis Morisette, forse si, ma fa terribilmente male.


La tua verità rappresenta un po' un riassunto delle tematiche affrontate dai Dagma Sogna, ricerca, catarsi, esame di coscienza. La voglia di mettere nero su bianco questa tormenta interiore, per cercare quei frammenti di identità di cui parla il titolo del disco e che nel booklet vengono ben rappresentati da pezzi di specchio nei quali si riflettono i 5 musicisti.



5 musicisti che provengono da esperienze molto diverse tra loro, dal punk al metal, passando per il prog e la musica rock – cantautorale, ma che proprio come dicono di voler fare nelle loro canzoni, riescono a costruire per Dagma Sogna un suono (ed una identità) ben definita, dal tratto riconoscibile e per nulla scontato; risultato che si deve al grande impegno ed entusiasmo che tutti hanno messo dentro questo progetto, di cui parlano con estrema soddisfazione ed orgoglio.

Il traguardo dei 30 anni ha spinto Daniele ed Alessandro, principali autori dei testi, (con Davide a ruota) a voltarsi indietro e ripercorrere il loro cammino, in modo da poter affrontare il futuro con maggior consapevolezza e caparbietà, senza negare i propri limiti e le difficoltà, ma traendo da esse la benzina necessaria a proseguire.

Testardi, ostinati ed inguaribilmente romantici, i Dagma Sogna trovano forse la migliore definizione nelle parole de “La tua verità”: “pensi che poi non saresti te stesso, senza quel rimpianto di aver dato tutto”

A testa bassa, pur sapendo del male che farà, i ragazzi savonesi continuano a dare tutto e a giocarsi in musica con una sincerità spiazzante.

Al giorno d'oggi è molto, davvero molto.