venerdì 12 gennaio 2018

Due eroi in panchina - Roberto Quartarone




Due eroi in panchina di Roberto Quartarone (Edizioni inContropiede) racconta la vita di Géza Kertész e István Tóth-Potya, due allenatori ungheresi che vennero in italia ad insegnare calcio a ridosso della seconda guerra mondiale, lasciarono ottimi ricordi e molto affetto, prima di tornare in patria ed essere coinvolti nella follia nazista.

È un libro che parla di sport e vita, un libro dove il calcio è una metafora dell'esistenza, un rifugio di bellezza davanti all'orrore, uno strumento per andare avanti.

In un dialogo nemmeno troppo inventato, i due protagonisti ripercorrono le loro carriere a poche ore dalla fucilazione.

La panchina non è solo il loro "posto di lavoro" che hanno frequentato con passione per anni, ma anche una zona isolata e lontana dai riflettori dove la loro storia è stata per troppo tempo riposta con colpevole facilità.

Insegnare i valori in campo e fuori, questo fecero questi due allenatori, per i quali fu naturale traslare questa modalità di lavoro anche nei confronti della folle realtà che si trovarono ad affrontare nell'ungheria invasa dai tedeschi.

Lo sport è passione per la vita, organizzazione, lavoro di squadra, quanto di più lontano dalla follia tedesca che li travolse.

Inevitabile, per due uomini di sport, scegliere di sacrificare le loro carriere e finanche le loro vite per opporsi a tutto questo.

Non a caso per tenersi vivi in mezzo a quell'oceano di morte, i due protagonisti parlano di calcio, ricordano luoghi, momenti, episodi, aneddoti che possano sollevarli da quello sprofondo in cui sono precipitati.

La morte non è il triplice fischio finale, perché mossi dalla stessa passione per lo sport e per la loro città, 3 ragazzi catanesi hanno ricostruito queste vicende ed hanno fatto in modo che a venissero tributati i giusti onori.

Curioso leggere che tra i parenti che hanno contribuito a tale opera di giustizia, ci fossero anche persone che abitavano a Savona.

Come in una avvincente sfida, leggendo il libro si spera fino all'ultimo che la "nostra" squadra segni il gol vincente, ma è comunque importante che anche se ampiamente dopo il novantesimo, a Geza e Istvan sia stato riconosciuto un ruolo importante nel tabellino di quella pagina orrenda.

Un libro da far leggere ai corsi per allenatori.

martedì 9 gennaio 2018

Andy Wood, l'inventore del grunge - Valeria Sgarella



https://www.amazon.it/Andy-Wood-Linventore-del-grunge-ebook/dp/B01L0EN70Y/ref=sr_1_8?ie=UTF8&qid=1515518017&sr=8-8&keywords=sgarella

Un pomeriggio del settembre 1991 ero in giro per firenze con una amica intanto che progettavo il mio grandioso fallimento universitario a siena.

Ovviamente le chiesi di accompagnarmi in un negozio di dischi e scartabellando trovai un vinile di un gruppo che non conoscevo (all'epoca non era certo chissà che novità), ma che esibiva sulla copertina un adesivo interessante: featuring members of soundgarden and pearl jam.

Uhm

Sti Temple of the dog non li avevo mai sentiti nominare, ma il mio precario inglese mi faceva ben sperare di sentire all'opera membri di uno dei gruppi che in quel periodo ascoltavo maggiormente.
Non era ancora esplosa in me la passione per i Pearl Jam che mi accompagna tuttora, non avevo ancora ben capito fino a che punto fosse realistico e sincero il grido strozzato dei Nirvana, ma a 19 anni i soldi in tasca duravano comunque poco e quell'adesivo era un motivo più che valido.

Ebbi quindi tra le mani la testimonianza di un momento storico che ovviamente non conoscevo, né conobbi per ancora qualche anno.

Nel momento in cui il mondo si accorse di seattle era già tutto finito, dice il batterista dei MLB, citato nel libro di valeria sgarella e adesso, dopo aver divorato queste pagine, magari non condivido l'opinione, ma ne capisco e comprendo l'iperbole.

Andy Wood, maledetto figlio di puttana, perchè ti sei buttato via così?

A quasi 28 anni dalla sua morte mi sono ritrovato a pensare addirittura ad alta voce questa cosa, una volta arrivato alla fine del libro.

La storia della prima vera rockstar di seattle, perchè attenzione, jimi hendrix se ne andò in fretta da lì.

Un libro che ripercorre "la scena di seattle" da prima che il termine GRUNGE (qui ben contestualizzato ed ovviamente de-mitizzato) riempisse la bocca e le orecchie del mondo, comprese le mie.

Cosa potevo saperne io che divoravo la cassetta di ten, che prima di eddie, prima del video dove lui si arrampica sulle balaustre del teatro, era già stata scritta una pagina luminosa quanto triste della storia del rock?

Andy Wood, nato lo stesso giorno di elvis e david bowie, schiacciato tra due nomi del genere e forse anche per questa coincidenza così smaccatamente portato a stare su un palco. Andy il buffone, quello che affrontava i problemi ridendoci sopra, quello che come tutti i clown nascondeva lacrime e dolori dietro al cerone ed ai sorrisi.

La storia di andy, dei malfunkshun prima e dei mother love bone dopo è la storia di un momento musicale unico e forse irripetibile, dove una comunità di musicisti, accomunati più da una comunione di sentimenti che da suoni simili (il grunge NON è un genere musicale) trova in wood il cappellaio matto che sta per fare il botto a cui tutti in cuor loro sapevano fosse destinato.

La trama è questa, ben raccontata da valeria, con un lavoro di fonti e testimonianze importante, ma quello che resta più addosso è la sensazione, per quanto retrodatata di avere davanti agli occhi la nascita del movimento musicale che più di tutti ha caratterizzato gli anni 90.

Un movimento che andy avrebbe meritato di vivere da protagonista, non postumo.

Ma non solo.

Perchè è la storia di un ragazzo fragile che non riesce a salvarsi né a farsi salvare (la fidanzata xana e stone gossard sono quelli che capiscono meglio questa verità)

Perchè chris cornell inizia a morire in quella stanza di ospedale dove le macchine tengono in vita andy solo perchè lui lo possa vedere ancora una volta.

Perchè la presenza fugace e incostante di kurt cobain spiega già in parte la fine che farà.

Perchè la determinazione con cui eddie da chicago entra in quella scena fa capire perchè oggi i pearl jam siano non solo i sopravvissuti, ma "i classici" di seattle.

Perchè I'm gonna save you fucker, not gonna lose you non è solo per mike

Qualcosa di tutto questo si intuiva già dal film pj20, dove oltre al racconto della seattle pre-pearl jam, mi aveva colpito anche la determinazione con cui stone e jeff rivendicavano il fatto che i PJ erano la LORO band: certo che lo era, era la loro band e la loro ancora di salvezza, come quel disco in cui si trovarono a cantare e suonare in memoria della prima rockstar di seattle e che io presi per via di un adesivo

Un libro che mi ha fatto tornare indietro negli anni, al periodo di scoperte non solo musicali che sono stati i miei 19\20 anni, periodo di ambizioni, illusioni, fallimenti, ma che ricordo ancora oggi come fertile e vivo.

E poi con una colonna sonora meravigliosa.

lunedì 8 gennaio 2018

Championship Vinyl - Week in Rock 2.1 (1-7 gennaio)



È ripreso domenica 7 gennaio il mio programma Championship Vinyl.

Mi sono occupato della settimana dall'1 al 7 gennaio, ripercorrendo i fatti salienti avvenuti in questi giorni.

Si è parlato di Ivan Graziani e Giorgio Gaber, Bob Dylan e Bruce Springsteen, i Doors e i Beatles.

Ho poi dato un'occhiata alle top ten italiana ed americana della corrispondente settimana nel 1968.

Come nuova uscita ho proposto i Black Rebel Motorcycle Club.

In conclusione ho elencato gli appuntamenti con la musica live in provincia di Savona dal'8 al 13 gennaio.

Potete ascoltare la puntata in automatico tenendo aperta questa pagina oppure cliccando qui

sabato 6 gennaio 2018

Segui sempre i tuoi sogni. Al bivio con i Cheap Wine



C'è un uomo ad un incrocio, all'inizio di Dreams, dodicesimo album dei Cheap Wine, eroico gruppo rock marchigiano che ha festeggiato con questo disco il ventesimo anno di attività. (VENTANNI!!)

Metti l'incrocio che noi malati di america chiamiamo crossroad, mettici la chitarra all'inizio di Full of Glow che sa molto di stones, in un attimo si capisce che stiamo entrando in una storia importante, da leggere, ascoltare e vivere con attenzione.

Quindi il bivio, le crossroads, il blues, che in questo album striscia insidioso un po' in ogni pezzo e ci aiuta a comprendere quanto sia profondo il travaglio del protagonista; e dove c'è un bivio e dove c'è il blues, non può che esserci Robert Johnson.

Full of Glow apre il disco facendoci intendere che chi parla lo vuol fare direttamente, senza filtri o bugie e senza peli sulla lingua; tutte le canzoni del disco sono scritte in prima persona e alla fine dell'ascolto di Dreams, forte è l'impressione di aver ascoltato un amico raccontarci del suo viaggio all'inferno, felice di potercelo raccontare.

Il mondo è in disordine, soprattutto quello interiore, e per provare a muoverci dobbiamo incontrare strani personaggi. Sono diversi quelli che compaiono nel disco, a partire dal serpente pigro ed orbo, che predica calma, per proseguire con il blues in persona, mister Robert Johnson, che appare a fine canzone, in compagnia ovviamente del diavolo, per dare la scossa necessaria ad intraprendere questo doloroso viaggio.

La musica come salvezza e come peccato dunque, la spinta per procedere ed il demone sempre a fianco, la musica che contiene in sé gli elementi fondamentali per salvarsi: l'amore ed il sogno, ma che ti ricorda sempre che la tentazione, quella più dolce, è sempre dietro l'angolo.

Full of Glow va collegata alla title track, perchè l'uomo che davanti ad un incrocio resta paralizzato dall'indecisione è lo stesso che parla ad un figlio nel brano conclusivo; la strada è stata lunga, dura e pericolosa, sono servite lacrime, sangue e merda, ma alla fine la strada porta ad un traguardo, che NON sono i fiori sgargianti in copertina, bensì il cielo che si intravede dentro di essi.

Ma per arrivare a tenere in braccio un figlio, metafora molto concreta ed autobiografica e potergli indicare a sua volta una strada, il nostro protagonista passa attraverso momenti importanti e dolorosi.

Il capire la necessità di spogliarsi di tutto per arrivare al cuore, al nocciolo della vita, porta l'uomo alla nudità ed alla derisione; il mondo oggi è pieno di cose e chi se ne libera, fino all'estrema rinuncia, viene deriso, perseguitato ed arrestato, tragicomico paradosso della realtà dove "è il travestimento da condannare".

Un inquietante pagliaccio "kinghiano" compare in The wise man's finger, amara ballata che sottolinea come ormai l'essenziale sia diventato contorno e tutti si affannino alla ricerca del futile. Perfino la luna guarda il dito del saggio, conclude tristemente l'uomo che cammina al buio, uno dei pochi con un cuore, costretto però a nasconderlo, perché ormai anche il cielo non si interessa più della verità ed il diavolo può avvolgerci con i suoi occhi carichi di morte.

Prospettive del genere non fanno altro che creare inquietudine in chi ancora cerca un senso al proprio esistere, quindi in Pieces of disquiet è la paura che regna sovrana, la paura della notte, del buio per gli occhi e per l'anima, che blocca e rende incapaci di proseguire. È l'ennesimo momento cruciale continuare, combattere la paura o arrendersi ad essa? Il brano non risponde, l'uomo è perso ad ascoltare il silenzio nella sua testa, rotto solo da angoscianti insetti che ci camminano dentro.

Bob Dylan che rivisita Orwell, questa a caldo l'impressione che ho avuto ascoltando e leggendo la traduzione di Bad Crumbs and pats on the back; uno scenario tragicomico, conigli e maiali, i corvi che banchettano, il degrado sembra inarrestabile, ma il protagonista in tutto questo fa due cose: si sveglia e ritrova nel suo essere bambino la purezza necessaria ad andare oltre; dopo tanto buio forse davvero è una giornata di sole.

Il viaggio continua quindi e l'uomo si concede il lusso di guardarsi attorno, dopo tanta miseria e tanta oscurità, per riscoprire nella semplicità di ciò che abbiamo attorno un buon motivo per essere speranzosi. In Cradling my mind ancora non si sa dove si stia andando, ma questa indecisione ora è affiancata da una serenità nuova.

Musicalmente tutto il disco pulsa di una energia nascosta, mai esplicita, basso e batteria danno forte il senso della vitalità dell'uomo, ma i giri restano sempre bassi, il motore è impaziente ma il piede non schiaccia mai l'acceleratore fino in fondo.

Tranne in For the brave, dove la macchina da rock che sono da 20 anni i Cheap Wine deflagra potente con l'organo che da la carica come una tromba davanti ad un battaglione pronto all'attacco conclusivo. Ci vuole coraggio, capisce l'uomo dopo che la luce ha preso il posto del buio ed ora l'orizzonte appare meno scuro. C'è una via d'uscita per i coraggiosi, da questo posto che sembra il paese dei balocchi di Pinocchio, raccontato però da Lovecraft.

Si inizia ad intravedere l'uscita e gli ultimi brani ci raccontano le tappe finali dell'uomo, che capisce come l'amore sia la forza principale per attraversare la pioggia come l'arcobaleno. I wish I were the rainbow è la luce che illumina un volto tra tanti rendendolo però unico agli occhi di chi lo incontra, è un sorriso che ci denuda ma stavolta per amore, con amore, per farci arrivare al nostro io più profondo.

Il viaggio è finito, l'uomo riflette sdraiato sul letto, due paia di gambe che si incrociano, pensieri che si alzano e l'uomo che  capisce che tutto quello che è successo prima non va dimenticato, nè perduto, ma conservato per crescere; è tempo di volare ora, liberi da fardelli inutili e rischiosi.

Arriviamo a Dreams, brano che chiude il disco. 

L'uomo è sul letto, vicino ad un bambino, suo figlio, che cerca di svegliarsi o forse dorme ancora.
L'uomo gli parla come mai ha fatto prima d'ora, le sue parole sono amore, saggezza e libertà: figlio mio, sono qui di fianco a te e ci sono arrivato passando per strade cariche di indecisione, buio, falsità, dolore, ma siamo qui, ora e là fuori c'è un mondo che si sta preparando per te.
Le parole di questa canzone avvolgono il cuore di bellezza ed amore, una sorta di testamento spirituale, per il figlio ma anche per sè stesso, come un esame di coscienza per capire se tutto è stato fatto, e la risposta è SI.

Il padre sa che il figlio dovrà fare la sua strada e probabilmente in certi momenti non ascolterà affatto i suoi consigli, ma sa anche che questo è il fine ultimo di ogni vita davvero vissuta, lasciare qualcosa di buono nella vita di chi ci sta accanto, soprattutto nella vita di chi da noi ha ricevuto la vita.

E dopo tutto quello che ha passato, quando le utopie che pensava fossero sogni irrealizzabili hanno iniziato ad essere concreti obiettivi ecco che ci viene svelato come l'uomo (ed i Cheap Wine stessi) sublimi in questo momento tutte le sue esperienze. L'uomo è scappato dalla beggar town di cui i CW cantavano nel disco precedente ed il padre non si stanca di ricordare che "the system is based on lies" (titolo del terzultimo album e primo di una trilogia che si chiude ora).

Resta un bambino, resta una frase che sintetizza una vita e una carriera 
"più di ogni altra cosa, segui sempre i tuoi sogni".

La musica pian piano sfuma, lasciando spazio ad un rumore di sottofondo, quasi come di grilli alle prime ore mattutine.

C'è un giorno nuovo da vivere, c'è una vita nuova da costruire.



lunedì 1 gennaio 2018

La prima dell'anno - Tra propositi e ritorni

Come da tradizione, la prima canzone che ascolto il 1 gennaio ha un significato simbolico ed augurale per l'anno nuovo.

Per il 2018, sono diversi i propositi, tra quelli di cui si può parlare su internet, sia chiaro, che degli altri ne parlo in separata sede con la mia famiglia.

Ad un certo punto, più o meno a metà dello scorso anno, ho avuto un calo assoluto dell'entusiasmo verso tutto quello di cui ho riempito il mio tempo libero: associazioni, libri, serate; ero arrivato ad un punto in cui non pensavo che il gioco valesse più la candela, troppe incazzature, troppe delusioni, troppi no per delle cose da cui non volevo certo guadagnarci soldi ma divertimento e gratificazioni.

Verso la fine dell'anno ho riflettuto su questo calo e mi sono accorto che molte di quelle cose mi mancavano, soprattutto perché continuavo a pensarci e a immaginarmi cose da poter fare; come al solito i 3 giorni di Su La Testa mi hanno fatto capire che a certi momenti non ho voglia di rinunciare

Sforzandomi di essere maggiormente tollerante alle frustrazioni e meno impulsivo nel buttarmi a pesce in ogni situazione, aspettandomi che anche gli altri facciano lo stesso con me, ho quindi in ballo diverse cose, novità e ritorni.

In ordine cronologico quindi:

- da domenica 7 gennaio riparte Championship Vinyl su BRG Radio; con alcune modifiche, racconterò di nuovo la storia del rock, ma seguendo il calendario

- da venerdì 12 gennaio, una volta al mese, sarò ospite su Radio Savona Sound nel programma Mr Rock, condotto da Alfa & Mr Rock; insieme ad Alfonso e Marco sto organizzando le puntate in modo che seguano pure queste un filo conduttore, se siete curiosi di sapere come, seguite il programma, ogni venerdì dalle 21 alle 23

- entro la prima metà dell'anno darò alle stampe il mio terzo libro, autoprodotto, di cui ad oggi non posso dirvi altro se non che sarà o una raccolta di poesie o una raccolta di miei scritti a tema musicale (con divagazioni sparse, chiaramente). Va da sé che quello escluso, presto o tardi, lo pubblicherò comunque. Gradite ovviamente proposte e suggerimenti su quale scegliere per primo.

- il 31 dicembre ho fatto una proposta per una ennesima trasmissione radio in una ennesima stazione radio, che di primo acchito è stata accolta molto bene; non dico altro, ma anche qui potrebbero esserci novità a breve.

Ecco quindi che con tutta questa carne al fuoco, il buon proposito di capodanno non può che essere una canzone che parli di ostinazione.

E con ostinazione dico che:

Resterò sulla mia posizione
Non sarò capovolto
E impedirò che questo mondo mi trascini
resterò sulla mia posizione
E non cederò

I won't back down - Tom Petty

Well, I won’t back down
No, I won’t back down
You can stand me up at the gates of hell
But I won’t back down

No, I’ll stand my ground
Won’t be turned around
And I’ll keep this world from draggin’ me down
Gonna stand my ground
And I won’t back down

I won’t back down
Hey baby, there ain’t no easy way out
I won’t back down
Hey I will stand my ground
And I won’t back down

Well I know what’s right
I got just one life
In a world that keeps on pushin’ me around
But I stand my ground
And I won’t back down

I won’t back down
Hey baby, there ain’t no easy way out
I won’t back down
Hey, I will stand my ground
And I won’t back down
I won’t back down
Hey baby, there ain’t no easy way out
I won’t back down
Hey, I will stand my ground
And I won’t back down
No, I won’t back down

giovedì 28 dicembre 2017

Trasferimenti lavorativi e nuovi stimoli



Con la giornata di oggi, termino a tutti gli effetti di essere un dipendente comunale.

Dopo quasi 18 anni e due Comuni, da domani inizierò a lavorare per l'ASL 2, all'ospedale S.Corona di Pietra Ligure.

È strano vivere queste ore con l'impazienza di incominciare e l'ansia di non aver ben chiaro a cosa stia andando incontro.
Di certo so che la mia strada in Comune era conclusa e non parlo del comune specifico dove ho lavorato fino ad oggi, ma in senso più ampio.
Premesso che non mi considero un dipendente modello e quindi non starò a fare le morali su impegno e dedizione, lavorare in un comune per noi assistenti sociali sta diventando ogni giorno più difficile.
Il volontario e scientifico smantellamento dello stato sociale da parte di tutte le forze parlamentari, abbinato ad una costante costruzione di impalcature non visibili ma dannatamente concrete come l'abuso di burocrazia e di rimbalzi tra uffici, ha avuto nel corso degli anni il risultato di isolare gli uffici stessi, lasciandoli soli in una immaginaria trincea, riducendo però gradualmente ogni tipo di strumento e risposta a loro disposizione.
La crisi economica, la nascita di nuove fasce deboli ( i miei coetanei ad esempio, 40\50enni che escono dal mondo dl lavoro e non riescono più a rientrarvi, con la prospettiva di 20\25 anni di disoccupazione o lavoro nero prima di una nemmeno così probabile pensione) hanno scavato un solco profondo tra i cittadini e le istituzioni.
Cercano di resistere le amministrazioni comunali di piccole realtà, dove i sindaci e gli assessori non sono solo "un ruolo", ma sono persone radicate in quell'ambiente.
Massima considerazione quindi alle giunte comunali con cui ho lavorato, agli assessori che sebbene distanti anni luce dalle mie idee politiche non hanno mai mancato di rispetto nè a me, nè tantomeno al nostro ruolo. Rispetto che è sempre stato reciproco.

Però il nostro è un lavoro che si basa sugli stimoli molto, ma molto più che sulle gratificazioni, quindi esaurendosi i primi e mancando quasi totalmente le seconde, il rischio di spegnersi è forte.
Pur tenendo presente quanto detto prima sul mio non essere un dipendente modello, penso di poter dire che mai ho dimenticato, anche nei momenti di maggior demotivazione di avere davanti persone, famiglie, storie che non meritavano nulla di meno del mio 100% di impegno, qualunque fosse il risultato a cui potesse portare.
Quando poi mi sono accorto che non solo il mio 100% non era più così garantito, ma le risposte che le istituzioni offrivano ai cittadini attraverso la mia scrivania erano in ogni caso insufficienti, ecco che non ho potuto non guardarmi intorno e cercare una alternativa.
Nel momento in cui i nostri uffici, i distretti, gli ATS hanno incominciato a diventare dei "rispostifici" retorici e spesso inconcludenti, lo stato sociale era bello che morto, da tempo.
Morto lo stato sociale, il rischio è veder morire anche la nostra professione, ridotta a megafono perfino mezzo scarico di proclami buoni solo per la stampa e composti da facciate talmente sottili da essere ormai trasparenti.
È arrivata allora la possibilità di una esperienza nuova, che messa a confronto con la possibilità di vivacchiare nascondendomi dietro a chi "in alto" rende impossibile svolgere il nostro lavoro in modo soddisfacente, ha stravinto la sfida.
Mi era già successo 9 anni fa, il ritrovarmi a girare a vuoto, a concludere poco e niente, a vivere le ore lavorative col pilota automatico, e anche allora ebbi la fortuna di poter cambiare ufficio, di andare a lavorare in un comune più grande, con più colleghi con i quali confrontarmi ed ovviamente nuovi stimoli.
Certo, le prospettive allora erano tanto buone quanto, col senno di poi, poco concrete, ma ho la fortuna di avere un buon senso autocritico e ho perfettamente chiaro i miei sbagli e le mie mancanze, che hanno contribuito al non realizzarsi di quelle prospettive.
Da domani lavorerò in un ospedale, in un ambiente a stragrande maggioranza sanitario, con un ruolo non ancora definito e dalla grammatica ancora incerta.
Non sono così ingenuo da negare i problemi della sanità e di s.corona in particolare, ma credo che lavorare in settori "a rischio" sia una componente inevitabile della mia professione.
Un posto dove tra le tante cose, avrò spero la possibilità di concretizzare quel discorso di RETE SOCIALE che mi segue dal primo anno di università, svolgendo una funzione di raccordo tra l'ospedale ed il territorio, creando i presupposti per una dimissione protetta e "morbida", per una collaborazione tra servizi e cittadinanza di cui tanto si parla negli ambienti professionali.
Ovviamente ci saranno delusioni, magari ripensamenti, incazzature e ridimensionamenti delle aspettative, ma sono tutte cose che già ho provato e che avendo ben presenti posso quantomeno tentare di evitare o ridurre.
Tanti dubbi, ma la sottile eccitazione di avere davanti una pagina bianca, vuota, e la libertà di poterci scrivere una storia nuova.
La mia collega neo pensionata della quale prenderò il posto, mi ha detto, estremizzando, che in 30 anni non le è mai capitato di passare un giorno senza fare qualcosa che non aveva mai fatto prima.
Ecco gli stimoli!

Con incoscienza e voglia di cambiare, prendo la rincorsa e mi butto, sono abituato agli atterraggi difficoltosi, magari prima o poi andrà bene.

sabato 23 dicembre 2017

Trovare un senso nell'alzare la testa (Festival, varie ed eventuali)



In questa foto, fatta nei camerini del Teatro Ambra la seconda sera di Su La testa 2017, sta per me molto se non tutto del senso del festival stesso.

L'uomo con la maglietta dei Gang e l'importante accoppiata pantaloni - camicia è Jono Manson ed insomma, se vi interessa un certo tipo di musica lo conoscete per forza, bluesman, rocker, produttore (anche di artisti italiani come Edoardo Bennato e gli stessi Gang), uomo di una umiltà di una simpatia e di una disponibilità più uniche che rare.

Il ragazzo piegato sulla chitarra invece si chiama Francesco De Maria, non ha ancora 20 anni e suona nei Seawards insieme a Giulia Benvenuto, nemmeno lei ventenne.

Nella foto sta suonando la chitarra di Jono, dopo che Jono ci ha raccontato la storia di quella chitarra, l'età di quella chitarra ed indirettamente il valore di quella chitarra; poi lo ha guardato e gli ha detto di provarla.

Su La testa è quella cosa che provoca scene del genere, tra musicisti che non si conoscevano fino a pochi minuti prima, tra amanti della musica, della cultura e del bello, per le quali è del tutto normale, come è giusto che sia, condividere emozioni, impressioni, strumenti musicali.

Su La testa è quella cosa che ad una trentina di persone inizia a ronzare in testa dai primi di settembre; riaprono le scuole, finisce l'estate, si inizia a pensare al festival, ormai le stagioni sono cadenzate così e l'autunno vuol dire questo, vuol dire riunioni, pizze, scazzi, polemiche, malumori, entusiasmo che cresce, legami.

Poi all'avvicinarsi dell'inverno, ecco che per tre giorni quelle 30 persone diventano una squadra, ognuna con il suo ruolo e la magia si ripete.

E la magia contagia anche chi al festival viene a suonare, se è vero come è vero che in 5 anni che ne faccio parte, momenti come quello di jono e francesco ne ho visti accadere parecchi.

Su La Testa è una dichiarazione d'amore, che dura 3 giorni ma che viene studiata almeno 4 mesi.

Una dichiarazione d'amore ad Albenga, da dove più o meno veniamo tutti.
Una dichiarazione d'amore ed una sfida, il portare qualcosa di bello e profondo nella distratta provincia.

Una sfida che ancora non siamo riusciti a vincere, ma che nel nostro ostinarci a combatterla ci vede comunque vincitori, nonostante le difficoltà e i posti vuoti in teatro.

Amore & sfida, queste due caratteristiche mai come quest'anno mi sono sembrate evidenti.

La voglia e la testardaggine con cui continuiamo a proporre musica magari non semplice ma di sicuro valore è appunto la sfida che pensiamo sia giusto affrontare, affrontarla per amore, come ho detto, perchè ad un posto che si ama si cerca di portare qualcosa di bello, di grande, di meglio.

Tre giorni pieni, iniziati con il pop intelligente di Hugolini a cui ha fatto da contraltare l'incrocio tra folk irlandese e napoletanità verace dei Blindur, proseguita con l'eleganza di L'Aura e con la grinta dei Perturbazione.

Ma Su La Testa non è solo 3 sere di musica, ma anche dei pomeriggi in cui ascoltare. E guardare. E venerdì abbiamo guardato, con gli occhi di Valentina Tamborra, fotoreporter che ha documentato la situazione al confine di Ventimiglia come di Como o di Bardonecchia, che ha raccontato le storie dietro a quegli occhi, a quelle tende, a quei piedi scalzi. Insieme a lei 3 ragazzi che quelle storie le hanno vissute hanno ammutolito un salone pieno di gente, mentre chi traduceva le loro parole faticava a renderne per intero la drammaticità e la veridicità. 

Mi emoziono sempre al festival, vuoi per una canzone in un momento particolare, vuoi per qualcuno che sale sul palco ed incanta; ma quest'anno mentre la stessa Valentina si doveva interrompere per calmare il pianto, i miei occhi si sono riempiti di lacrime per i racconti di padri e figlie che combattono fianco a fianco.

Da lì in poi è stato più facile vincere l'ansia da presentatore, avendo toccato con mano quelli che sono i veri ostacoli e le vere difficoltà di vite che per quanto provino a tenerci lontane, sono a pochi passi da noi.

È stata poi la volta dei Gnu Quartet e della loro maestria, la bellezza di 4 persone che rispondono SI all'invito fatto in extremis e salgono su un palco dove non erano stati annunciati, in un festival che non ha fatto loro la minima pubblicità senza battere ciglio, con la loro simpatia ed enorme generosità, offrendo una ennesima dimostrazione del loro grandissimo talento.

Spazio poi a Jono Manson e ai suoi 3 amici (Jaime Michaels, Radoslav Lorkovic e Paolo Ercoli) che si sono messi in cerchio come davanti ad un falò e ci hanno raccontato storie e suoni di tempi passati.

È stata la volta dei Seawards, di Giulia & Francesco, che in due hanno meno della mia età, ma le idee ce le hanno ben chiare e solo con la chitarra e la (bellissima) voce sembravano due veterani. Ero dietro le quinte durante il loro set e guardavo Giulia, concentrata, tesa, ma totalmente DENTRO le sue canzoni, la guardavo muoversi per il palco quasi affrontando un nemico, scacciare i timori gesticolando nervosamente, avvicinarsi a Francesco quasi a dare ed offrire protezione, per uscire poi dal palco con lui completamente da vincitori.

Capisco che l'elettronica sia uno strumento a cui oggi è difficile dire di no, ma le già interessanti canzoni del loro EP 85bpm, nella veste acustica mi entusiasmano molto di più, anche se buona parte del motivo sta nel fatto che, come ho detto, loro due insieme hanno meno dei miei anni.

Ginevra Di Marco insieme a Jono era l'ospite che aspettavo di più e la mezz'ora passata con lei nei camerini, il trovarla così disponibile, mi ha fatto apprezzare ancora di più la sua trascinante esibizione.

Ginevra per me è l'emblema femminile degli anni 90, la sua voce al servizio dei CSI e poi quella ricerca di radici e qualità che l'ha portata ad omaggiare con una credibilità sorprendente una gigantessa come Mercedes Sosa

Ma soprattutto è il ricordo della prima volta che andai a Su la testa da spettatore e lei fece un set bellissimo, concluso da una trascinante versione di Malarazza di Modugno.

Le chiedono il bis e lei ci (mi) regala di nuovo Malarazza, facendo alzare in piedi il pubblico.

L'ultima serata poi è stata all'insegna della dolcezza, da quella di Giua  a quella di Federica e Marilena, anche loro napoletane doc, in arte Fede'n'Marlen.

Di loro avevo ascoltato l'album Mandorle, napoletano nel midollo ma senza diventare neomelodico; ritmo, fascino e due bellissime voci.

Poi arrivano, ed oltre al duo che conquisterà il pubblico di Su la testa scopro tante altre cose belle di Federica e Marilena, che sono quasi timide, che è la prima volta che vengono in Liguria e che soprattutto hanno quella cadenza, quel dialetto, quelle espressioni che mi riscaldano il cuore ed il sangue, proprio nel giorno in cui ricordo l'anniversario della scomparsa del mio beneventanissimo papà.

Sul palco poi sono formidabili, seducono l'ambra in pochi istanti, con le loro canzoni ma anche portandosi sul palco con sincerità, simpatia e perchè no, un filo di cazzimma che male non fa.

Hanno pure il coraggio di cantare un pezzo del Principe De Curtis, alternando dialetto e spagnolo.

Prima di loro Giua, una tempesta di capelli biondi sopra un bellissimo viso sempre sorridente e disponibile.

Una voce particolare ed un senso dell'umorismo sottile ed irresistibile.

Apre l'ultima serata di Su la testa insieme a Stefano Cabrera incantandoci con la sua ironia dopo aver scherzato nel backstage come fossimo vecchi amici.

A lei è legato uno dei ricordi più belli delle edizioni del festival a cui ho partecipato, quando prima del suo concerto con il maestro Armando Corsi, nel 2012, feci 4 chiacchiere con loro su punti di contatto e differenze tra i due centri storici più belli d'Italia, Genova ed Albenga.

Un capitolo a parte meriterebbe Paolo Benvegnù.
Da quando ho iniziato a far parte dello Zoo ho sempre osservato la distanza tra la persona e l'artista e di fronte a delusioni abbastanza cocenti, molte volte sono rimasto stupito della semplicità di cantanti e musicisti talentuosi.

Benvegnù forse va oltre.

La sua non è solo educazione, disponibilità, simpatia.

Quando leggemmo le note di presentazione del suo ufficio stampa, noi presentatori iniziammo a vedere la figura di Paolo Benvegnù come un mistico eremita che camminasse avvolto da una scia di vapore che lo potesse isolare dal mondo terreno e volgare.

La complessità dei suoi testi, la presunzione (ben riposta) di avere qualcosa da dire che meritasse una attenzione maggiore della media, l'arroganza sfrontata con cui si ostinava a volerlo dire nonostante, beh nonostante tutto dai, ci fece temere di trovarci di fronte alla quintessenza dello snobismo.

Nulla di più sbagliato.

Già dal pomeriggio, durante il soundcheck, ha iniziato a comportarsi con l'umiltà del debuttante, con la gentilezza dell'ospite, con una educazione quasi imbarazzante.

Nei camerini poi poco mancava che si scusasse per il rischio di rovinare la serata con la sua musica, mentre non si risparmiava in complimenti per chi si era appena esibito (cosa più unica che rara, specie se fatta con tale trasporto, da parte di un musicista verso dei colleghi)

Un uomo meraviglioso, che ha steso la platea investendola con le sue liriche importanti avvolte in un pathos creato ad arte dai suoi bravissimi musicisti.

Seduto, quasi a non disturbare con la sua fisicità l'importanza delle parole.

Conclusione danzereccia con gli Statuto che hanno trasformato l'Ambra in una bella pista da ballo, con la gente che pian piano è arrivata a ballare sotto il palco durante la conclusiva "One step beyond".

Loro restano fedeli alla filosofia mod, si muovono come fossero una banda, li immagino che avrebbero voluto parcheggiare le Lambretta fuori dal teatro e poi una volta dentro non fanno prigionieri.

Alla fine, mentre osservavo i volti delle persone al dopofestival, trovavo in molti il piacere di sentirsi parte di una comunità, unita dalla voglia di passare una serata diversa, dalla voglia di divertirsi senza replicare i soliti schemi da sabato sera.

Ed ecco che il senso di tutto questo l'ho ritrovato nel gesto semplice ma intenso di un chitarrista che porge il suo strumento ad un giovanissimo collega, nelle persone che dal nulla si inventano cassieri, presentatori, baristi, cuochi, accompagnatori, nel desiderio di lasciare un segno tangibile della propria esistenza a chi ci esiste di fianco e magari non ci conosce.

Ed ecco che Su La Testa non è solo uno slogan, una citazione, un invito, ma diventa la sfida di cui parlavo prima: diventa l'importanza di dimostrare a tutti di essere vivi e di dimostrarlo rendendo la propria città migliore e di conseguenza più viva.

Allora i rancori, i malumori, gli scazzi che inevitabilmente ci portiamo dietro non devono più esserci di ostacolo, ma fanno parte anch'essi di questa sfida.

Una sfida che vinciamo tutti assieme e che continueremo a combattere insistendo affinchè sempre più persone si uniscano a noi.